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Stonehenge, escluso il trasporto glaciale dei monoliti

L’assenza di firme mineralogiche glaciali nei sedimenti rafforza l’idea che le comunità neolitiche abbiano trasportato i monoliti su lunghe distanze.

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 28/01/2026 alle 08:30

La notizia in un minuto

  • Una ricerca della Curtin University ha escluso scientificamente l'ipotesi del trasporto glaciale analizzando 500 cristalli di zircone nei sedimenti fluviali presso Stonehenge
  • L'assenza di marcatori geologici compatibili con il ghiaccio rafforza la teoria che comunità neolitiche abbiano deliberatamente trasportato i monoliti attraverso centinaia di chilometri
  • Le tecniche di fingerprinting mineralogica dimostrano come la geochimica moderna possa risolvere enigmi archeologici secolari, escludendo ipotesi e restringendo gli scenari plausibili

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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Il dibattito secolare su come i monumentali monoliti di Stonehenge abbiano raggiunto la piana di Salisbury trova oggi una risposta sempre più definita grazie alle moderne tecniche di geochimica. Una ricerca condotta dalla Curtin University in Australia ha escluso con rigore scientifico l'ipotesi del trasporto glaciale, rafforzando così la teoria che siano state comunità neolitiche a spostare deliberatamente questi massi attraverso centinaia di chilometri. Lo studio, pubblicato sulla rivista Communications Earth and Environment, rappresenta il contributo più solido finora prodotto a sostegno dell'intervento umano nella costruzione del celebre complesso megalitico britannico.

Il cuore della ricerca risiede nell'analisi mineralogica di sedimenti fluviali prelevati nelle vicinanze del sito archeologico. Il team guidato dal dottor Anthony Clarke del Timescales of Mineral Systems Group presso la School of Earth and Planetary Sciences della Curtin University ha esaminato oltre 500 cristalli di zircone, un minerale straordinariamente resistente all'erosione che funge da "capsula del tempo" geologica. Questi cristalli microscopici conservano infatti informazioni dettagliate sui processi sedimentari che hanno interessato il territorio britannico nel corso di milioni di anni.

La metodologia adottata si basa sulla cosiddetta "fingerprinting" mineralogica, una tecnica avanzata che consente di identificare l'origine geografica delle rocce attraverso la datazione e la caratterizzazione geochimica dei minerali in esse contenuti. Utilizzando strumentazioni all'avanguardia disponibili presso il John de Laeter Centre della Curtin University, i ricercatori hanno cercato tracce mineralogiche che avrebbero dovuto essere presenti qualora antichi ghiacciai avessero trasportato rocce dalla Scozia o dal Galles fino a Salisbury Plain.

Se i ghiacciai avessero trasportato rocce dalla Scozia o dal Galles fino a Stonehenge, avrebbero lasciato una chiara firma mineralogica sulla piana di Salisbury

L'assenza totale di questi marcatori geologici nei sedimenti fluviali analizzati costituisce una prova negativa di notevole peso scientifico. Come spiega Clarke, l'erosione graduale delle rocce glaciali avrebbe inevitabilmente rilasciato granuli mineralogici databili, rivelando età e provenienza compatibili con un trasporto su ghiaccio. La mancanza di tali evidenze esclude quindi con elevata probabilità che masse glaciali abbiano raggiunto l'area di Stonehenge durante i periodi di glaciazione del Pleistocene, rendendo l'ipotesi del trasporto antropico decisamente più plausibile.

Questa conclusione si inserisce in un quadro di ricerca più ampio sviluppato dallo stesso gruppo di studiosi australiani. Nel 2024, un precedente studio condotto dalla Curtin University aveva tracciato l'origine della Altar Stone, il monolito centrale di sei tonnellate, fino alla Scozia settentrionale. La combinazione di questi risultati dipinge uno scenario in cui le comunità neolitiche britanniche del III millennio a.C. non solo possedevano sofisticate capacità organizzative e tecniche, ma manifestavano anche una precisa intenzionalità nel selezionare e trasportare materiali litici da regioni specifiche attraverso distanze considerevoli.

Secondo il professor Chris Kirkland, coautore dello studio e anch'egli membro del Timescales of Mineral Systems Group, questa ricerca dimostra come tecniche geochimiche moderne possano risolvere enigmi storici rimasti irrisolti per oltre un secolo. L'analisi di minerali più piccoli di un granello di sabbia ha permesso di testare teorie che gli archeologi dibattevano da generazioni, aprendo nuove prospettive metodologiche per lo studio di altri siti megalitici.

Resta tuttavia aperta la questione fondamentale: con quali mezzi concreti vennero spostati questi monoliti? Clarke riconosce che diverse ipotesi sono state avanzate nel corso degli anni, dal trasporto fluviale mediante imbarcazioni al traino su tronchi rotolanti, ma nessuna può essere definitivamente confermata allo stato attuale delle conoscenze. Ciò che la scienza può affermare con crescente certezza è che il ghiaccio non fu responsabile dello spostamento, lasciando l'ingegnosità umana come unica spiegazione credibile.

Lo studio contribuisce inoltre a una comprensione più articolata delle funzioni rituali, astronomiche e sociali di Stonehenge. Kirkland sottolinea come il monumento abbia probabilmente svolto molteplici ruoli: calendario astronomico, tempio cerimoniale, luogo di riunione comunitaria. Ogni nuovo dato scientifico aggiunge un tassello a questo complesso mosaico interpretativo, richiedendo approcci interdisciplinari che integrino archeologia, geologia, astronomia e antropologia. La capacità di escludere con rigore scientifico alcune ipotesi rappresenta un progresso metodologico tanto importante quanto la conferma di altre, restringendo il campo delle possibilità e indirizzando le future ricerche verso scenari sempre più attendibili.

Fonte dell'articolo: www.sciencedaily.com

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