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2077, ma il cyberpunk non doveva essere morto?

Per molte persone, fino a qualche anno fa il cyberpunk era un genere morto e sepolto. In tanti – fan compresi – avevano accettato che l'ondata a tema fantasy capitanata dalla serie televisiva Game of Thrones sarebbe stata la nuova "moda". Per fortuna degli amanti del buon vecchio sci-fi, i rami di questo fantastico filone narrativo sono tutt'altro che secchi, e anzi hanno fiorito tra le migliori opere degli ultimi anni.

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Se tutti (ma proprio tutti) avevano dubbi sul seguito del film cyberpunk più famoso di sempre, Bladerunner 2049 è riuscito a farsi strada oltre le scontate e logiche critiche, proponendosi non solo come un film di ottimo livello, ma anche come potenziale cult, cosa che tuttavia scopriremo essere vera o falsa solamente tra un bel po' di anni. La "nuova rivoluzione" cyberpunk in ambito videoludico è chiaramente capitanata da 2077, titolo annunciato da ben 6 anni che è riuscito a crearsi attorno un'aura misitca che pochi videogiochi hanno saputo generare.

Un brevissimo teaser trailer, ormai entrato nella leggenda, è bastato ad accendere le speranze al neon di milioni di fan, che vedono il titolo di CD Projekt RED come erede spirituale di almeno una decina di videogiochi degli anni 90. Un altro – sempre brevissimo – trailer è ovviamente bastato a spezzare a metà pubblico e critica, mostrando al mondo quello che Cyberpunk 2077 è, e dovrebbe essere: qualcosa di nuovo, qualcosa di non scontato, e qualcosa che non faccia per forza l'inchino ad un genere che compirà a breve sessant'anni.

Le radici del cyberpunk come genere letterario e ramo della science-fiction sono profondamente radicate nella New Wave science fiction, corrente di pensiero che cerca di slegarsi dalla limitante accuratezza scientifica ricercata nel pulp, per dedicarsi ad una scrittura definita soft non tanto per i contenuti quanto più per la ricerca di una costruzione meno patinata e più, se così si può dire, sporca.

"the props of SF are few: rocket ships, telepathy, robots, time travel…like coins, they become debased by over-circulation." Harry Harrison 

Se per moltissime persone il vero padre fondatore del genere è William Gibson, tale attribuzione, pur non essendo errata, risulta certamente incompleta. In questo senso il cyberpunk non nasce da un'unica mente, ma è l'incontro di anni di sperimentazioni sul genere messe in atto dal movimento stesso, che funge da culla a quello che sarà uno dei rami della fantascienza più importanti di sempre. 

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Certo rappresentare il duello tra cyberpunk e fantascienza pulp come uno scontro tra Asimov e Gibson è sicuramente poetico, ma a volte – come insegna proprio il cyberpunk – la realtà è meno poetica, eppure non per questo poco affascinante. Capolavoro del leggendario William è sicuramente il Neuromante, primo capitolo de "La Trilogia dello Sprawl", che getta sostanzialmente le basi per il cyberpunk come siamo abituati a pensarlo.

Con un mondo incredibilmente complesso e vivo, Gibson pone il lettore di fronte alla prima vera difficoltà del cyberpunk: il suo essere alieno. Immaginate nel 1984, anno d'uscita del Neuromante, di trovarvi di fronte ad un incipit che in cinque righe vi fa leggere almeno un paio di termini che non avete mai sentito prima, e che non potete capire.

Il cielo sopra il porto era del colore di uno schermo televisivo sintonizzato su un canale morto.

— Non è che mi faccio — disse qualcuno mentre Case si faceva largo a spintoni tra la calca per infilarsi dentro il Chat. — Solo che all'improvviso il mio corpo ha una drastica carenza di droga. — Era un accento da Sprawl, in una delle espressioni più tipiche dello Sprawl. Il Chatsubo era un bar per espatriati di professione: potevi andarci a bere per una settimana di seguito senza mai sentire due sole parole in giapponese.

Intelligenze artificiali, cyberspazio, città che si estendono a perdita d'occhio accavallandosi come cavi di un computer. Nel cyberpunk la società non viene più vista con un occhio al suo insieme o dall'alto, ma proprio dai bassifondi che la contraddistinguono. Non solo luci al neon e musiche col synth, ma un nuovo modo di intendere il genere fantascientifico, che come tutte le correnti letterarie, vuole prima di tutto essere una forte espressione del pensiero dell'autore, senza ridursi ad una serie di cliché.

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Se non sapete da dove cominciare con il cyberpunk, la Trilogia dello Sprawl è la scelta migliore.

