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Don’t look back in backlog

“Don’t look back in anger” cantavano nel 95’ gli Oasis.

Ed eccoci qui invece, nel 2019. Immersi in una modernità che ci regala ansie a più non posso. La frenesia di quest’esistenza potrebbe essere già più che sufficiente per mandare KO le più eroiche personalità transitate per la storia di questo pianeta. Vivere in questi tempi è davvero dura, e lo è ancor di più per chi, oltre alla solida schiera di libri + fumetti + film + serie tv decide di annoverare tra le sue passioni anche quella del videogioco. La desinenza del termine potrebbe erratamente ricondurre quest’attività ad una passione totalmente scevra da preoccupazioni o pensieri di sorta: in quanto gioco è naturale pensare all’attività come ad un passatempo votato allo svago e al relax. Nulla di più sbagliato. Per gran parte della community l’attività videoludica comporta stress e ansie che nemmeno un lavoro h24 solitamente comporta. Tralasciando l’attività in sé e per sé, è doveroso citare tra gli elementi di maggiore fattore degenerativo quello della gestione del backlog.

Quanto è grande il vostro backlog?

Per chi non è pratico del termine, il backlog è quella lista di titoli che per svariate ragioni un giocatore non è ancora riuscito a giocare, e che mette in una lista (fisica o mentale) di recupero, da cui poter pescare ciclicamente, o sporadicamente, al fine di non perdersi niente dei titoli usciti di suo interesse. Tutto più che giusto, un processo liscio e senza grinze, se non fosse che nella sua reale applicazione il bagaglio finisca per diventare una sorta di scadenziere ansiogeno, il cui peso non fa che aumentare con il passare degli anni e delle generazioni, creando un senso di colpa e di inadempienza tale da trasformare i videogiochi e l’attività videoludica in qualcosa di più simile ad una cambiale da pagare entro una data di scadenza precisa, pena il protesto a se stessi, e l’autodeclassamento morale a giocatori di serie B.

Ponendo per assunto il fatto che un backlog, coscienti o incoscienti della cosa, lo abbiamo tutti, questo articolo vuole darvi sia un momento di confronto con l’argomento, sia un consiglio, ricollegandoci proprio alla canzone citata ad inizio articolo. Cantatevela in testa se volete, se serve a rilassarvi all’uscita di un titolo per voi imperdibile o di fronte ad uno sconto del 70%. Seguite il consiglio: ragazzi, please, don’t look back in backlog.

Il backlog non è (ancora?) una malattia

Chiariamoci subito. Avere un backlog, o più che altro averne cura, non è un’attività sbagliata. Tutt’altro. La sua gestione accorta può essere sicuramente vista come un gesto di affetto e di amore incondizionato verso il medium videoludico. Siamo videogiocatori e, nel bene e nel male, sappiamo che siamo naturalmente portati agli estremi. Non per creare lotte di classe interne ed esterne, ma la passione che un giocatore mette nella sua attività è difficilmente comparabile con quella che una qualsiasi persona può arrivare a mettere in altri medium di intrattenimento, basti anche solo pensare al tempo che ci si finisce per dedicare. Questo, sempre sia nel bene che nel male, comporta molto spesso degli squilibri che vanno a creare delle piccole criticità nel confrontarsi dei vari aspetti che lo compongono, e che possono quindi trasformare un’attività piacevole e coinvolgente in una costante iniezioni di stress aggiuntivo. Avere un backlog è giusto, esserne in qualche modo condizionati in maniera ossessiva meno. 

Partendo nuovamente dall’assunto che non avere un backlog nel 2019 sia cosa letteralmente impossibile ci rende più semplice il tutto. Non bastasse un mercato di uscite isterico, l’aggiunta di servizi in abbonamento e giochi gratuiti regalati a destra e a manca non fa altro che rifocillare di continuo la nostra già corposa sacca. Non bastasse questo l’accessibilità gratuita a multipli game as a service fraziona ulteriormente la nostra quantità di tempo, e aumenta indirettamente “l’arretrato”. Un arretrato che non se ne andrà mai, mettiamocelo bene in testa. Non abbiamo abbastanza vite per giocare a tutto quello che la filiera produttiva sforna, e sfornerà. Siamo purtroppo (ancora) mortali, e quindi dobbiamo accettare che nella vita giocheremo solo ad un numero di giochi X su un numero di giochi Y. È naturale, non è una colpa, perlomeno fino a che non troveranno un rimedio a questa problematica condizione mortale.

“L’arretrato” viene inoltre sempre più difficile considerarlo come tale. L’epoca dei giochi con scadenza è fortunatamente stata superata da un bel po’. Grazie al considerevole aumento dell’importanza del mercato indipendente avvenuto nella scorsa generazione, la sensazione di giocare a qualcosa di “vecchio” si è sempre più affievolita. Siamo ormai stati abituati che i concetto di “vecchio” e “nuovo” sono abbastanza flebili (così non era nel passaggio Ps1&Ps2, per esempio), il fulcro dell’attenzione è concentrato sul gameplay e sul mantenimento della sua capacità di divertire di un titolo. Oltre a questo è venuta in soccorso una differenza di scarto tecnico fra i vari titoli sempre marcata, ma più morbida.

