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Il razzismo non è un (video)gioco: perché se ne parla ancora

Ci ritroviamo ancora una volta a dover affrontare un tema delicato, a lungo discusso e chiacchierato, ma evidentemente non abbastanza. Non abbastanza per spianare la strada a quelle che vengono ancora oggi ridicolmente e assurdamente ritenute “minoranze”, “categorie protette”, “il gentil sesso”, quest’ultimo un termine subdolo, gentile, per contrapporlo a quello che invece è forte. Chiaramente, quello maschile. Se il quadro sociale è ancora oggi turbato da continue fratture e discriminazioni non solo tra sessi opposti, ma anche tra etnie e identità di genere, la questione non è diversa nel mondo dei videogiochi. La cronaca riporta una lunga, quasi infinita, sequela di notizie di questo tenore, di cui l’ultima è di pochi giorni fa: parliamo del caso di Isadora Basile, una presentatrice del team Xbox Brasile che ha annunciato online a lungo le ultime novità del brand. A lungo, ma non abbastanza per rimanere in azienda ancora oggi. Non è solo la storia di Zoë Quinn, Anita Sarkeesian, la connotazione dei videogiochi come “a boy thing” e di machismo spinto. Ci sono tanti temi da affrontare, dolorosi e viscerali circa il razzismo nei videogiochi. Il discorso merita ancora oggi una riflessione approfondita sulla questione: perché donne e minoranze etniche sono costantemente vittime di abusi, molestie e minacce?

La nostra intenzione non è quella di focalizzarci ora su un’azienda di rinomata importanza o puntare il dito contro un’altra, ma di affrontare la questione del razzismo nei videogiochi, a qualsiasi livello, e far sì che la vipera in seno a questo settore venga allo scoperto e possiamo tagliarle la testa, una volta per tutte. A patto che non si tratti di un’idra.

Tell Me Why

Da Xbox a Ubisoft, nessuno escluso

Per capire a fondo la questione, andiamo a ritroso nel tempo, cominciando proprio dal caso Basile in Xbox. La ragazza ha recentemente rivelato il proprio licenziamento dalla divisione Xbox, accaduto il 16 ottobre scorso, dopo che lei aveva riportato alla compagnia le minacce di morte, abusi e molestie che aveva ricevuto negli ultimi tempi. Il motivo? Gli utenti online la ritenevano priva di “credibilità da gamer”, arrivando anche a minacciarla di morte, stupro e altro ancora. Isadora ha dunque riportato ogni minaccia ai responsabili della divisione brasiliana di Xbox ma la compagnia ha deciso di terminare il contratto con lei, sostenendo che fosse la decisione migliore. Un gesto che, dopotutto, presta il fianco alle critiche mosse contro di lei e che è ovviamente discutibile.

La scelta di Xbox Brasile non è nemmeno la prima a dimostrarsi piuttosto scomoda; anni fa era scoppiato anche il caso di Mil Grau, uno youtuber con partnership ufficiale Xbox, che attaccava continuamente le minoranze etniche e non ha mai ricevuto nemmeno un’ammonizione da parte della compagnia. Solo dopo diversi anni e continue segnalazioni, il team è intervenuto ufficialmente nella vicenda. Ma il tempo trascorso per sistemare questa faccenda non è sicuramente equiparabile  a quello intercorso. Xbox Brasile ha risolto la faccenda Isadora con un messaggio ufficiale, diffuso attraverso i propri social, che recita:

Abbiamo apportato alcune modifiche alla nostra strategia per quanto riguarda i contenuti originari del Brasile, con conseguente riduzione dei canali (di comunicazione). Ringraziamo Isadora Basile e il talentuoso team dell’agenzia per la loro creatività e contributo a Xbox News. D’ora in poi, Xbox Wire Portal sarà il nostro unico canale di notizie. Il canale Xbox BR continuerà a sperimentare nuovi modi per intrattenere i giocatori brasiliani.“.

La divisione brasiliana avrebbe giustificato il gesto ufficialmente come una ristrutturazione interna dei propri canali PR, non per altri motivi.

Un caso non molto diverso è quello di Ubisoft, dove un sondaggio interno ha rivelato che, secondo 3500 dipendenti, all’interno dell’azienda si è assistito a una “cattiva condotta sul posto di lavoro”. Guillemot si è rivolto a tutti i dipendenti di Ubisoft in una lettera, condivisa con GameSpot, sottolineando che questo sondaggio ha rivelato un tasso sbalorditivo di problematiche interne all’azienda, oltre a evidenziare che le donne e le persone disabili hanno subìto il maggior numero di abusi sul posto di lavoro. Sul totale delle segnalazioni però, circa il 66% di queste persone hanno evidenziato di aver ricevuto sostegno dai propri superiori. Ci auguriamo che la situazione possa migliorare all’interno delle aziende. Ma..

