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King’s Field, l’origine dei giochi From Software – L’inizio di tutto

Ci sono giochi che hanno cambiato il corso della storia del medium videoludico, magari donandoci alcune scene memorabili, oppure utilizzando determinate idee di gameplay rivoluzionarie, infine giochi che hanno iniziato a fare rumore grazie alla loro difficoltà. Parlo della serie dei Souls che ha saputo intrigare milioni di videogiocatori nel corso di poco più di 10 anni, destando interesse proprio per la sua nomea di essere apparentemente “impossibile”. In attesa della nuova incarnazione del producer Hidetaka Miyazaki, con un originale Souls Like versione open world, molti si potrebbero chiedere da dove è iniziato tutto e chi sia il vero antenato del genere. Dopotutto si vocifera che Elden Ring dovrebbe mostrarsi in questo periodo e tutti noi speriamo di assistere finalmente ad un bel gameplay corposo, considerando che i leak che sono usciti nelle ultime settimane mostrano una versione decisamente iniziale di quello che dovrebbe essere il titolo conclusivo, ma sono certo che agli appassionati ha intrigato molto quel poco che è stato visionato. Detto questo non possiamo che iniziare il nostro viaggio indietro nel tempo citando King’s Field, un dungeon crawler con elementi apparentemente poco originali ma davvero rivoluzionari al momento della uscita. Il gioco in sé ricalcava in maniera piuttosto netta la serie ben più nota degli Elder Scrolls, ma grazie ad un gameplay più grezzo ed un atmosfera più cupa e opprimente è riuscita a dare ai palati già rodati dei GDR qualcosa di decisamente più gustoso.

King's Field

Prima di Boletaria e Lordran…

Sviluppato da From Software nel 1994 per la prima PlayStation ed uscito solo 13 giorni dopo il lancio giapponese della nuova rivoluzionaria console di casa Sony, King’s Field fu un piccolo gioiello dell’epoca. La scelta non fu casuale in quanto la software house decise di sviluppare il proprio gioco puntando al nuovo lettore CD che avrebbe permesso una maggiore capacità di calcolo rispetto ai Floppy disk o cartucce. King’s Field fu anche il primissimo gioco della stessa casa nipponica, dato che fino ad allora si occupava soprattutto di programmazione e adattamenti giapponesi di giochi americani. Va ricordato innanzitutto il lavoro svolto per Apple II di Wizzarding, opera fantasy che si dice abbia gettato le basi all’idea della ambientazione ed il labirintico design dei livelli di gioco. Pur non avendo inventato nulla e seppur sicuramente oggi molti pensano agli Elder Scrolls o a Final Fantasy VII come i primissimi giochi di ruolo con ambientazioni 3D, va detto che invece fu proprio King’s Field a proporre per primo una intera ambientazione tridimensionale.

Il primo Kings Field è ambientato nelle terre di Verdite, un paese che in passato fu teatro di guerre e combattimenti, fino a quando un guerriero riuscì a sconfiggere un terribile Drago che poi scomparve misteriosamente. I sopravvissuti eressero una cattedrale in onore dell’eroe, ma secoli dopo la stessa calamità pare sia in procinto a tornare e molti guerrieri, in cerca di fama e fortuna, sarebbero pronti ad addentrarsi nella chiesa e nel suo labirinto sotterraneo non facendone però più ritorno. Così tocca a noi arditi condottieri esplorare le catacombe e dare inizio a questa tremenda avventura.

Se leggendo questa trama vi è suonato qualche campanello non c’è da stupirsi, il gioco presenta un incipit decisamente classico in cui il nostro personaggio deve esplorare dei labirinti via via sempre più profondi e pericolosi fino al temibile boss finale che ha con sé il tesoro definitivo. Probabilmente Miyazaki, entrato in From Software nel 2004, decise di omaggiare questo caposaldo della sua nuova software house, inserendoci però tutto il suo bagaglio culturale per poi dare vita ai giochi che tanto siamo riusciti ad amare in questi anni.

King's Field

Va precisato che seppur King’s Field viene considerato effettivamente il vero capostipite della serie Souls, di questo neo genere di appartenenza ha decisamente ben poco. Ma che cosa deve avere un Souls like per essere ritenuto tale? Secondo molti gli elementi imprescindibili perché possano essere chiamati così sono:

  • Interconnessione delle aree di gioco (non necessariamente una unica mappa ma anche più aree diversificate, basta che abbiano delle connessioni che ti possano permettere di esplorare a più livelli).
  • Una gestione degli equipaggiamenti e delle caratteristiche del personaggio (vita, stamina, oggetti vari etc.).
  • Il rischio di una punizione più o meno grave una volta che si fallisce (le pozze di sangue sono un esempio lampante).
  • una narrativa ambientale (la famosa Lore).
  • Infine, strano ma vero, non è necessario né che sia in terza persona né troppo difficile (anche se questo ultimo pare essere l’idea stessa del marketing di ogni Souls like).