Con l'avvento di 2077, comparso come un miracolo all'E3 2018, abbiamo potuto ammirare tutti la fondamentale potenza del genere scelto da CDPR per il suo nuovo titolo. Abbiamo potuto finalmente ammirare Night City, luogo dove saranno ambientate le nostre avventure, e probabilmente vera protagonista del gioco. Se in ogni genere la costruzione del mondo è importante, nel cyberpunk risulta ancora più fondamentale, ovvio merito della sua impostazione di base: come è possibile mostrare una società che – per quanto fittizia – risulti realistica, senza costruirla su delle solide basi?

Se fino a questo momento i due più grandi rappresentanti del genere all'interno dei videogiochi erano sicuramente stati System Shock (leggendario precursore di BioShock) e Deus Ex, a questo già solidissimo duo andrà probabilmente ad aggiungersi anche 2077. Ispirato al gioco di ruolo Cyberpunk 2022, a sua volta costruito sulle basi del racconto Hardwired (1986) dello scrittore Walter Williams. Le contaminazioni – positive – che il titolo di CDPR ha già subito nel corso della produzione si misurano facilmente, mostrate senza remore tramite le mega-corporazioni che controllano il mondo e nel tocco orientale

Chi è avvezzo al genere (o semplicemente si è goduto il fantastico telefilm Firefly) ben saprà che nel cyberpunk oriente ed occidente tendono spesso a mischiarsi ed influenzarsi. Vedere come l'azienda polacca, che ci ha abituati alla perfetta ri-costruzione del mondo dello strigo, se la caverà buttandosi in un genere diametralmente opposto, è tra le cose più ci hanno messo curiosità negli ultimi anni.

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L'estetica di Cyberpunk 2020 e 2077 a confronto. L'ambientazione di CDPR sarà un capolavoro come lo è stata quella del mondo di The Witcher?

Ma a cosa è dovuta l'apparente rinascita di un genere che sembrava essersi perso negli anni? La verità è che – probabilmente – il cyberpunk non è mai morto, e come i personaggi delle sue storie ha semplicemente subito, innesto su innesto, un'evoluzione che l'ha reso diverso da quello che era in origine. Passando da anime come Ghost in the Shell e Akira, per arrivare poi alla trilogia di Matrix, il genere è cambiato, modificando il suo stilema estetico in maniera così subdola da far sparire nello spettatore l'idea di star vedendo del cyberpunk.

Se da una parte film come Bladerunner 2049 e Ghost in the Shell sono evidenti tentativi di rivitalizzare il genere, dall'altra non è facile tenere traccia di tutte le opere cyberpunk che negli anni hanno contribuito a tenere vivo un filone narrativo fondamentale per la fantascienza. 

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Mr. Robot, non si direbbe cyberpunk, vero? Se anche le definizioni lasciano il tempo che trovano, lasciatemelo dire: Mr. Robot è una delle opere più cyberpunk degli ultimi anni. Mega-corporazioni, hacking, un tocco di fantascienza, l'influenza negativa di social media e tecnologia, oltre che l'alienazione dell'individuo. Quella che per molti è una serie fondamentalmente drammatica, in realtà esprime concetti estrapolati dal filone narrativo del quale stiamo parlando, e così anche una miriade di titoli indie, anime come il recentissimo Psycho Pass e serie televisive (sì, stiamo parlando di Altered Carbon).

In questo senso viene da chiedersi se al genere serva una parte fantascientifica per sopravvivere. Essendo nato dalla già citata New Wave, per molti anni il cyberpunk è stato automaticamente inglobato da un suo sotto insieme. Si potrebbe quindi affermare che non solo il cyberpunk può esistere senza una componente sci-fi, ma che anzi esso ne sia assolutamente indipendente. È doveroso quindi distinguere tra due filoni molto vicini, ma ben separati.

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Apparentemente molto diversi, i due protagonisti hanno in realtà moltissimo in comune.

Anche 2077 probabilmente affonderà le sue radici nei temi portanti del genere, e senza essere per forza di cose una rivoluzione all'interno del filone narrativo, potrebbe comunque porre la ciliegina sulla torta a una "rinascita" che non sembra volersi arrestare. Coloro che hanno criticato il trailer del titolo CD Projekt, farebbero probabilmente meglio a riguardarlo un altro paio di volte, ma soprattutto a ricordare che, anche se il cyberpunk è inquadrato spesso e volentieri soprattuto per la sua forte estetica, quella è solamente la punta dell'iceberg, l'importante si trova proprio sotto la superficie, ed è in continua evoluzione.


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