The Cell, un film che è meglio di quel che pensate

The Cell, l'Arte nella mente del mostro

retrocult

Nota del curatore. Spesso, troppo spesso in effetti, la critica di un film si ferma a una fantomatica originalità narrativa. Che si tratti di commenti in calce agli articoli o degli articoli stessi, i loro autori in genere mostrano attenzione solo verso quell'aspetto che, paradossalmente, è uguale a sé stesso da secoli, probabilmente millenni.

Se guardato così The Cell non meriterebbe alcun elogio, ma per fortuna il cinema può essere anche qualcos'altro. Un film è senz'altro erede del teatro, e in quanto tale non possiamo far finta che la messa in scena non sia un elemento fondamentale.

Saw Lenigmista 1[1]

Se capita, poi, che un film abbia anche pretese artistiche allora siamo obbligati a considerarne il simbolismo, a soppesare il modo in cui un'opera artistica parla alle altre opere, ne fa strumento e dialogo. Ecco, aggiungendo questi elementi si può capire allora perché un film come The Cell sia del tutto meritevole per il suo valore di per sé. E se guarda con ancora un po' più di attenzione, si vedrà come questo film sia un precursore di titoli che più o meno tutti hanno amato, come Saw, o Self/Less dello stesso regista, o ancora Hostel e molti altri. Persino lo spettacolare Mad Max: Fury Road potrebbe avere qualche piccolo debito con The Cell. Tutte ragioni più che sufficienti per parlarne in Retrocult.

La trama

 

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Il film racconta della caccia a un serial killer (Vincent d'Onofrio), che rapisce e uccide giovani donne secondo un rituale preciso. Le vittime vengono rinvenute dalla polizia dopo essere state affogate e sbiancate chimicamente in un bagno di candeggina.

Dopo l'ultimo rapimento l'assassino viene identificato come Carl Rudolph Stargher, ma il sospettato è presto trovato in casa sua in coma irreversibile. L'ultima ragazza però è ancora viva da qualche parte e prigioniera in una stanza ermetica (la cella del titolo) che presto si riempirà d'acqua fino ad annegarla.

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Scatta quindi una disperata corsa contro il tempo nella quale l'agente speciale Peter Novak (Vince Vaughn) coinvolge la psicologa infantile Catherine Deane (Jennifer Lopez) - su questo personaggio troviamo una traduzione imbarazzante, che per qualche ragione la trasforma in "assistente sociale".

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Catherine fa ricorso a un macchinario sperimentale - il dettaglio fantastico del film - che permette di entrare nella mente dei pazienti e interagire con loro, in un ambiente virtuale, non troppo diverso concettualmente da ciò che avevamo visto in Matrix solo l'anno prima.

Non so voi, ma se io dovessi scegliere tra un film che forse feticizza la violenza ed è anche bello, e un film che senz'altro feticizza la violenza e sembra girato su pellicola fatta di sterco di cane, non ci metterei molto a scegliere.

Tim Brayton -Alternate Ending

Funziona anche se il soggetto è in coma, e inizia così un viaggio nella mente del serial killer, attraverso scenari surreali e simbologie psicanalitiche, alla ricerca del luogo dove la povera ragazza è stata rinchiusa dal suo carnefice.

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La trama del film si svolge in maniera semplice, le scene del mondo reale scorrono come ci si aspetta che scorrano, quasi fossero un estratto degli accadimenti funzionale al viaggio nel subconscio del criminale. Anche i personaggi, seppur ognuno con un proprio background, hanno un taglio poco originale, quasi ripreso da archetipi già visti in altri film - in questo senso The Cell è senz'altro un erede de The Silence of The Lambs.

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Semplice e lineare, sì, ma non banale. The Cell trova i suoi punti di forza nell'impatto visivo potente e particolare: non tanto per gli effetti speciali, ma per la scelta estremamente curata e ricercata di scenografie, costumi, trucco e fotografia, elementi che hanno portato numerose nomination in differenti concorsi e un MTV movie award.

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