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Recensione Far Cry Primal

Recensione di Far Cry Primal, la nuova avventura in soggettiva di Ubisoft che trascina i giocatori in un pericoloso e sconfinato mondo preistorico.

Recensione Far Cry Primal

Far Cry Primal

 

Far Cry Primal è l'ultima avventura in soggettiva di Ubisoft, che questa volta trascina i giocatori nelle pericolose lande di Oros, nel 10.000 A.C.

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Introduzione

La mia preda è gigantesca. Si muove lenta, ignara del pericolo che incombe. Una serie di lance trafigge il suo manto, e ora il suo corpo giace inerme a terra, ma non c'è nemmeno il tempo di gioire che una feroce tigre si avventa sul mio pranzo, e su di me. Cerco di lottare, ma sopraffatto dagli attacchi mi ritrovo solo, ferito, affamato e con la notte che incombe, con i suoi numerosi pericoli.

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Armato della sola forza d'animo e di rudimentali tecniche per creare utensili e armi riesco a trovare un rifugio e a dirigermi verso la mia meta. Il viaggio è ancora lungo, ma dalla mia parte ci sono preziosi alleati e antichi rituali che mi permettono di affrontare le avversità, librandomi nei cieli come un rapace notturno e domando i pericolosi predatori che fino a pochi minuti fa volevano sbranarmi.

Ciò che vi abbiamo descritto non è l'incipit di un libro d'avventura, ma sono le battute iniziali di Far Cry Primal, la nuova e sconfinata avventura in soggettiva di Ubisoft. La software house francese questa volta ha deciso di portarci nel 10.000 Avanti Cristo, nelle lussureggianti lande di Oros, fra valli incontaminate e montagne innevate in cui il rischio di congelamento è dietro l'angolo. Riuscirà questo capitolo preistorico della saga di Far Cry a reggere il confronto con i suoi apprezzati predecessori?

Una storia primitiva

Spesso quando si vuole indicare un pregio degli ultimi capitoli di Far Cry si cita il carisma dei suoi personaggi. Un compito facile, quando nel cast troviamo cattivoni fuori di testa e sfaccettati come Vaas, il leader dei pirati ancora oggi ricordato con il suo celebre monologo alla follia, o Pagan Min, il sanguinario narcisista che si è autoproclamato "leader glorioso" del Kyrat in Far Cry 4. In Far Cry Primal, tuttavia, la situazione è un po' più complicata.

Come ben saprete il gioco è ambientato nel Paleolitico, per la precisione nel 10.000 Avanti Cristo, e Ubisoft ha deciso di consultare un team di linguisti per inventare una lingua primordiale - per la precisione tre dialetti distinti, uno per ogni tribù – e per raccontare la storia attraverso la voce dei protagonisti.

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L'idea sembra funzionare, visto che trasporta immediatamente i giocatori in quest'era lontana, e scommettiamo che anche le alte sfere di Ubisoft saranno contente di un budget che non deve fare i conti con il doppiaggio in molteplici lingue.

Tuttavia, bastano pochi scambi di battute per accorgersi che non assisteremo a complessi monologhi e deliri autoreferenziali. La storia è raccontata tramite frasi semplici, che da un lato garantiscono un certo impatto, ma dall'altro si dimostrano poco sofisticate.

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A definire il carisma dei personaggi ci pensano le azioni e i gesti, ma la sensazione è che il risultato sia un po' più "primitivo" - se ci passate il gioco di parole - rispetto a quanto abbiamo assistito nei capitoli precedenti. Il giudizio sulla coraggiosa scelta di Ubisoft resta comunque positivo, anche se non si raggiungono le vette toccate dai capitoli precedenti della saga.

La storia in sé, che evitiamo di raccontarvi per filo e per segno, narra le gesta di Takkar, un prode membro della tribù dei Wenja, messa in ginocchio dai guerrieri cannibali Udam e dagli Izila, adoratori del fuoco. Dopo anni trascorsi rifugiandosi nell'ombra, il popolo Wenja trova in Takkar colui che riprenderà il controllo della terra leggendaria di Oros, ma la missione del nostro eroe è lunga e irta d'insidie.

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