Lo sport è maschile, la discriminazione è femminile

…ne sono avulsi gli esport? Chiaramente no, anche solo per il fatto che questo segmento dell’entertainment rappresenta, al 2019, un insieme di attività del valore di circa un miliardo di dollari. Una parte dell’industria dalla quale, però, sembrano essere quasi del tutto escluse le donne: sono solo il 35% dei giocatori professionisti, stando a uno studio condotto da Interpret. Un campo quindi prevalentemente dominato dagli uomini, nel quale sempre più spesso le donne sono costrette a subire fenomeni di cyberbullismo, aggressioni e molestie. Il fenomeno non è recente, purtroppo: torniamo al 2014, quando il New York Times aveva parlato di questo fenomeno e, nell’estate del 2019, alcuni sviluppatori di videogame erano stati accusati di violenza sessuale e abusi da parte di alcune colleghe e gamer. Un settore quindi dove lo scambio di colpi da entrambi i fronti non è stato parco.

esport proteste in svizzera

Per alzare la voce e sollevare il problema, dal 24 maggio su Twitter, YouTube, Twitch e TwitLonger più di 70 gamer, per la maggior parte donne, hanno condiviso le proprie storie di discriminazioni, violenze e molestie sessuali. Ma non senza conseguenze: queste rivelazioni hanno portato alle dimissioni di Omeed Dariani, CEO di Online Performers Group, una importante agenzia che gestisce talenti nel campo dell’esport. Tutto è partito dal tweet di uno streamer di Twitch, Hollowtide, in cui quest’ultimo diceva che una persona famosa dell’ambiente aveva commesso “cose abbastanza terribili”, senza però citarne il nome.

I commenti sono oltre duecento, ma tra questi spuntano anche quelli di JewelsVerne, SheSnaps e SchviftyFive, streamer professioniste che hanno raccontato la loro storia con il giocatore in questione, noto online come Lono, o SayNoToRage che dir si voglia. Queste donne sostengono di essere state molestate fisicamente e aver ricevuto varie offerte di carattere sessuale, delle argomentazioni seguite da un video di scuse da parte del gamer. Bastano però le scuse a cancellare il passato?

Il colore delle molestie

Nonostante siano sempre più palesate in pubblico le migliori intenzioni per fermare le molestie online nei videogiochi, la realtà è ancora brutta per molte donne e giocatori di colore. Parliamo ora di Terrence Miller, un giocatore professionista di colore, che ha ricordato l’abuso che ha subìto durante la competizione durante un importante torneo di gioco nel 2016, un fatto che ha gettato nell’ombra il suo grande momento di gloria. “Ci sono stati un sacco di messaggi razzisti e di odio inviati durante la chat. Non mi sarei mai aspettato che accadesse in tal modo“, aveva sostenuto.

Un’altra giocatrice, Natasha Zinda, ha raccontato di aver “subito una quantità molto elevata di molestie online“, tanto da averle fatto temere di rivelare di essere una donna nera ai suoi compagni di gioco. Secondo un rapporto del 2017 del Pew Research Center, circa 4 adulti su 10 dicono di essere stati molestati online. “Le cose sono decisamente migliorate”, ha detto Miller, “ma vedo ancora storie di cose simili che accadono anche ad altre persone”. E non a caso, spesso succede che i giocatori, a un certo punto, nascondano la propria identità mentre giocano online, proprio per evitare di subire molestie.

Perché nascondersi per via dei soprusi virtuali?

La vera domanda è: perché nascondersi non per libera decisione e per puro divertimento, ma per evitare soprusi? Perché dover arrivare a limitare la propria libertà legittima in un momento come quello di gioco, che dovrebbe essere appunto dettato dallo svago, dal poter staccare la spina, dall’entrare in una dimensione diversa e dimenticare tutto il resto?

Se siamo arrivati a doverne parlare, di nuovo, e trovate che la questione sia ormai “trita e ritrita”, in realtà questa reiterazione significa solo che il problema non si è ancora risolto, per nulla. I casi di cui abbiamo parlato qui sopra sono solo i più recenti, e che non riguardano solo il “classico” problema della figura femminile nel campo videoludico, anzi. Come abbiamo visto, la questione emergente include anche il problema di razzismo, per non parlare di quello di identità di genere che, se da un lato è risaputo che ci siano oggi canali Discord appositi per giocatori transgender e tenuti da transgender, dall’altro sono causa di rumors e problematiche.

Un recente esempio? Quando gli utenti di Twitch hanno avuto problemi con l’assunzione di Steph “FerociouslySteph” Loehr, alcuni hanno avuto problemi con la sua identità transgender, la maggior parte si è indignata per il fatto che il gigante dello streaming abbia assunto una persona che ha dichiarato pubblicamente di credere che “molti giocatori sono suprematisti bianchi”.

Dunque, se siete davvero alla saturazione di questi discorsi, di queste notizie, di questa “retorica” se davvero la considerate così, l’unica soluzione è eliminare il problema alla radice. Facciamo tutti in modo che la questione non esista più. Nel mondo virtuale come in quello reale. A partire almeno dal videogioco, almeno in quel momento in cui si dovrebbero spegnere i riflettori sul mondo reale e vivere appieno e con liberazione quello virtuale.

Vi consigliamo di dedicarvi a un titolo più leggero come Animal Crossing: New Horizons o Crash Bandicoot 4 It’s About Time!