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Il riscatto degli indie: da Braid in avanti, 5 titoli da giocare

Braid, quando arrivò su Xbox Live nel 2013, segnò l’inizio di un movimento, una sorta di rivoluzione messa in atto da Jonathan Blow, lo sviluppatore che arrivò a raccontare quell’avventura a spasso nel tempo. Una “protesta”, per come l’aveva definita lui, nei confronti del sistema dei publisher, che segnò una vera e propria ascesa del genere indie in quel marasma di produzioni ad alto budget. Un modo di ragionare che ha spalancato le porte alle produzioni fatte in casa, a degli strumenti che hanno dato spazio a una fucina di talenti pronti a misurarsi col mercato più mutevole di sempre nell’intrattenimento e dare spazio a numerose idee e tentativi, qualcuno riuscito, qualcuno no.

Per celebrare il ritorno di Braid, a distanza di sette anni esatti, con la sua edizione migliore di sempre, annunciata durante lo State of Play di PlayStation 5, abbiamo deciso di raccogliere i cinque titoli indipendenti che non potete perdere e che dovreste recuperare per rendere onore a quella rivoluzione avviata da Jonathan Blow.

What Remains of Edith Finch

Non è così scontato accostare la storia della giovane Edith a una produzione indipendente. Questo perché ci si ritrova dinanzi a un’opera talmente mastodontica da pensare che lo sviluppo sia partito necessariamente da un grande budget. Eppure quella storia che riesce a unire tutti i sentimenti possibili in un’unica grande avventura partiva proprio dalle stesse basi di Braid, ossia in maniera indie. Sebbene nel tempo ci siamo abituati a etichettare e catalogare What Remains of Edith Finch all’interno dei walking simulator, è palese che tale compartimento stagno risulti riduttivo per quello che ci troviamo dinanzi.

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Edith è l’ultima superstite di una famiglia decisamente strana, fuori dal normale, e la ragazza non vuole altro che fare luce sui misteri che riguardano i propri parenti, compiendo un viaggio a ritroso negli inferi, scendendo in quella che è la sua casa d’infanzia. Tra tormenti e scoperte, tra rivelazioni sulle disgrazie dell’essere umano, What Remains of Edith Finch è stata una delle migliori iterazioni – insieme a Firewatch, che appartiene agli stessi anni di pubblicazione – del genere walking simulator, grazie anche a delle meccaniche di gameplay uniche. Una pietra miliare del genere narrativo, che va recuperata e gustata tutta d’un fiato.

Hotline Miami

Si tratta di uno dei titoli che, dopo l’uscita, ha avuto più influenza sul genere indie, generando imitazioni e creando quasi uno stile tutto suo. Hotline Miami ha avuto anche il pregio di far conoscere al mondo dei videogiochi la lungimiranza produttiva di Devolver Digital, publisher che recentemente ha sganciato l’ennesima bomba di grande successo, quel Fall Guys che non smetterà di convincere e di divertire per tutto il corso dell’estate. Era il 2012, anche prima dell’uscita di Braid, e il titolo di Dennaton Games, nato nella fredda Svezia, si approcciava timidamente su PC e Mac, per poi arrivare anche su console. Sviluppato con Game Maker, un tool che poi negli anni è stato utilizzato anche per Spelunky (del quale durante lo State of Play è stato mostrato il sequel, in arrivo su PlayStation 5) e Undertale, Hotline Miami ci metteva dinanzi alla follia di un sicario dal passato oscuro, in quello che sembrava molto di più orientato verso un trip da acidi.

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Con una colonna sonora sparata al massimo, pronta a dare un ritmo a tutte le nostre azioni e avere proprio un effetto dopante sulle nostre attività, si apriva dinanzi ai nostri occhi un vortice di violenza trash, con la possibilità di distruggere qualsiasi cosa ci capitasse a tiro. Jacket arrivava, quindi, da semplice e banale fan di Nintendo e del junk food, a diventare un sicario temutissimo e pronto a utilizzare qualsiasi arma potesse trovare sul proprio cammino, con l’unico obiettivo di stendere gli avversari di turno. E indossare maschere inaspettatamente buffe.

