Editoriale

Cyberpunk 2077 ha cambiato il mio modo di approcciare il mondo di un RPG

Non è mai successo, nella mia ormai lunga carriera da videogiocatore, che in un gioco di ruolo occidentale non mi facessi guidare dalle mie convinzioni morali. Baldur’s Gate, Icewind Dale o Mass Effect, giusto per citarne alcuni, li ho tutti vissuti attraverso le mie personalissime concezioni di cosa sia giusto e sbagliato, in termini assoluti (perché è vero, le scale di grigio sono infinite, ma credo ancora che esistano il bianco e il nero) così come nelle singole situazioni.

Non ho mai attaccato per primo, ho sempre cercato di essere d’aiuto ai personaggi non giocanti che incontravo, non ho chiesto ricompense da chi non poteva darmele, ho sempre rifuggito il male in ogni sua manifestazione. Quando ho intuito che una situazione avrei potuto risolverla in maniera non violenta ho sempre ricaricato un salvataggio ad essa precedente e quando in determinate situazioni non ho proprio potuto fare diversamente, magari perché non in possesso degli attributi necessari a evitare il bagno di sangue, ci sono rimasto sempre un po’ male.

Quando mi è stato possibile scegliere, in definitiva, sono sempre stato una versione infinitamente più buona e migliore di me stesso, intendendo proprio il me essere umano, sicuramente buono e genuino nel profondo, ma anche un po’ tormentato e a tratti irascibile. Se su molti giocatori ha sempre suscitato una certa attrattiva l’essere cattivi, l’indossare una maschera peggiore di quello che in realtà sono, per me è sempre valso il contrario. Se dovessi utilizzare il sistema di allineamento di Dungeons & Dragons per descrivermi, potrei essere un neutrale puro, i miei alterego digitali neutrali buoni o caotici buoni. Malvagi? Mai (e nemmeno legali, che noia!).

D’altronde in generale i sistemi di gioco e le narrazioni dei giochi di ruolo più o meno recenti reagiscono benissimo a una certa univocità nel proprio approccio, meno a personalità videoludiche più sfaccettate. Riuscire a valorizzare anche il dubbio, il tormento, l’indecisione o, semplicemente, l’assenza di una precisa bussola morale, se non la totale sfiducia riguardo l’esistenza del concetto stesso di morale, è a svariati livelli un compito estremamente difficile. Il successo della serie The Witcher sta anche lì, nell’essere riuscita a dare una dimensione ruolistica anche al conflitto.

Quando mi sono ritrovato praticamente a pezzi in una discarica della Night City di Cyberpunk 2077 (qui la nostra recensione), a metà tra la vita e la morte, ho capito due cose: la prima era che nelle prime ore dell’avventura mi ero comportato veramente come un ingenuotto (per non dire altro), la seconda che da lì in poi avrei fatto molta più attenzione a come mi sarei mosso. “No more mr. nice guy”, prendendo in prestito le parole di Alice Cooper.

È vero, a quel punto avevo già iniziato a impilare il mio mucchietto di cadaveri. Ma, giuro, non avevo potuto fare altrimenti. Illudendomi che qualcuno a Night City condividesse la mia bussola morale, avevo provato a far ragionare la gang dei Malestrom, che mi dovevano una certa merce perché questa era già stata pagata. Loro no, volevano che gliela pagassi un’altra volta. E io i soldi non li avevo, una tizia di una corporazione poco prima mi aveva persino offerto di prestarmeli, ma io avevo rifiutato, un po’ perché “ma no cara figurati ci penso io”, un po’ perché mi puzzava. Quando il caro Royce, il capo della banda, ha tirato fuori l’artiglieria ho dovuto fargli saltare il cervello, e farmi strada vomitando piombo tra i suoi sgherri. Legittima difesa. In tutte le altre situazioni mi ero comportato bene, stordendo i nemici, piuttosto che uccidendoli, ed esibendo una cretina sincerità con tutti i miei interlocutori.

Poi, la discarica, appunto. Nella quale, lo possiamo dire tranquillamente perché si tratta di un momento già mostrato dai trailer e collocato ancora nelle primissime ore della storia, si finisce comunque, non c’è scelta o approccio che la possa evitare. Parte della magia di Cyberpunk 2077 è restituire sempre al giocatore l’impressione che quasi ogni singolo avvenimento sarebbe potuto andare diversamente, anche quelli che invece sono del tutto prestabiliti. Sperimenterete anche voi il tradimento e andrete a far compagnia a elettrodomestici rotti, anche se fino a quel momento vi sarete comportati come i più scafati FDP.

Ecco, pur nel paradosso rappresentato dal non essere stato causato dalle mie azioni, quello è stato un momento definitorio. Lì ho capito che Night City mi avrebbe masticato fino all’osso e poi vomitato se mi fossi approcciato alla sua umanità fortemente individualistica senza costruire prima delle forti difese. Nelle prime ore avevo sperimentato una sorta di dissonanza dal mio V, così fortemente intenzionato a farsi un nome, e il mio modesto e un po’ timoroso io, un qualcosa che alla lunga avrebbe potuto diventare stridente in un gioco di ruolo, perché va bene i tre background tra i quali scegliere, le caratteristiche da personalizzare, l’inventario da costruire e tutto quello che rappresenta tradizionalmente lo schematismo classico dell’RPG, ma come si fa ad andare d’accordo con una protagonista che una propria personalità in realtà ce l’ha già?

Nel mio caso, ribaltando le prospettive. Non doveva più essere V ad assomigliare a me, dovevo esserlo io a lui, e così mi sono adattato. È vero, della gloria continua a fregarmene ancora veramente poco, e comunque cerco sempre di dare una mano a chi me lo chiede, ma sono diventato molto più spiccio e diretto, ho iniziato a guardare tutti con sospetto (tranne un paio di spettacolari personaggi femminili, perché rimango sempre un cretino di un maschio) e ho costruito una build che con il risolvere le cose a parole o privilegiando approcci più ragionati, che siano stealth o cibernetici, ha molto poco a che fare.

Ho finito con il creare, in definitiva, una versione videoludica molto più credibile di me, che non sono universalmente buono e positivo come i personaggi che ho interpretato altrove. Non stiamo parlando di chissà quale introspezione, chiariamoci, non sto riscoprendo me stesso attraverso il gioco di CD Projekt Red, semplicemente mi sento perfettamente a mio agio con il mio V, e questo è diventato presto uno dei motivi per i quali sto amando Cyberpunk 2077 incondizionatamente. Su PlayStation 4 standard, addirittura.

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