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10 anni fa ho cavalcato nel west

10 anni fa avevo ancora la Xbox 360 e la PlayStation 3. 10 anni fa correvo fuori da scuola con mio padre e il mio migliore amico, pronto ad andare in negozio ad acquistare quello che sarebbe stato, col senno di poi, un capolavoro indimenticabile. 10 anni fa ho comprato Red Dead Redemption, 10 anni fa ho cavalcato nel west.

Sono sempre stato appassionato dei western, adoro i film di Sergio Leone: la Trilogia del dollaro, Giù la Testa e tutti quei prodotti d’intrattenimento in cui l’atmosfera tipica del west è preponderante come The Mandalorian, Westworld e la maggior parte dei film di Tarantino.

A livello videoludico non sono mai rimasto pienamente soddisfatto dal genere. Adoravo Desperados – attendo con trepidazione il terzo capitolo – e ho amato GUN, un titolo forse fin troppo sottovalutato. Nonostante tutto, Red Dead Revolver non mi faceva impazzire e la serie Call of Juarez aveva uno stile non adatto alle mie corde, sottolineando il fatto che era comunque buon prodotto.

Capite bene che quando ho scoperto che Rockstar Games – Rockstar Games San Diego – gli ideatori di Grand Theft Auto, stavano lavorando al seguito di Red Dead Revolver in versione open world, sono completamente impazzito. Soltanto l’idea di poter cavalcare liberamente tra le praterie, fare risse in un saloon e riscuotere taglie, mi ha dato la testa. Ricordo che l’acquisto è stato assolutamente automatico, senza dubbi e senza esaltazione; sapevo che il gioco non sarebbe mai stato, qualitativamente parlando, al livello di un qualsiasi GTA. Quanto mi sbagliavo.

Red Dead Redemption è stato, senza ombra di dubbio, uno dei cinque giochi migliori della scorsa generazione per quanto mi riguarda. Una delle esperienza più complete e narrativamente coinvolgenti che io abbia mai visto, forse un nuovo punto d’inizio per le produzioni Rockstar, ma anche un tassello fondamentale per i videogiochi del domani.

Non era soltanto un GTA a cavallo, era un prodotto fortemente distaccato, più maturo, più introspettivo, forse nemmeno così mass market come poteva sembrare inizialmente. La cupa vicenda di John Marston è un colpo al cuore; già dalle prime fasi si intuisce l’andamento di una storia destinata al peggio, in un’epoca dove tutte le convinzioni sono cambiate e il concetto di legalità si fa mano a mano più importante. Un’epoca dove il moderno sta lentamente sostituendo il passato e la società è pronta a reprimere qualsiasi tipo di libertà illegale. Siamo all’alba degli nuovi Stati Uniti d’America, l’alba del nuovo processo “tecnologico” con macchine a motore e mitragliatrici rotanti.

Non c’era la volontà di uccidere e nemmeno quella di fare del male. Marston era un protagonista obbligato a fare ciò che gli veniva chiesto per salvare la sua famiglia, minacciato dalle stesse persone che si erano a lungo definite “portatori della legge”. I suoi dialoghi non erano quasi mai felici, la sua voce mai arzilla. Era un uomo stanco, impotente che sognava una vita tranquilla dopo anni di tradimenti e sofferenze. Anche i personaggi che lo incontravano non potevano fare altro che affezionarsi a lui. I suoi occhi e le sue cicatrici raccontavano di un passato tormentato, ben lontano dalle classiche storie di razzie e assalti al treno, un passato che abbiamo imparato a conoscere con Red Dead Redemption II.

E mentre viaggiavo tra Stati Uniti e Messico, dinanzi a me praterie infinite, silenziose, ma allo stesso tempo pericolose. Tra il fruscio del vento intento a muovere le prime balle di polvere, i colpi di fucile in lontananza e i temibili animali pronti ad attaccare, il mondo di Red Dead Redemption era immersivo, vario e dinamico. Una situazione normale poteva diventare imprevedibile, una persona in cerca di aiuto poteva dimostrarsi un pericoloso bandito, un luogo nascosto poteva invece essere in realtà una trappola. Non c’era mai modo di saperlo, bisognava far fronte solo e unicamente al proprio istinto.

E tra una pausa e l’altra non c’era nulla di meglio che giocare a poker, provare a infilare tre ferri di cavallo di fila – ci sono riuscito una volta – o vincere al gioco delle cinque dita. Nonostante le ore, nonostante la quantità di cose da fare, prima o poi arrivava la fine, quella fine. Quella che ti distrugge dentro e ti trasforma il gioco in un prodotto eccezionale, un capolavoro. Un finale destinato a tormentare milioni di giocatori, esaltato dal silenzio e dalla violenza. Un finale che ho sempre saputo, sarebbe arrivato, anche se non ci ho mai voluto credere.

E dopo alcune lacrime versate, alcune musiche meravigliose udite, non restava che richiamare gli amici, quelli di un tempo che ancora oggi cavalcano al mio fianco sul secondo capitolo. Il multiplayer di Red Dead Redemption è forse l’esempio di online open world libero più concreto della passata generazione. Ti connettevi, facevi la tua banda, svolgevi missioni e salivi di livello. Ti fermavi un attimo, giocavi a poker, cavalcavi ancora. Ad oggi tutto questo potrebbe sembrare ripetitivo, in realtà ci si divertiva ed erano momenti di puro svago collettivo, momenti che non sono sicuro torneranno tanto facilmente in futuro.

Di una cosa sono sicuro. Red Dead Redemption è una pietra miliare del videogioco, una di quelle avventure indimenticabili che ti entrano nel cuore e faticano ad andarsene. Un titolo moderno ancora oggi, narrativamente impressionante da quanto maturo e avanti con i tempi. Coinvolgente, emotivamente travolgente. Che abbiate apprezzato o non il secondo capitolo, il viaggio di Red Dead Redemption è qualcosa che dovreste percorrere a prescindere. Almeno una volta.

10 anni fa ho cavalcato nel west. 10 anni fa usciva Red Dead Redemption.