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PlayStation 4

Code Vein Anteprima, di anime perdute e sangue

Dopo mesi di latitanza, Code Vein torna in una veste totalmente nuova rispetto al passato: scopritelo nella nostra anteprima!

Premessa: immagini e video fanno riferimento alla vecchia build di Code Vein, non essendo per il momento disponibili asset della nuova versione.

Dopo nove mesi circa di assenza dal panorama videoludico, forse non sono in molti a ricordare un certo Code Vein: il gioco sviluppato internamente da Bandai Namco è stato presentato nella primavera del 2017 e lo si poteva riassumere, almeno nelle premesse, come un soulslike in versione anime con i vampiri. Una premessa che può sembrare quasi caricaturale e non giocare a suo favore, ma c’erano degli elementi di potenziale interesse nel gioco; qualcosa però non deve essere andato nel verso giusto perché, prima di cadere in un limbo, le demo messe in prova principalmente alle fiere parlavano di un prodotto molto legnoso, poco chiaro nel suo sviluppo e con una direzione se possibile ancora più incerta.

Per questo, dal lancio previsto per la scorsa estate si è passati a un più fumoso 2019 e se qualcuno ha memoria di come fosse il gioco nel 2018, prenda tutto, lo accartocci e lo butti nel cestino quanto prima: l’hands on al quale abbiamo preso parte negli uffici di Bandai Namco a Milano ci ha raccontato una storia diversa e soprattutto molto più convincente.

Code Vein non conserva più nulla di come ci si era presentato, fatta eccezione per quello stile grafico tipico della serie God Eater (non a caso Bandai Namco Studios si è occupata anche del suo sviluppo, assieme a Marvelous e Shift) che sotto certi aspetti non permette grossi passi avanti in termini visivi. Detto ciò, finalmente abbiamo più chiaro di cosa parla Code Vein: in modo non troppo dissimile da quanto narrato in God Eater 3 con le “Oracle Cell”, una calamità conosciuta come Rovi del Giudizio si è abbattuta sul mondo, azzerando la civiltà e trasformando le città in vere e proprie tombe a cielo aperto. I pochi sopravvissuti sono vampiri, aggregati in una società segreta chiamata Vein: non ne conosciamo le origini, sappiamo però che i poteri sovrannaturali di cui dispongono – i cosiddetti Doni – richiedono un tributo di memoria e sangue, una brama che se non tenuta sotto controllo li porta inevitabilmente alla perdizione. Per i Corrotti non c’è possibilità di redenzione, perché la sete di sangue ha avuto la meglio sul loro raziocinio, la sola soluzione è eliminarli e anche di questo si occupano i Redivivi membri di Vein.

Le gerarchie non sono ancora chiare ma come in ogni società c’è un vertice al potere e una base che può soltanto sottostare agli ordini: nello specifico, raccogliere le Perle di Sangue, fonte di sostentamento e sopravvivenza prodotta da particolari alberi che escono dal terreno. Dal basso di questa catena alimentare comincia anche il nostro neonato protagonista, muto come la tradizione vuole e altrettanto tradizionalmente destinato a essere qualcosa di più di un semplice Redivivo. Essendo un JRPG, Code Vein mette a disposizione un editor dei personaggi che abbiamo trovato decisamente profondo rispetto alla media, persino più di God Eater 3: dopo aver selezionato il sesso del nostro personaggio, il gioco ci mette a disposizione sia dei preset che, anche in questo caso, si dimostrano ben realizzati a confronto di quanto spesso ci è capitato di vedere ma anche piuttosto diversificati fra loro; ne abbiamo contati circa trenta sia per i personaggi maschili sia per quelli femminili. Se non volete spendere ore e ore a creare un eroe ex novo, potete cominciare da una delle valide basi offerte e aggiungere il vostro tocco.

