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Una scoperta sulle piante cambia la sintesi dei farmaci

Uno studio mostra che alcune piante integrano DNA batterico per sintetizzare composti difensivi con possibili ricadute su farmaci e agricoltura.

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 05/02/2026 alle 08:20

La notizia in un minuto

  • Un team dell'Università di York ha scoperto che le piante producono alcaloidi difensivi come la securinina utilizzando geni di origine batterica, rivelando una strategia evolutiva inaspettata basata sul "riciclaggio" di strumenti molecolari microbici
  • La comprensione di questi meccanismi biosintetici permette di produrre farmaci in laboratorio senza raccogliere piante rare, eliminando processi industriali inquinanti e consentendo di modificare selettivamente la tossicità delle molecole
  • La scoperta apre prospettive per l'agronomia sostenibile, permettendo di sviluppare colture più resistenti a patogeni e parassiti riducendo la dipendenza da pesticidi chimici di sintesi

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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La natura ha sempre custodito segreti chimici sorprendenti, e uno dei più intriganti riguarda gli alcaloidi, quella classe di composti che le piante producono per difendersi da insetti, patogeni e predatori. Queste molecole, che l'umanità utilizza da millenni per scopi terapeutici e quotidiani – dalla morfina alla caffeina, dalla chinina alla nicotina – rappresentano un arsenale farmacologico di straordinaria complessità. Comprendere i meccanismi molecolari alla base della loro biosintesi è fondamentale non solo per la biologia evoluzionistica, ma anche per sviluppare farmaci più economici, sicuri e sostenibili dal punto di vista ambientale. Una recente ricerca condotta presso l'Università di York ha ora svelato un'inaspettata strategia evolutiva che le piante sembrano aver adottato per produrre questi composti difensivi, ridisegnando la nostra comprensione della chimica vegetale.

Il team di ricerca, guidato dal dottor Benjamin Lichman del Dipartimento di Biologia, ha focalizzato la propria attenzione su Flueggea suffruticosa, una specie vegetale che sintetizza la securinina, un alcaloide particolarmente potente. Analizzando il percorso biosintetico di questo composto attraverso tecniche di genomica comparativa e analisi biochimiche, gli scienziati hanno fatto una scoperta sorprendente: il gene chiave responsabile della produzione di securinina non assomiglia affatto ai geni tipicamente presenti nelle piante, bensì a sequenze genetiche caratteristiche dei batteri. Questa evidenza molecolare suggerisce che le piante possano aver "riciclato" strumenti biologici evolutivamente sviluppati dai microorganismi, integrandoli nel proprio genoma per costruire molecole difensive complesse.

L'anomalia genetica rappresenta molto più di una curiosità evoluzionistica. Come ha spiegato Lichman, "piante e batteri sono forme di vita radicalmente differenti, quindi è stata una vera sorpresa constatare che questo importante composto vegetale fosse prodotto da un gene di origine batterica". Il ricercatore ha inoltre sottolineato che la via metabolica identificata per la sintesi della securinina differisce completamente dai percorsi biosintetici noti per altri alcaloidi vegetali ben caratterizzati. Questa peculiarità metodologica apre scenari inediti nella comprensione della diversificazione chimica del regno vegetale, suggerendo che l'evoluzione abbia favorito soluzioni molecolari "preconfezionate" provenienti dal mondo microbico quando queste si rivelavano funzionalmente vantaggiose.

Una volta identificata questa nuova via biochimica, i ricercatori hanno individuato geni simili nascosti nel DNA di numerose altre specie vegetali, aprendo un metodo innovativo per la scoperta di composti naturali utili

Le implicazioni pratiche di questa scoperta, pubblicata sulla rivista scientifica New Phytologist, sono molteplici e potenzialmente rivoluzionarie per l'industria farmaceutica. La possibilità di sfruttare questi geni vegetali per produrre composti chimici di valore in sistemi di laboratorio controllati potrebbe ridurre drasticamente la necessità di raccogliere piante rare o minacciate, eliminando al contempo processi industriali ad alto impatto ambientale. Lichman ha evidenziato la delicatezza nella gestione degli alcaloidi: "gli alcaloidi possono essere tossici, quindi quando li utilizziamo in medicina devono essere altamente controllati e spesso modificati". Comprendere a fondo i processi biosintetici permette non solo di sviluppare nuovi metodi di produzione in laboratorio, ma anche di rimuovere selettivamente queste molecole per rendere alcune piante meno tossiche per uso alimentare o agricolo.

La ricerca non si limita all'ambito farmacologico. La comprensione di come le piante abbiano integrato strategie genetiche batteriche nel loro arsenale difensivo offre nuove prospettive per l'agronomia e lo sviluppo di colture più resilienti. Il fatto che questa strategia molecolare possa essere più diffusa nel regno vegetale di quanto si pensasse in precedenza suggerisce l'esistenza di un patrimonio genetico ancora largamente inesplorato, con potenziali applicazioni nella creazione di varietà agricole capaci di autodifendersi più efficacemente da patogeni e parassiti, riducendo così la dipendenza da pesticidi chimici di sintesi.

La scoperta britannica si inserisce in un filone di ricerca che negli ultimi anni sta rivelando come i confini tra regni biologici siano più permeabili di quanto tradizionalmente ipotizzato. Il trasferimento orizzontale di geni tra organismi distanti filogeneticamente non è un fenomeno esclusivo dei procarioti, ma rappresenta un meccanismo evolutivo che ha plasmato anche la diversità chimica delle piante superiori. Gli scienziati di York stanno ora espandendo le loro indagini per mappare sistematicamente questi geni di origine batterica in altre famiglie vegetali, con l'obiettivo di creare un catalogo completo delle vie biosintetiche "ibride" che potrebbero nascondere molecole di interesse farmacologico ancora sconosciute.

Fonte dell'articolo: www.sciencedaily.com

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