Recensione Human: Fall Flat, quando cadere diventa un'arte

Human: Fall Flat

 

Human: Fall Flat ci ricorda quanto è difficile fare il lavoro dell'idraulico (quello vestito di rosso). Un proposito brillante ma un po' goffo, proprio come il protagonista dell'opera.

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Al debutto su Nintendo Switch con alcuni mesi di ritardo rispetto alla concorrenza, Human Fall Flat ci introduce alla sua personalissima filosofia in fatto di platform. Un approccio ben diverso da quello a cui l'utenza Nintendo è abituata, fatto di movenze impacciate e salti scoordinati, nei panni di un improbabile eroe in grado a malapena di reggersi in piedi. Cadere di faccia però ha i suoi pregi ogni tanto.

L'indie di No Brakes Games è un puzzle platform incentrato sulla risoluzione di piccoli rompicapo che sfruttano in maniera intensiva il motore fisico del gioco. Si tratta perlopiù di prove molto semplici, come posizionare casse, azionare leve, oppure costruire rudimentali catapulte usando assi e tronchi raccattati in giro. I livell sono enormi e tappezzati da "enigmi" di questo tipo, tuttavia orientarsi al loro interno è piuttosto intuitivo, merito di un level design intelligente che si svela man mano al giocatore senza aver bisogno di filmati, icone e altri orpelli (se si esclude il breve tutorial introduttivo).

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La difficoltà sta nel riuscire a compiere l'impresa ai comandi del maldestro protagonista, tale Bob. Bob è un bambolotto in balia della gravità tanto nell'aspetto quanto nelle capacità ginniche: non sa correre, i suoi salti si misurano in centimetri e impiega ore per issarsi da un appiglio (sbattendo rigorosamente il grugno). In compenso ha una presa niente male: i dorsali del Joy-Con corrispondono alle sue braccia, che potremo estendere premendo i tasti e direzionare inclinando la telecamera. Le estremità dei molleggianti arti si appicicheranno a tutto quello con cui entreranno in contatto, permettendo così a Bob di afferrare oggetti o di lasciarsi trasportare.

Per apprezzare Human: Fall Flat il giocatore deve pensare fuori dai soliti schemi, dimenticare quanto ha appreso in anni di esperienza salterina, in pratica tornare bambino e ricominciare tutto daccapo. Il punto non è mai fare qualcosa (quello è abbastanza ovvio di solito) bensì come farlo, persino le azioni più elementari. Il sistema di controllo è volutamente goffo e poco reattivo, Bob non vuole proprio saperne di fare quello che gli chiediamo e si finisce puntualmente per fare pasticci, rovinando a terra o peggio distruggendo quel poco che avevamo faticosamente costruito per aiutarci.

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Buona parte del divertimento di Human: Fall Flat sta proprio in questo eterno ciclo di tentativi andati a vuoto e piani geniali orditi per aggirare i limiti di Bob. Gli stessi rompicapo possono essere risolti in diverse maniere, talvolta persino saltando interi passaggi o compiendo azioni non previste dal normale flusso del livello (tutto probabilmente previsto dagli sviluppatori, che hanno volutamente lasciato correre), ma la cosa può diventare frustrante: a chi andrebbe per ore di fare da babysitter a una marionetta di pongo?

Non è un mistero, l'opera No Brakes Games è una di quelle produzioni "moderne" concepite più per essere guardate giocare anziché essere vissute in prima persona. Materiale facile per streamer e youtuber, tuttavia non lasciatevi scoraggiare se siete "all'antica". Se affrontato in solitaria, Human: Fall Flat è poco più di un curioso esperimento, caratterizzato da una verve comica in stile slapstick simpatica sulle prime ma dal repertorio un tantino pedante, la cui ingegnosità di fondo viene sacrificata in favore di una fruibilità "di spettacolo" lontana dai gusti di un'utenza smaliziata. Basta però condividere l'esperienza con qualcuno e tutto cambia.

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D'un tratto i saltelli nervosi di Bob e le sue facciate assumono un sapore diverso, al superamento dell'ostacolo di turno si preferisce la ricerca del ridicolo, vuoi per strappare una risata al (o ai) partner o per scoprire i limiti del bizzarro sistema di controllo e del motore fisico che gli permette di respirare a pieni polmoni.

Le altre versioni del titolo possono beneficiare della co-op online per un massimo di 4 Bob, su Switch invece dobbiamo accontentarci dello split-screen per 2 giocatori. Il caos a schermo ne risente, ma prendersi a scappellotti tanto sullo stesso divano quanto in-game resta una forma d'intrattenimento senza pari, anche perché con due Bob in circolazione gli enigmi si espandono ulteriormente, consentendo manipolare e "rompere" ancora di più i vari schemi con risultati esilaranti.

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Purtroppo al momento il gioco non è ottimizzato a dovere per ospitare due entità in campo. Già in singolo si può notare qualche singhiozzo, ma è in multiplayer che il frame rate subisce un duro colpo. La veste grafica non sembra particolarmente esigente, o almeno non si direbbe a giudicare dai modelli poligonali grossolani e monocromatici (azzeccatissimi al tono dell'avventura, intendiamoci), ma considerate le numerose interazioni a livello fisico è naturale che l'instabilità dell'immagine cresca all'aumentare del numero di oggetti e detriti a schermo. Switch però non è così fiacco (in modalità portatile ad esempio il fenomeno è meno marcato), pertanto è lecito aspettarsi una patch correttiva che mitighi il problema. E magari aggiunga un bel comparto online!

Un insolito parco giochi virtuale da convidere con amici e parenti, Human: Fall Flat è un titolo poco impegnativo, fondamentalmente breve (gran parte del tempo viene speso boxando con il sistema di controllo dopotutto) e si rigioca volentieri, un evergreen per sessioni all'insegna del divertimento più o meno becero, eccellente dopo un paio di bicchieri di troppo.

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La versione Switch è penalizzata dall'assenza del multiplayer online e dal frame rate ballerino, tuttavia in mancanza di alternative la piccola console della casa di Kyoto offre comunque un'esperienza solida, galvanizzante se giocate spesso in compagnia, rilassante, quasi introspettiva, se vissuta in solitaria, cullati dalle malinconiche note del piano in sottofondo. Perché siamo tutti un po' Bob nel profondo: nessuno è perfetto, ma ci proviamo lo stesso, ed è questo che conta.

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