Spazio

NASA, gli astronauti del futuro saranno geneticamente modificati

I più appassionati sicuramente ricorderanno Scott Kelly, l’astronauta statunitense tornato sulla Terra dopo 340 giorni nello spazio trascorsi a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), poi inserito col fratello gemello, rimasto sulla Terra, in un progetto di studio mirante a comprendere gli effetti della microgravità sulle persone, dando così alla NASA un’opportunità senza precedenti per studiare gli effetti fisiologici, molecolari e cognitivi del volo spaziale a lungo termine.

Comprendere le sfide che il corpo umano dovrà affrontare per trascorrere periodi prolungati in microgravità è vitale in quanto le agenzie spaziali e le aziende private stanno facendo sempre più sul serio nell’intenzione di inviare esseri umani su Marte e anche oltre. Una missione sul Pianeta Rosso è potenzialmente un viaggio di tre anni, quindi è necessario capire cosa potrebbe accadere a chiunque cerchi di farcela.

Uno degli scienziati che seguono Kelly è il professor Christopher E Mason, genetista principale di una ricerca assai ambiziosa che, oltre a studiare cosa succede agli astronauti in microgravità, sta tentando di gettare le basi genetiche affinché gli esseri umani vivano tra le stelle. Mason immagina un futuro in cui il genoma umano possa essere bioingegnerizzato per adattarsi a quasi tutti gli ambienti, grazie all’apporto di sequenze genetiche di altre specie che dovrebbero consentire di esplorare anche gli angoli più remoti dell’Universo. Mason ne tratta abbondantemente nel suo nuovo libro, I Prossimi 500 Anni (riferimento alla durata epica del progetto stesso), di cui ha dato un’anteprima in una lunga intervista.

Secondo Mason intanto saranno due i motori gemelli della scoperta: una buona lista di esopianeti candidati su cui andare e la scoperta di un certo numero di geni nel genoma umano e in altri genomi, che potremmo usare per regolare la nostra salute, progettare trattamenti medici o ingegnerizzare organismi che potrebbero sopravvivere a un lungo volo spaziale su un altro pianeta e sopravvivere su di esso. Anche le cellule microbiche, inoltre, potrebbero essere progettate per produrre prodotti, come fanno per noi ora terapeuticamente. Avremo un kit di strumenti genetici che ci permetterà di contrastare gli effetti negativi dei viaggi spaziali a lungo termine e produrre le cose di cui abbiamo bisogno come cibo e carburante. E, ovviamente, più genomi abbiamo nel nostro kit, più strumenti potremo realizzare.

Ovviamente un progetto del genere pone sfide enormi, non soltanto dal punto di vista scientifico e tecnologico, ma anche politico ed etico, soprattutto per quanto riguarda l’editing del genoma umano, un dibattito che dovrà prima o poi essere affrontato e risolto, secondo Mason, se l’essere umano vorrà davvero essere in grado di recarsi ovunque.