La psichiatria potrebbe presto disporre di uno strumento rivoluzionario per superare uno dei suoi limiti più frustranti: l'impossibilità di diagnosticare con precisione disturbi mentali complessi come la schizofrenia e il disturbo bipolare attraverso marcatori biologici oggettivi. Un gruppo di ricerca della Johns Hopkins University ha dimostrato che minuscoli organi cerebrali coltivati in laboratorio, noti come organoidi, possono riprodurre le caratteristiche elettriche distintive di queste patologie psichiatriche con un'accuratezza fino al 92%. La scoperta, pubblicata sulla rivista scientifica APL Bioengineering, apre la strada a diagnosi più accurate e alla possibilità di testare farmaci su tessuto cerebrale personalizzato prima di prescriverli ai pazienti, ponendo fine al lungo e spesso doloroso processo di tentativi ed errori che caratterizza oggi il trattamento di milioni di persone nel mondo.
A differenza di altre patologie neurologiche come il Parkinson, dove alterazioni specifiche nei livelli di dopamina forniscono un chiaro bersaglio diagnostico e terapeutico, la schizofrenia e il disturbo bipolare non presentano anomalie enzimatiche o strutturali così definite. Come spiega Annie Kathuria, ingegnere biomedico della Johns Hopkins che ha guidato lo studio, "nessuna particolare area cerebrale manifesta disfunzioni evidenti" in queste condizioni. Questo costringe i medici a basarsi esclusivamente sul giudizio clinico, interpretando sintomi comportamentali che spesso si sovrappongono tra diverse diagnosi psichiatriche. La conseguenza è un alto tasso di errori diagnostici e un approccio terapeutico fondato sulla sperimentazione sequenziale di diversi farmaci, un processo che può richiedere sei o sette mesi prima di identificare il trattamento appropriato.
Per aggirare questa difficoltà, il team di ricerca ha sviluppato una metodologia innovativa che parte dalle cellule dei pazienti stessi. Prelevando campioni di sangue e pelle da individui affetti da schizofrenia, disturbo bipolare e da soggetti sani come controllo, gli scienziati hanno convertito queste cellule in cellule staminali pluripotenti, capaci cioè di differenziarsi in tessuto cerebrale. In condizioni di coltura controllate, queste staminali si sono organizzate spontaneamente formando strutture tridimensionali di circa tre millimetri di diametro, contenenti diversi tipi di cellule neurali normalmente presenti nella corteccia prefrontale umana, la regione cerebrale coinvolta nei processi cognitivi superiori e nella regolazione emotiva. Questi organoidi hanno sviluppato anche la mielina, la guaina isolante che avvolge gli assoni e aumenta la velocità di trasmissione degli impulsi elettrici tra neuroni.
Il vero salto qualitativo è avvenuto nell'analisi funzionale di questi mini-cervelli. Posizionando gli organoidi su microchip dotati di array multi-elettrodo disposti a griglia, i ricercatori hanno potuto registrare l'attività elettrica delle reti neurali in modo simile a un elettroencefalogramma miniaturizzato. Nel cervello umano, i neuroni comunicano attraverso brevi segnali elettrici, e i pattern di questa attività riflettono lo stato funzionale del tessuto nervoso. Applicando strumenti di machine learning per analizzare migliaia di tracciati elettrici, il team ha identificato caratteristiche specifiche che fungono da biomarcatori per la schizofrenia e il disturbo bipolare: anomalie nei picchi di scarica neuronale, alterazioni nella temporizzazione delle comunicazioni tra cellule e pattern complessivi di attività che creano una firma elettrofisiologica distintiva per ciascuna condizione.
La precisione di questa metodologia assume particolare rilevanza considerando che lo studio ha coinvolto solo 12 pazienti, un campione limitato che tuttavia ha prodotto risultati sufficientemente robusti da suggerire reali applicazioni cliniche. Kathuria sottolinea che "almeno a livello molecolare, possiamo verificare cosa non funziona correttamente quando coltiviamo questi cervelli in laboratorio e distinguere tra organoidi di una persona sana, di un paziente schizofrenico o di un paziente bipolare basandoci su queste firme elettrofisiologiche". La chiave del metodo risiede nel confronto sistematico tra i segnali elettrici prodotti dai neuroni durante lo sviluppo degli organoidi derivati da pazienti e quelli provenienti da individui senza disturbi mentali.
Le implicazioni terapeutiche di questa ricerca potrebbero rivelarsi ancora più significative delle applicazioni diagnostiche. Il team della Johns Hopkins sta ora collaborando con neurochirurghi, psichiatri e neuroscienziati della facoltà di medicina per raccogliere ulteriori campioni ematici da pazienti psichiatrici e studiare come diverse concentrazioni di farmaci influenzino l'attività degli organoidi. L'obiettivo è utilizzare questi mini-cervelli personalizzati come piattaforme di test farmacologico ex vivo, identificando il medicinale e il dosaggio ottimali per ciascun paziente prima ancora di iniziare il trattamento reale. Un esempio emblematico riguarda la clozapina, il farmaco più comunemente prescritto per la schizofrenia: circa il 40% dei pazienti risulta resistente a questa molecola, e attualmente l'unico modo per scoprirlo è attraverso mesi di somministrazione infruttuosa.
La prospettiva che emerge da questa ricerca va oltre il semplice miglioramento dell'efficienza clinica. Potrebbe rappresentare un cambiamento paradigmatico nel modo in cui concepiamo e trattiamo le malattie psichiatriche, spostando gradualmente la psichiatria dall'ambito delle discipline puramente osservazionali verso quello delle scienze mediche basate su biomarcatori oggettivi e medicina personalizzata. Sebbene permangano domande aperte – in particolare sulla capacità degli organoidi di replicare la piena complessità delle patologie psichiatriche, che coinvolgono reti neurali estese e interazioni con l'ambiente – questa tecnologia fornisce per la prima volta uno strumento sperimentale per studiare le basi molecolari di disturbi che affliggono decine di milioni di persone nel mondo.