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Una semplice gestione idrica può salvare l’Artico

Nelle prove condotte a Svanhovd, l’innalzamento idrico ha trasformato un campo drenato in un leggero assorbitore netto di carbonio.

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 23/02/2026 alle 08:50

La notizia in un minuto

  • Le torbiere artiche drenate per uso agricolo rilasciano carbonio accumulato per secoli, ma mantenere la falda acquifera tra 25 e 50 cm sotto la superficie riduce drasticamente le emissioni di CO₂
  • Le lunghe giornate estive artiche con luce continua amplificano l'assorbimento di carbonio nelle torbiere con livelli idrici elevati, grazie a ore supplementari di fotosintesi
  • La temperatura del suolo sopra i 12°C intensifica l'attività microbica aumentando le emissioni, mentre raccolti troppo frequenti possono esportare più carbonio di quanto il sistema riesca a ricostituire

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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Le torbiere rappresentano uno dei più preziosi serbatoi di carbonio del pianeta, accumuli naturali dove la materia organica vegetale, preservata da condizioni di saturazione idrica e carenza di ossigeno, si stratifica per millenni formando depositi profondi che sottraggono anidride carbonica all'atmosfera. Quando questi ecosistemi vengono drenati per convertirli in terreni agricoli, l'equilibrio si spezza: l'abbassamento della falda acquifera introduce ossigeno nel suolo, accelerando drammaticamente l'attività microbica e liberando in pochi decenni carbonio immagazzinato per secoli. Un team di ricercatori del NIBIO (Norwegian Institute of Bioeconomy Research) ha condotto uno studio biennale nelle torbiere agricole dell'Artico norvegese per comprendere se il ripristino dei livelli idrici possa mitigare le emissioni di gas serra in queste aree settentrionali, finora poco studiate rispetto alle controparti meridionali.

Il ricercatore Junbin Zhao e i suoi colleghi hanno installato camere automatizzate di rilevamento presso la stazione di ricerca di Svanhovd, nella Valle di Pasvik, estremo nord della Norvegia, monitorando continuamente per due stagioni vegetative (2022-2023) le emissioni di anidride carbonica, metano e protossido di azoto. L'esperimento ha coinvolto cinque parcelle con differenti livelli di falda acquifera, regimi di fertilizzazione e frequenze di raccolta, riflettendo le condizioni gestionali tipiche di un campo agricolo drenato in ambiente artico. Questa configurazione ha permesso di isolare gli effetti combinati della gestione idrica e delle pratiche agronomiche sul bilancio climatico complessivo.

I risultati hanno rivelato che quando la falda acquifera veniva mantenuta tra 25 e 50 centimetri sotto la superficie, le emissioni di CO₂ dal suolo diminuivano drasticamente rispetto alle condizioni di drenaggio intensivo. Nelle torbiere fortemente drenate, le emissioni risultavano paragonabili a quelle delle torbiere coltivate nelle regioni meridionali europee, dove il fenomeno è stato ampiamente documentato sin dal XVII secolo, quando iniziarono le bonifiche su larga scala. Ma con l'innalzamento della falda, il campo mostrava addirittura un leggero assorbimento netto di carbonio, con emissioni contenute anche per metano e protossido di azoto, i due gas serra la cui dinamica complica notevolmente la gestione delle torbiere umide.

Le lunghe notti luminose dell'estate artica forniscono ore supplementari di fotosintesi durante le quali il sistema mantiene un bilancio positivo di carbonio, amplificando significativamente l'assorbimento totale di CO₂

La chiave di questo risultato risiede in un meccanismo specifico degli ambienti artici che Zhao descrive con precisione: quando le condizioni sono più umide, il campo necessita di meno luce prima di iniziare ad assorbire più CO₂ di quanta ne rilasci. Questa soglia, raggiunta più precocemente durante la giornata, si traduce in un numero maggiore di ore con assorbimento netto di carbonio. Il fenomeno assume proporzioni particolarmente rilevanti alle latitudini settentrionali, dove durante l'estate il sole non tramonta completamente, garantendo radiazione luminosa per ventiquattro ore. I calcoli del team dimostrano che questo effetto fotosintetico prolungato può incrementare sostanzialmente l'assorbimento totale di anidride carbonica nel corso della stagione vegetativa.

