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Space Shuttle Challenger, oggi è il giorno della memoria

Oggi è il giorno della memoria per la tragedia dello Space Shuttle Challenger, che 30 anni s'incendiò in volo causando la morte di sette astronauti.

Space Shuttle Challenger, oggi è il giorno della memoria

Oggi la NASA ricorda la triste vicenda dello Space Shuttle Challenger, la navicella spaziale che il 28 gennaio del 1986 portò in volo verso la morte sette astronauti statunitensi. L'allora Presidente Ronald Regan promise che "non li dimenticheremo mai" e l'Agenzia Spaziale Statunitense è di parola: oggi il sito istituzionale apre con il giorno della memoria.

challenger

Probabilmente molti dei lettori di Tom's Hardware sono troppo giovani per avere ricordi di quella tragedia, ma le immagini dell'incendio nel cielo della Florida fecero il giro del mondo grazie alla CNN, l'unica emittente che fece la diretta televisiva del lancio e le cui immagini furono riprese dalle TV di tutto il mondo, Italia compresa.

Un lancio dei tanti, perché lo Space Shuttle volava dal 1981 e il Challenger era il secondo orbiter costruito, attivo dal 1983. Aveva compiuto nove voli di successo, nessuno pensava che il decimo lancio sarebbe stato fatale.

Invece quella missione iniziò sotto i peggiori auspici e la tragedia fu causata da una serie di eventi che, con il senno di poi, sarebbero stati evitabili. Il lancio era programmato per il 22 gennaio, in sequenza fu rinviato al 23 gennaio, poi al 24, poi al 25, al 26… e in quel fatidico 28 gennaio ci fu l'ultimo rinvio, di 2 ore.

Le condizioni meteo dei giorni precedenti erano state proibitive, quelle al momento del lancio erano migliori, ma non ottimali. Nonostante il clima mite della Florida, la notte precedente la temperatura era scesa sotto allo zero, e come si scoprì dalle indagini successive questo elemento fu fra le concause scatenanti della tragedia.

Alla fine il Challenger si alzò da terra, in quello che tecnicamente viene identificato come momento T=0, ma al controllo missione capirono ben presto che qualcosa non andava per il verso giusto. Dal momento T+0.678 a quello T+2.500 si videro sbuffi di fumo grigio scuro uscire dal punto di aggancio del razzo al serbatoio esterno.

A 58.788 secondi dall'inizio del volo si vide la prima fiamma sul razzo a propellente solido di destra, che a T+59.262 aumentò fino a disegnare nel cielo una fiamma evidente. A 64.660 dall'inizio del volo la fiamma venne a contatto con il serbatoio esterno, a T+72.284 il razzo di destra si staccò.

A 73.124 secondi si vide una nuvola di vapore bianco che segnò l'attimo dell'inizio del cedimento strutturale del serbatoio di idrogeno e la conseguente fuoriuscita di enormi quantità di idrogeno liquido. A questo punto il Challenger stava viaggiando a Mach 1,92 ad un'altitudine di 46.000 piedi ed era totalmente avvolto dalle fiamme.

Tutti i membri della la 25ma missione del programma STS morirono: il Comandante Dick Scobee, il pilota Michael J. Smith alla sua prima missione sullo Shuttle, Judith Resnik, Ellison Onizuka, Ronald McNair, Greg Jarvis e Christa McAuliffe, un'insegnante che avrebbe dovuto inaugurare con il suo viaggio il nuovo progetto "Teacher in Space".

Per fare chiarezza sulle cause della tragedia venne costituita una commissione d'inchiesta, di cui faceva parte anche il celebre fisico Richard Feynman. La causa dell'esplosione fu identificata in un errore di progettazione dell'O-ring (una guarnizione circolare in gomma) di giunzione dei segmenti dei razzi. Se il clima fosse stato mite il destino dell'equipaggio sarebbe stato completamente diverso, perché con tutta probabilità non si sarebbe verificato l'incidente. Invece come accennato faceva freddo, e la temperatura compromise l'elasticità della giunzione, con quello che ne seguì.

Ecco uno dei motivi dei controlli maniacali, della necessità di verifiche lunghe, complesse e a volte estreme che vengono fatte oggi. Un'eredità che non rende vano il sacrificio dell'equipaggio del Challenger, e che faremmo bene a ricordare anche fra altri 30 anni.

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