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Far Cry 6 sembrerebbe avere un grosso problema di identità

È stato con un evento digitale interamente dedicato al gioco che Ubisoft ha deciso di alzare il sipario su Far Cry 6, il prossimo capitolo della serie FPS di stampo open world. In realtà era già stato annunciato un anno fa circa, nel luglio del 2020, ma allora non ne era stato mostrato il gameplay, forse ancora in una fase troppo acerba, come sembrerebbe testimoniare anche il successivo rinvio della sua data di uscita dallo scorso febbraio al prossimo ottobre. Anche al netto dell’assenza di un qualunque spezzone giocato, però, il titolo era già stato capace di catturare l’attenzione, grazie ad alcuni elementi piuttosto interessanti evidenziati dai due trailer con i quali si era per la prima volta mostrato.

Già nei giorni precedenti al reveal dello scorso luglio di Far Cry 6, erano iniziati a circolare rumour riguardo la presenza del magnetico attore Giancarlo Esposito come volto dell’antagonista principale, e quando questi si sono tramutati in realtà in molti hanno accolto con estrema soddisfazione l’assegnazione di tale ruolo. Esposito sarà Anton Castillo, il dittatore dell’isola di Yara, intenzionato a riportarla alla precedente ma ormai perduta gloria e assolutamente disposto a tutto per farlo; tra lui e la sua missione, il giocatore, nei panni di un ribelle per la libertà, Dani Rojas: una premessa decisamente affascinante, soprattutto nella declinazione espressa dai primi due video del gioco, che ne avevano suggerito determinati toni e atmosfere.

Il magnifico trailer introduttivo di Far Cry 6 con il quale il titolo si aprirà, di grande impatto visivo, grazie a colori estremamente saturi e a una affascinante messa in scena, fa perno su certi elementi tipici dell’immaginario latino, e allora l’occhio di un coccodrillo, il simbolo di una natura potente ed eterna, assiste all’arrivo dei conquistadores, all’imposizione delle catene e alla violenza delle armi da fuoco. Elementi iconici, come una macchina d’epoca, un bicchiere di rhum, un ventilatore a soffitto, esprimono immediatamente e perfettamente l’identità di un’ambientazione riconoscibile, ma le immagini a essi successive ce ne danno il contesto: corrotto, opprimente, ineluttabile, nel quale la libertà è ridotta al rottame piegato e fumante di un carro armato.

Perché la libertà strangola le persone, che vanno salvate da loro stesse, anche con la violenza. Ce lo diceva nell’altro trailer proprio Anton Castillo, ma soprattutto lo diceva a suo figlio Diego. “Io sono El Presidente, tu sarai El Presidente” è una frase che con estrema efficacia fa capire quale sia la sua idea di potere, un potere che si trasferisce, che non viene delegato dal basso. L’ombra del padre si proietta sul figlio, mentre questo, incerto, si appresta a compiere quello che potrebbe essere il suo primo gesto di oppressione nei confronti del suo popolo. Non ci viene mostrato cosa accade, sicuramente perché uno degli elementi principali dell’intreccio narrativo sarà proprio l’evoluzione del rapporto tra i due, e chissà che il giocatore non possa avere al riguardo un ruolo rilevante.

In sostanza i primi due trailer di Far Cry 6 ne avevano dato una certa idea, sembravano collocarlo in una dimensione più drammatica rispetto ai predecessori. Di questa, però, non c’è assolutamente traccia nei video con i quali è stato svelato il gameplay del gioco, che anzi ne hanno esaltato l’anima caciarona e addirittura hanno proposto momenti di follia assoluta. Questo cambio così netto di toni ci ha lasciati straniti, spaesati riguardo la vera visione di Ubisoft dietro il titolo. È facile immaginare che nel prodotto finale troveremo una sintesi tra questi, ma è anche lecito interrogarsi riguardo l’effettiva fattibilità di tale operazione, perché molta è la distanza che separa quanto mostrato nelle due differenti occasioni.

Elementi e momenti decisamente sopra le righe fanno ormai parte del DNA di Far Cry, ne sono stati proposti in numero sempre crescente negli ultimi capitoli, e il quinto è perfettamente indicativo al riguardo. Incentrato sul tema del fanatismo religioso, raccontato in maniera efficace, Far Cry 5 si prendeva tranquillamente tante libertà tematiche, in maniera molto poco raffinata, esprimendo a tratti un’adorabile cafonaggine. Le missioni acrobatiche nei panni dello stuntman Clutch Nixon, “il più grande figlio di puttana della storia”, quelle nelle quali aiutare un folle a mettersi in comunicazione con gli UFO (con esiti sorprendenti), o quella nella quale procurarsi delle palle di toro, per organizzare la sagra del Festicolo, ne sono la prova. L’avventura ambientata nel Montana riusciva bene a coniugare la seriosità dei temi principali con la leggerezza delle sue bizzarre divagazioni; quella sull’isola di Yara non sappiamo ancora se ci riuscirà, dato che sembra aver alzato ancora di più l’asticella del caos e della stramberia.

Ci si fosse limitati a veicoli personalizzati nelle maniere più incredibili e armi realizzate con scatolette di sardine e vecchi motori non avremmo alcunché da ridire, e chiuderemmo anche un occhio sull’avere un coccodrillo come compagno ammaestrato (che è comunque già meno credibile dell’orso del quinto capitolo); la sequenza nelle quali Dani si esibisce in una coreografica scivolata, per poi accendersi un sigaro e spegnerselo sulla mano (perché?!) lascia un po’ interdetti, ma ci si passa sopra; sul letale lancia CD che suona la Macarena si inizia decisamente a titubare, quando si scopre che uno dei compagni è un bassottino privo delle zampette posteriori, costretto quindi a muoversi grazie a un carrellino che siamo sicuri sarà armabile di tutto punto forse siamo al punto di non ritorno con Far Cry 6, confermato dalla presenza di certi zaini in grado di elevare a potenza il potenziale distruttivo di Dani. Con quelli siamo dalle parti di Just Cause praticamente, serie che però non si è mai voluta nemmeno minimamente avvicinare a quella maturità tematica che Far Cry invece comunque ha sempre cercato di proporre.

Forse stiamo esagerando noi, o forse ha esagerato Ubisoft nel confezionare il nuovo materiale, calcando un po’ troppo la mano su aspetti che comunque nel gioco saranno presenti, ma che si faranno sentire meno di quanto sembrerebbe ora. Sicuramente ce ne saranno altri che faranno loro da contraltare, ma forse proprio qui potrebbe risiedere il problema, nella scelta di non scegliere, nel voler fare tutto: raccontare una storia intensa e drammatica, cercando di arrivare al cuore e alla testa del giocatore, e infilarlo al contempo in una serie di situazioni sopra le righe, al fine di elevarne il divertimento senza troppi pensieri. Magari Far Cry 6 riuscirà davvero a compiere una sintesi perfetta, o pad alla mano risulterà talmente coinvolgente da far passare in secondo piano questa apparente dissonanza; allo stato attuale, però, concedeteci qualche dubbio.

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