Le foreste gestite dalle compagnie del legno si confermano terreno fertile per i “megafire”, ovvero gli incendi di maggiore intensità. Una ricerca condotta dall’Università dello Utah, Berkeley e dal Servizio Forestale americano dimostra che la probabilità di incendi gravi è oltre il 50% più alta nei territori privati rispetto alle aree pubbliche. Il motivo risiede nella struttura dei boschi artificiali: alberi piantati in file regolari, con una densità che facilita la propagazione delle fiamme.
La rivoluzione del laser nel monitoraggio forestale
Il risultato è stato possibile grazie al lidar aereo, una tecnologia capace di mappare con precisione millimetrica alberi e arbusti. Nel 2018, un anno prima che oltre un milione di acri della Sierra Nevada andassero in fumo, i sensori laser avevano già immortalato la Plumas National Forest in 3D. Questo ha consentito di confrontare per la prima volta l’impatto delle diverse strategie di gestione. I dati, pubblicati su Global Change Biology, rivelano che la densità arborea è il fattore chiave per prevedere la gravità di un incendio durante condizioni meteorologiche estreme.
Le compagnie applicano la cosiddetta plantation forestry: dopo il taglio completo, ripiantano alberi secondo una griglia serrata e uniforme. “È come impilare fiammiferi ordinati: bruceranno meglio rispetto a quando sono sparsi”, osserva il ricercatore Jacob Levine. Questa pratica, pensata per garantire profitti e forniture costanti di legname, finisce per creare boschi iperdensi e fragili al fuoco.
Le foreste pubbliche, invece, devono bilanciare obiettivi diversi: pascolo, ricreazione, ripristino ambientale e corridoi faunistici. Ma anche qui le politiche di diradamento trovano spesso ostacoli legali.
L’eredità dei secoli passati
La crisi affonda le radici nelle politiche di soppressione del fuoco dell’Ottocento, che vietarono le bruciature controllate praticate da secoli dai popoli nativi. Così, foreste un tempo adattate a incendi periodici di bassa intensità sono diventate masse vegetali iperdense, trasformandosi in polveriere. Quando il fuoco raggiunge la chioma in questi boschi, proietta materiale incandescente per miglia, accendendo nuovi focolai a distanza.
La maggior parte degli alberi della Sierra Nevada non è in grado di sopravvivere a incendi di alta gravità, con il rischio di una progressiva conversione in praterie e arbusteti. “Quando pensiamo alla Sierra Nevada immaginiamo foreste maestose”, avverte Levine, “ma senza cambiamenti nella gestione, i nostri figli erediteranno un paesaggio molto diverso”.
La speranza arriva dall’individuazione del vero fattore di rischio: la densità. Interventi mirati di diradamento, capaci di ripristinare una struttura più aperta simile a quella storica, potrebbero ridurre drasticamente il pericolo di megafire e restituire resilienza alle foreste.