Lo stesso tutorial, totalmente assente nelle precedenti demo, si prende il giusto tempo per spiegarci un sistema di combattimento che si ispira ai soulslike ma non si limita a esserne una copia carbone dimostrandosi anzi particolarmente stratificato. Non entreremo troppo nel dettaglio, rimandando osservazioni più approfondite per la recensione, ma di base la nostra condizione di Redivivo speciale (qualunque essa sia) permette il passaggio da una classe all’altra a piacere selezionandola dal menu di gioco e sostituendola con quella attuale: non sappiamo quante siano in realtà, solo nella demo ne abbiamo ottenute sei tutte diverse fra loro. Dal Berserker al Ranger, dal Caster al Fighter, ciascuna di queste influenza il rendimento e le statistiche ma la versatilità del nostro personaggio ci permette con un po’ di pratica di passare dall’una all’altra, se non nel bel mezzo del combattimento, durante l’esplorazione e in generale nelle fasi più “tranquille” di gioco per far fronte ai numerosi tipi di nemici che cercheranno di eliminarci. Ogni classe ha anche delle restrizioni in termini di armi ed equipaggiamenti che si possono utilizzare, questo però ci deve spingere a sbarazzarci di quelle che riteniamo inutili perché potrebbero rivelarsi invece essenziali in futuro.

Altro elemento interessante del gioco sono gli abiti che il personaggio indossa, anch’essi capaci di bilanciare più o meno statistiche ma soprattutto legati indissolubilmente al parry. A differenza di Dark Souls, ed è solo la prima, questa meccanica non è demandata allo’arma che stiamo impugnando ma all’abito che indossiamo: si tratti di una giacca o di un lungo cappotto, a ognuno è legato uno specifico tipo di parry differente tanto nell’animazione quanto nella velocità di esecuzione ed eventualmente recupero in caso di fallimento. Ad esempio ho trovato un giaccone lungo che sfruttava un aculeo per il parry ma era rischioso dati i tempi di recupero dilungati, mentre la giacca corta ottenuta più avanti si basava sull’evocazione di un artiglio molto più rapido. Considerando la potenza di questi contrattacchi, è interessante la scelta che viene offerta al giocatore fra l’equipaggiamento migliore in termini di statistiche e quello invece più efficace se ci si vuole affidare quasi esclusivamente al parry.

A fare da altro discrimine nella gestione del personaggio e delle classi ci sono i Doni: si tratta di abilità specifiche per la singola specializzazione, mappate sulla combinazione di R1 più pulsanti frontali, che consumano Ichor (l’equivalente del mana, dei punti azione o qualsiasi altra terminologia analoga) e possono essere padroneggiate per renderle accessibili a tutte le altre classi tramite eredità. Infine, a distanziare ancora di più Code Vein dalla nomea di “clone anime di Dark Souls” troviamo il sistema di progressione del personaggio: a differenza della serie di Miyazaki, ciascun nuovo livelo distribuisce in autonomia (previa interazione con dei cristalli che operano esattamente come i falò di Dark Souls) l’aumento delle statistiche in base al tipo di classe equipaggiata in quel momento. Ciò significa che possiamo spaziare da una all’altra a seconda delle nostre necessità per sperimentare gli effetti ottenibili sulla crescita del personaggio, magari mantenendo una nostra classe preferita ma andando a “rubare” alcuni aspetti da tutte le altre. Questo lascia intendere come la profondità del gameplay sia nettamente diversa rispetto a quanto visto nel 2018 e porta il nuovo titolo di Bandai Namco su una strada potenzialmente interessante.

Tutti gli altri aspetti, dall’esplorazione al combattimento di per sé, ricordano i titoli From Software e in generale saranno familiari a chiunque abbia dimestichezza con JRPG/RPG. Code Vein può essere giocato sia offline con il supporto di una IA, va riconosciuto, piuttosto ben gestita, oppure online assieme agli amici e quando si è in gruppo – o anche solo in coppia – la differenza è notevole. Persino sotto il controllo del computer un alleato può essere il tassello chiave tra sconfitta e vittoria, nonché il vostro salvavita perché vi darà la possibilità (una sola però) di tornare in vita se doveste morire, offrendovi parte della sua. Un vantaggio di cui non bisogna abusare e che in un certo senso ricorda Sekiro, con la differenza che dovete essere in compagnia di qualcuno per approfittarne.

Nel complesso, Code Vein convince di sicuro rispetto alle vecchie build sotto l’aspetto generale della struttura grazie a un gameplay più solido e stratificato, ma non esalta l’aspetto grafico per il quale si dovrebbe prendere in considerazione l’idea di distanziarsi dall’estetica alla God Eater 3 e simili. Posto questo, il gioco è davvero un mondo a parte rispetto a quanto eravamo stati abituati a vedere e non vediamo l’ora, per rimanere in tema, di affondare meglio i denti per capire fino a che punto questo “nuovo Code Vein” riuscirà a convincerci.

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