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Capcom ha sempre due assi nella manica, ma vorremmo vederle giocare anche altre carte

A quanto pare Capcom l’ha fatto ancora. Resident Evil Village, il nuovo capitolo della serie survival horror, è stato accolto in maniera entusiasta dalla critica internazione (qui potete leggere la nostra recensione, curata da Andrea Maiellano) e sta riscuotendo uguale apprezzamento tra i giocatori. Village è la sintesi perfetta tra le dinamiche e le atmosfere del quarto capitolo e le innovazioni del settimo: Ethan Winters, il protagonista, si muove tra gli inquietanti vicoli e le derelitte case di un villaggio afflitto dall’angoscia e dalla disperazione e tra altre, terribili ambientazioni, e anche se ha molte più possibilità a sua disposizione (tradotto: bocche da fuoco) è comunque soverchiato da un orrore che la visuale in prima persona rende ancora più opprimente.

Quale possa essere la direzione che il prossimo capitolo intraprenderà (gli sviluppatori hanno spesso ventilato l’ipotesi che Village possa essere il secondo capitolo di una trilogia) non ci è dato saperlo, ma sappiamo invece, bene, da dove esso proviene, ovvero dal suo diretto prequel. Resident Evil 7 biohazard ha rappresentato per la serie una sorta di ritorno alle radici del survival horror e, soprattutto per quanto riguarda la sua prima metà, è un titolo angosciante, opprimente, spaventoso, capace tanto di schiacciare il giocatore con la pesantezza delle sue atmosfere quanto di farlo saltare per aria attraverso momenti studiati alla perfezione. Non una rivoluzione, quindi, dato che questi erano anche gli ingredienti dei primissimi capitoli, ma di certo un netto cambio di direzione rispetto alle dinamiche e ai contesti più action del quarto, del quinto e del sesto. Ci voleva comunque coraggio per operare una simile scelta (o anche solo per decidere di implementare la visuale in prima persona), e Capcom l’ha avuto. Uno, ma non l’unico, dei tanti modi attraverso i quali la compagnia giapponese ha dimostrato di essere ancora fresca e vitale, forse in uno dei suoi migliori momenti, da vari anni a questa parte.

Fin troppo facile prendere Monster Hunter: World come ulteriore dimostrazione di ciò, ma il fatto che la serie non abbia praticamente mai avuto la benché minima defaillance quasi nasconde quanto Capcom abbia lavorato nel renderla più accessibile e universale. Monster Hunter non ha mai praticamente avuto un basso dal quale risalire, i suoi capitoli si sono sempre attestati su livelli di quasi eccellenza assoluta ed era quindi persino più difficile elevarsi ulteriormente. Per un decennio buono, praticamente dalla pubblicazione di Tri, è stata la serie alla quale Capcom si è ancorata nei momenti di maggiore difficoltà, quella che ha consentito alla compagnia di giapponese di conservare il proprio appeal anche in momenti non particolarmente felici dal punto di vista produttivo. C’era anche il rischio di sbagliare con World, di stravolgere la saga e di perdere quel così prezioso appiglio.

E invece, un altro successo. Tutta quelle serie di novità atte a rendere più facilmente fruibile, ma non per forza di cose più facile, la vita dei cacciatori hanno decisamente rinfrescato la facciata di un impianto di gioco comunque, nella sua struttura, inalterato. 17 milioni di giocatori non possono sbagliarsi e World è, al momento, il gioco più venduto di sempre nella storia di Capcom. Poi magari non sarà il Monster Hunter perfetto, quello probabilmente lo diventerà Rise quando ne sarà pubblicata l’espansione, che diamo per assolutamente scontata. Già, Monster Hunter Rise, un’altra robetta che prima ha colto il plauso della critica, poi si è messa a viaggiare a ritmi persino superiori a World, con i sette milioni di copie nel mirino, a un mese e mezzo dalla pubblicazione (ed essendo arrivato su di una sola piattaforma, Nintendo Switch).

Resident Evil e Monster Hunter sono quindi gli assi nella manica di una Capcom che ormai da anni quasi non ne sbaglia una. Ovviamente non ci siamo scordati del sontuoso remake di Resident Evil 2, così come di quello del terzo, molto meno azzeccato e forse l’unico mezzo passo falso della compagnia negli ultimi cinque anni. Ma da bravi giocatori, ovviamente, siamo incontentabili, e vorremmo vedere qualcosa in più, ci piacerebbe se ci fosse una maggiore varietà nelle produzioni della compagnia. Street Fighter meriterebbe un approfondimento a parte, perché non deve più essere usato come spillasoldi, uscendo praticamente in beta e con triliardi di contenuti aggiuntivi a pagamento, e oltre al suo quinto capitolo l’unico gioco di una certa portata realizzato da Capcom nell’ultimo lustro è stato il meritevole Devil May Cry V.

Siamo ben consapevoli che epoche d’oro come i primi anni novanta non torneranno più, sarebbe del tutto irragionevole aspettarselo. Costava meno sviluppare videogiochi, il centro dell’industria era ancora il Giappone e si poteva lavorare con un’agilità che oggi non è più contemplabile per le produzioni di alto livello, ma fa lo stesso impressione pensare, per esempio, che nello stesso anno, il 1991, Capcom pubblicò Captain Commando, Knights of the Round, Street Fighter II, Super Ghouls ‘n Ghosts, The King of Dragons e altri giochi ancora. Però ecco, se lavorasse per riportare in vita, senza l’assillo di una serialità assidua, Viewtiful Joe, Onimusha, Breath of Fire, Darkstalkers, Mega Man X, Dead Rising e quante altre IP si potrebbe ancora nominare, arriverebbe ad avere un’offerta e una varietà pazzesche. È estremamente improbabile che accada, ma quel tesoro di personaggi, immaginari e generi non può andare perduto.

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