Il monitoraggio continuo, attivo ventiquattro ore su ventiquattro, ha permesso di catturare picchi improvvisi di emissioni elevate e fluttuazioni naturali giornaliere che sfuggono alle rilevazioni occasionali, metodologia ancora prevalente in molti studi sulle torbiere. La temperatura del suolo è emersa come fattore critico: sopra i 12°C, l'attività microbica si intensifica, accelerando la decomposizione della materia organica e incrementando tanto le emissioni di CO₂ quanto quelle di metano. Questo dato introduce una variabile preoccupante nel contesto del riscaldamento globale: l'efficacia dei livelli idrici elevati nel contenere le emissioni potrebbe diminuire con l'aumento delle temperature artiche, tra le più rapide del pianeta.

Le pratiche agronomiche influenzano il bilancio in modi differenziati. La fertilizzazione azotata ha stimolato la crescita della biomassa vegetale senza modificare significativamente le emissioni di CO₂ o metano nell'arco temporale dell'esperimento. Il taglio e l'asportazione dell'erba, invece, hanno mostrato un impatto diretto: ogni raccolto rimuove dal sistema carbonio precedentemente fissato dalla fotosintesi. Se la frequenza di raccolta è molto elevata, può essere esportato più carbonio di quanto non venga ricostituito nel tempo, avverte Zhao, suggerendo che anche con gestione idrica ottimale lo strato torboso potrebbe gradualmente impoverirsi di carbonio, compromettendo la qualità del suolo nel lungo periodo.

Una strategia alternativa potrebbe essere la paludicoltura, ovvero la coltivazione di specie vegetali adattate a condizioni di elevata umidità, che permette di produrre biomassa senza necessità di mantenere il suolo drenato. Questa pratica, ancora sperimentale in molte regioni, si inserisce nel più ampio dibattito sulla gestione sostenibile delle torbiere agricole europee, dove circa il 50% delle emissioni agricole di gas serra proviene proprio da suoli organici drenati, secondo le stime dell'Agenzia Europea dell'Ambiente.

I ricercatori hanno inoltre documentato una variabilità spaziale significativa all'interno dello stesso campo: alcune zone assorbivano CO₂ mentre sezioni adiacenti ne rilasciavano quantità sostanziali. Questa eterogeneità locale rappresenta una sfida per i sistemi nazionali di contabilizzazione delle emissioni, che spesso applicano fattori di emissione standardizzati. L'approccio potrebbe non riflettere accuratamente la realtà in contesti dove condizioni pedologiche e gestionali variano considerevolmente anche su scale ridotte, sottolineando la necessità di misurazioni più dettagliate e di strategie di gestione idrica calibrate localmente.

Lo studio, focalizzato sulle torbiere agricole dell'estremo nord, colma una lacuna importante nella comprensione degli effetti del drenaggio in ambienti caratterizzati da temperature fredde, stagioni vegetative brevi e regime fotoperiodico estremo. Le implicazioni si estendono oltre i confini norvegesi, riguardando le vaste aree di torbiera drenata in Finlandia, Svezia, Russia settentrionale e Canada, regioni dove le decisioni gestionali future dovranno bilanciare produttività agricola, conservazione del carbonio e adattamento climatico. Il team di Zhao conclude che gestione idrica, fertilizzazione e calendari di raccolta devono essere valutati congiuntamente, poiché interventi che riducono le emissioni nel breve termine potrebbero compromettere l'accumulo di carbonio nel lungo periodo, richiedendo una visione integrata delle pratiche agricole nelle torbiere settentrionali.

Fonte dell'articolo: www.sciencedaily.com

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