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Forza Horizon 5 dona davvero un senso al suo open world, in pochi ci riescono

Quando Xbox Game Studios e Playground Games annunciarono che Forza Horizon 5, il nuovo capitolo della loro serie di guida arcade, avrebbe avuto come teatro la grande varietà di biomi del Messico un po’ storsi il naso, devo ammetterlo. Principalmente per una questione di gusti, nel senso che le giungle, i deserti, le pietraie, le spiagge e tutto ciò che ad essi viene associato in termini di immaginario non sono propriamente al vertice delle mie preferenze. Sotto questo punto di vista il quarto episodio era, per me, praticamente perfetto: guidare tra le meraviglie dell’isola britannica, tra campagne coloratissime, evocative brughiere, rigogliosi boschi, fiumiciattoli e laghetti di ogni colore e dimensioni? Non potevo chiedere di più! Sono, quelli, luoghi che su di me esercitano un’attrazione unica, irresistibile, e moltissimo del godimento ricavato dalle mie scorribande e dai miei viaggi attraverso la mappa di Forza Horizon 4 è stato generato dalle sue splendide ambientazioni.

Pur vivendo momenti di vera e propria sinestesia, grazie alla potenza espressiva della natura, all’accompagnamento sonoro (con la radio sempre impostata sulle frequenze di Timeless FM, la stazione dedicata ai brani di musica classica) e a tutto quello che attiene alla particolare sensazione ed emozione del guidare in un luogo che ci piace, c’è però qualcosa del quale ho sentito la mancanza in Forza Horizon 4, un qualcosa che alla (molto) lunga ha finito per disinnescarne la forza evocativa, facendo sì che abbandonassi le sponde della stavolta affatto perfida Albione sì soddisfatto, ma senza quel pizzico di nostalgia che mi sarei aspettato.

Forza Horizon 5

Gara dopo gara, sfida dopo sfida, l’esplorazione, la scoperta, la sorpresa, ma anche solo il tornare alla piacevole familiarità dei miei luoghi preferiti, si erano trasformati in una sorta di completismo del segnalino, nel quale tutto ciò che esisteva tra un evento e un altro era diventato nemmeno un intermezzo, ma un qualcosa del tutto accessorio, quasi un caricamento interattivo. Il motivo è facile immaginarlo, perché è lo stesso per il quale spesso si perde l’interesse verso produzioni appartenenti a generi che spesso sfruttano ambientazioni di grandi dimensioni: l’open world, o un qualcosa che gli assomigli in termini di spazio e fruizione, ha bisogno sempre e comunque di un senso, indipendentemente dal fatto che su di esso sia strutturato un action adventure, un gioco di ruolo o persino un gioco di guida arcade.

Cosa sarebbe cambiato, già sul medio periodo, se in Forza Horizon 4 si avesse avuto accesso alle gare direttamente da un menù, piuttosto che spostandosi sulla mappa? Molto poco, in realtà. Ed è vero che lo stesso sarebbe affermabile, a grandi linee, anche con Forza Horizon 5, ma nel nuovo capitolo della serie c’è un elemento che eleva a potenza il senso dell’open world, e non un elemento da poco, bensì uno dei pilastri della produzione, nonché una delle novità di maggior spicco: l’avventura Horizon.

Forza Horizon 5

La varietà di biomi del Messico permette un’estrema varietà di situazioni corsistiche e queste sono organizzate in sei diversi festival, che si contribuisce a imbastire fin dal primissimo momento, dalla scoperta del luogo sul quale costruire il palco in sostanza. Per quanto concerne il livello squisitamente narrativo si tratta di un espediente che funziona il giusto, e per giusto s’intende che quello che si fa abbia una motivazione, nella misura in cui si soddisfano le esigenze ora di quello, ora di quell’altro personaggio (e pazienza se le interazioni con loro siano spesso dalle parti del banalotto, dello stucchevole e dello stereotipato). Soprattutto, però, l’idea e la sua implementazione funzionano a livello di immersione e divertimento, nella maniera in cui la guida diventa strumento di scoperta e di esplorazione e i luoghi hanno un senso soprattutto per il modo in cui vengono sfruttati ludicamente.

È un qualcosa che è preparato già dalla roboante sequenza di apertura, quella nella quale quattro bolidi da sogno vengono lanciati da un aereo in zone affini alle loro caratteristiche: si capisce fin da lì che il modo in cui Forza Horizon 5 sfrutta i suoi luoghi è diverso da quello dei predecessori. Diventa evidentissimo quando le spedizioni necessarie per imbastire i palchi dei vari festival o per renderli ancora più grandi e festanti fanno scalare le pendici di un maestoso vulcano, fino ad arrivare alla caldera, ovviamente pochi minuti prima che questo decida di eruttare furiosamente; quando ci si ritrova squassati dalla potenza di una tempesta tra affascinanti rovine millenarie, in uno dei momenti più potenti del gioco, soprattutto grazie allo splendido brano che lo accompagna, Tulum, del compositore Ian Livingstone; quando si scopre, nel cuore della giungla, un aeroporto nascosto, la cui infinita pista invoglia a schiacciare l’acceleratore come se non ci fosse domani; e in altri emozionanti e intensi momenti ancora, che sarebbe un delitto svelarvi. Non solo: ognuna delle spedizioni ha una serie di obiettivi secondari, per la maggior parte immediatamente decifrabili e completabili, ma a volte anche piuttosto sfiziosi, che elevano ulteriormente il senso del momento, dandogli ulteriore contesto e coerenza.

Forza Horizon 5

Nella maniera in cui propone il proprio mondo e gioca con esso quindi Forza Horizon 5 stacca di varie lunghezze i suoi predecessori, dando davvero un senso alla sua struttura aperta, alla sua mappa tutta da esplorare, ma soprattutto da vivere, attraverso tanti eventi e situazioni, dai vari toni e dalle differenti atmosfere. Sono quanto serve per mettere in scena un Messico affascinante e memorabile, scenario perfetto per uno dei migliori giochi di guida arcade di sempre.

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