La ricerca di una cura per l'Alzheimer potrebbe aver trovato un alleato inaspettato in una proteina che, paradossalmente, si accumula proprio nel cervello dei pazienti affetti dalla malattia. Un team di scienziati del St. Jude Children's Research Hospital ha infatti scoperto che la midkine, finora considerata soprattutto un fattore di crescita cellulare, svolge in realtà un ruolo protettivo contro la neurodegenerazione. La scoperta, pubblicata su Nature Structural & Molecular Biology, ribalta le precedenti ipotesi sul ruolo di questa molecola nell’Alzheimer.
Un meccanismo di difesa nascosto nel cervello
Le placche amiloidi, accumuli di proteine beta-amiloidi nel cervello, sono tra i principali marcatori della malattia. Il team guidato da Junmin Peng ha dimostrato che la midkine interferisce con la formazione di questi aggregati dannosi. Attraverso risonanza magnetica nucleare e microscopia elettronica, i ricercatori hanno osservato come la proteina impedisca alle beta-amiloidi di assemblarsi.
L’aspetto più sorprendente è emerso dai modelli murini: rimuovendo geneticamente la midkine da topi predisposti all’Alzheimer, i livelli di placche amiloidi sono aumentati in modo significativo. Questo dimostra che la proteina rappresenta una vera linea di difesa naturale e non un semplice sottoprodotto della malattia.
Dal laboratorio alla terapia: prospettive future
Il team ha utilizzato il sensore fluorescente tioflavina T, che si illumina in presenza di beta-amiloidi. "Quando aggiungiamo la midkine, il segnale ritorna, dimostrando che essa inibisce i grandi assemblati", spiega Peng. La risonanza magnetica nucleare ha confermato che la midkine mantiene attive molecole che verrebbero altrimenti silenziate dagli aggregati.
Nota per il suo ruolo nello sviluppo embrionale e come biomarcatore oncologico, la midkine non era mai stata collegata in modo così diretto alle malattie neurodegenerative, nonostante fosse già noto il suo aumento nei pazienti con Alzheimer.
Una nuova strada per i farmaci del futuro
Capire come la midkine si leghi alla beta-amiloide potrebbe permettere di progettare piccole molecole sintetiche in grado di replicarne l’azione protettiva. "Con questo lavoro, speriamo di fornire strategie per trattamenti futuri", conclude Peng.
La ricerca, sostenuta dai National Institutes of Health e dalla Michael J. Fox Foundation, ha coinvolto anche il Van Andel Institute, il Banner Sun Health Research Institute e l’University of Texas Southwestern Medical Center, dimostrando come approcci integrati possano aprire nuove vie contro l’Alzheimer.