Cuphead

Sì, Cuphead è un indie. Con l’arrivo anche su PlayStation 4 adesso è impossibile tirarsi indietro: nessuno ha più la scusa dell’esclusiva Microsoft, perché il titolo sviluppato dallo studio MDHD ha deciso di aprirsi a tutti. Ispirato al genere dei Run & Gun, ma anche all’animazione degli anni Trenta e ai lavori dei fratelli Fleischer, pionieri insieme con Walt Disney di quel cinema a colori che conquistò l’America prima della Grande Guerra, Cuphead è uno dei titoli più hardcore proposti attualmente sul mercato, non solo quello indie.

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Ci sono tantissimi riferimenti e tantissimi omaggi a un periodo storico che nessuno di noi ha potuto conoscere in prima persona e toccare con mano, ma la rapidità d’azione, oltre che il divertimento adrenalinico, permettono a Cuphead di diventare un must per ogni videogiocatore, soprattutto nel momento in cui si dovesse decidere di giocarlo in cooperativa, così da esaltare anche la confusione a schermo, ma allo stesso tempo il dinamismo dell’azione stessa. Disegnato completamente a mano, con delle meccaniche di gameplay molto semplici e basate esclusivamente sull’andare avanti e sparare a più non posso a quello che capita a tiro, lasciarselo scappare sarebbe un oltraggio alla propria passione per il videogioco. Preparatevi a morire innumerevoli volte, ma anche a godere nell’essere riusciti a raggiungere la vittoria finale, meritevole di un’esultanza da stadio.

Journey

Più che un videogioco, un’esperienza. Journey è stato per anni il portabandiera del genere indie soprattutto su PlayStation: un titolo che è stato proposto a più riprese sia gratuitamente che a prezzi scontati, per far sì che tutti potessero approcciare il titolo sviluppato da Thatgamecompany, un tripudio di sensazioni e di narrazione onirica. Indossando i pazzi di una figura incappucciata, un simbolo che tanto sembra richiamare gli sconosciuti protagonisti del teatro di Strindberg, da nomadi ci ritroviamo a percorrere un vastissimo deserto, arido e privo di vita, se non per la presenza di alcune creature che si presenteranno accanto a noi per accompagnare il protagonista nel suo viaggio.

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Oltre a un’accoglienza all’unanimità, Journey si fregiava – e si fregia ancora oggi – di una modalità multiplayer che permette al giocatore di incontrare suoi simili durante il viaggio, come se fossimo tutti coinvolti in questa anabasi in compagnia di un altro protagonista. Nell’anonimato più totale, senza sapere chi è l’altro, bisognerà imparare l’importante concetto dell’aiutarsi a vicenda senza sapere chi si trova al nostro fianco, scevri da pregiudizi e da qualsiasi idea malsana che ci devii dal voler collaborare con il prossimo. Una poesia in movimento per un’esperienza che va oltre il concetto di videogioco.

Disco Elysium

Quello che è forse il videogioco che più di tutti rappresenta l’antonomasia della narrazione videoludica degli ultimi anni è un indie, a tutti gli effetti. Disco Elysium è un GDR investigativo, nato da uno sviluppo che possiamo definire enorme, figlio di un lavoro immenso, che voleva innovare e modernizzare gli stilemi narrativi di Planescape Torment, l’opera magna di Chris Avellone. Nonostante un percorso tortuoso che ha condotto il team di sviluppo noto come ZA/UM a creare il prodotto finale con non poche difficoltà, ci troviamo dinanzi a un background narrativo sì complesso, ma dal fascino sopraffino.

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Una stratificazione immensa dei personaggi, caratterizzati in maniera eccelsa, pronti a mostrare una serie di sfaccettature a testimonianza della bontà del lavoro di scrittura, con dialoghi mai banali e un’intersezione delle vicende che vi porterà nei meandri di quello che è a tutti gli effetti un libro immenso ma interattivo. Per chi sostiene che il gameplay sia tutto, posto che Disco Elysium si appoggia comunque a una struttura ludica più che valida, questo è il titolo giusto per ricredersi, per scoprire qualcosa di diverso e per affondare le mani in una serie di run che vi porteranno a condurre la storia dal lato che preferite, senza doversi dividere tra giusto e sbagliato. Concetti che smettono di esistere.