Se per trovare il bello in un gioco dell’epoca PlayStation (“bello” in termini assoluti) si richiedeva per forza un occhio cosciente del contesto di sviluppo a cui si era giunti, lo sviluppo grafico unito alla sempre maggiore attenzione investita nell’art design, già da una generazione ci consegna prodotti che il nostro occhio può considerare “belli”, soprattutto staccandosi dal contesto tecnologico di riferimento, ovvero, l’opposto. Possiamo apprezzare i giochi della scorsa generazione semplicemente spegnendo il nostro “rivelatore di n°K interno” o di qualità di texture per apprezzare semplicemente quanto ci viene portato su schermo, perché in termini estetici il livello raggiunto è già più che sufficiente; fortunatamente la rincorsa al fotorealismo non ha più lo stesso impatto sul pubblico che aveva nelle generazioni precedenti, e questo ci permette di mantenere “in fresco” il nostro backlog per più tempo. Riuscendo a distaccarci anche un minimo dai riferimento dettati dalle nuove uscite avremo la possibilità di rimanere affascinati dal gioco in questione quasi come lo saremmo stati al D1.

L’attimo fuggente

L’idea di dimenticarci del backlog deve esserci riportata alla mente tutte quelle volte in cui, all’uscita di un gioco, non ci sentiamo pronti per giocarlo, perché avevamo già altro di programmato in mente a cui giocare nello scadenziere della nostra lista. Nei videogiochi, e come in qualunque altra forma di intrattenimento, seguire l’ispirazione del momento è la parte fondamentale dell’attività stessa. Immergersi in un’opera, viverla al suo meglio, ha più dipendenze con il nostro stato d’animo che con la capacità del titolo di saperci portare a quello stato. Per quanto il contenuto rimanga assolutamente responsabilizzato in questo, fruire di un titolo “cazzone” mentre siamo portati dal nostro mood verso esperienze profonde non farà altro che farci vivere con attrito quel titolo, impedendoci di godercelo a dovere.

Come per quando si decide l’album o la playlist da mettere in play su Spotify, anche per i videogiochi l’importanza di assecondare il nostro “desiderio” del momento è fondamentale. Girando per internet o chiacchierando con i vostri conoscenti troverete tutti i diversi topoi di videogiocatore, da quello che si scadenzia i titoli per stagione, a quello che li gioca per ordine d’uscita, a quello che forsennatamente tenta di stare dietro ad ogni titolo con più di 8 in pagella, anche se il titolo in questione è di un genere di riferimento che gli comporta il voltastomaco. Non date retta alle loro ansie.

Sia per il vecchio sia per il nuovo, la sola legge che dovrebbe valere è quella di seguire quel che più ci interessa giocare a quel momento. E i motivi possono essere i più disparati: che sia per seguire il proprio mood del momento, o anche per motivi più futili come il partecipare alla “festa” dell’evento al D1 di un titolo tanto atteso, assecondate quell’istinto, assecondate quella pulsione, andateci a fondo. L’atto del videogiocare è lì che trova la sua pienezza, è lì che trova la sua nobiltà. Quando riusciamo ad immergerci in un contenuto cancellando completamente il mondo esterno e il nostro coinvolgimento arriva a trapiantarci dentro lo schermo, lasciando fuori da esso solamente i nostri occhi incantati. Uno stato che non si può raggiungere se in quel momento stiamo pensando a rispettare una scadenza.

L’importanza di avere un backlog

Dove sta dunque la vera importanza del backlog? Semplicemente nella sua capacità di darci una lista prefiltrata di titoli tra cui scegliere. Il backlog deve essere utilizzato come fosse un fantastico “menù”.

Alla stessa stregua di quando sediamo al ristorante e scegliamo la portata, l’importanza di avere un backlog ben alimentato è quella di darci la possibilità di scegliere un titolo di qualità, già prevalutato e giudicato nelle nostre corde, che in quel momento possa soddisfare il nostro bisogno. Menù che deve però sapersi far mettere tranquillamente da parte nel momento in cui “la novità” rapisce la nostra attenzione. Se così utilizzato il backlog, da elemento ansiongeno, può diventare un meraviglioso strumento con cui viaggiare avanti e indietro nel tempo, portandoci a vivere momenti diversi della storia dello sviluppo videoludico, aumentando indirettamente la nostra capacità di accettazione, e di immersione in qualunque contenuto.

Chi vi scrive ad esempio ora sta per iniziare “A plague tale” perché ha una voglia matta di scorrazzare fra topi ed appestati, e purtroppo non ha ancora giocato ad “Horizon”, il quale stagna nel suo backlog ormai da parecchio tempo. Ma è giusto così, non è ancora arrivato il suo momento. E nemmeno arriverà tanto presto, perché indirettamente chi vi scrive sente già l’incredibile bisogno di lanciare qualche incantesimo con le proprie mani, e quindi farà di tutto per trovare un vecchio Kinect solo per recuperarsi “Fable: Journey”. Il suo momento è evidentemente giunto.

Salite sopra i banchi, cogliete il vostro attimo fuggente videoludico. E se una vocina nella testa prova a dirvi di non comprare questo o quello ripensate a quella canzoncina, fatevela suonare in testa “but don’t look back in backlog, I heard you say”. Ah, e poi fatevi un favore. Già che ci siete però, ascoltatevi anche l’originale.