Detto questo pare quasi curioso il fatto che il gioco che ha dato la scintilla ed ha portato all’idea embrionale a queste tipologie videoludiche possiamo trovarlo in The Legend of Zelda Link’s Awakening, versione uscita per Game Boy del famosissimo brand Nintendo. Che il gioco di Miyamoto abbia posto le basi dei moderni action RPG con spiccate meccaniche di esplorazione non è cosa nuova, ma che un suo titolo abbia costruito le basi dei moderni Souls può essere una simpatica curiosità. Abbiamo quindi un mondo totalmente esplorabile, che non bada a noi e che ci lancia all’avventura senza darci troppe spiegazioni creando al contempo questo senso di smarrimento ma che ci spinge a migliorare e scoprire dove siamo e in che modo potremmo districarci nelle difficoltà durante il nostro viaggio, comprendendo anche una vera e propria narrativa ambientale.

King's Field

Effettivamente tutto questo esclude il nostro King’s Field da essere considerato un esponente del genere, egli è infatti un vero dungeon crawler, vale a dire un gioco in cui si focalizza sulla esplorazione di labirinti più o meno contorti e pericolosi fino a scendere ed affrontare il boss di fine livello, meccanica derivata principalmente proprio dai vecchi giochi da tavolo cartacei portati alla ribalta dal mai troppo poco menzionato Dungeons & Dragons.

Esplorando Verdite…

Il successo del primo titolo, sviluppato in pochi mesi da un piccolo gruppo che fu l’embrionale From Software di oggi, portò la software house a procedere con i lavori dei successivi capitoli, anche se per l’occidente abbiamo dovuto aspettare la seconda iterazione per iniziare ad assaporare queste avventure. Il titolo fu però chiamato semplicemente King’s Field sfalsando tutta la nomenclatura sino al quarto capitolo che da noi arrivò come The Ancient City, ed in Italia in particolare con un doppiaggio che definire imbarazzante è riduttivo. Sicuramente non fu la prima serie giapponese che dopo aver abbandonato i lidi nipponici arrivano in occidente con storpiature nel nome (Resident Evil\Biohazard) oppure con sfasature nella numerazione, come ad esempio il JRPG di casa Square-Enix che con il sesto capitolo arrivò da noi con il nome di Final Fantasy III.

Con King’s Field II e III a livello di trama non ci discostiamo troppo dal predecessore con una ambientazione molto simile ed una struttura di gioco praticamente identiche, il secondo e terzo capitolo però furono ben accolti da critica e pubblico elogiando il terzo per la sua longevità ed il secondo per aver innanzitutto portato la serie in occidente. Torniamo quindi nel regno di Verdite vestendo i panni di un principe di un regno vicino, l’erede al trono Aleph (o Alexander) che deve ritrovare la famosa Moonlight Sword e riportarla al regno vicino, se ciò non dovesse avvenire una terribile maledizione si scaglierà su tutti gli abitanti. Proseguiamo con il seguito in cui in questo caso la spada sparisce ancora dopo una misteriosa e potente tempesta, un po’ come la principessa Peach o Zelda nelle iconiche serie Nintendo. Il principe Lyle di Verdite (da noi interpretato) dovrà avventurarsi nei labirintici cunicoli per poter riportare in patria il mistico equipaggiamento, imparando a padroneggiare al meglio le proprie abilità magiche e non.

La iconica Moonlight Sword
King's Field

Nel 2000 inoltre fu sviluppato e reso ad uso pubblico il tool del primo capitolo, vale a dire il programma di costruzione dei dungeon, chiamato simpaticamente Sword of Moonlight: King’s Field Making Tool, in omaggio ovviamente alla iconica spada oramai facente parte della storia di From Software. Il programma fu un successo e ha permesso a molti appassionati non solo di poter riscoprire King’s Field con una veste grafica decisamente migliorata, ma anche il poter diventare un vero e proprio Dungeon Master e riuscire a pianificare e costruire le personali avventure ambientate in questi affascinanti mondi sotterranei.

Finiamo con il quarto ed ultimo capitolo che si discosta in maniera piuttosto netta dai precedenti, complice l’uscita per la ben più potente PlayStation 2. Avremo tra le mani un titolo con una veste grafica tutta nuova ed una meravigliosa e “soulsiana” introduzione che ci porta in un mondo oscuro e decadente, dove un idolo maledetto sta portando lo scompiglio, scatenando una terribile sciagura. Sarà nostro compito quindi riportarlo nel luogo di appartenenza affrontando sempre i soliti labirintici cunicoli ma partendo da una fitta e decadente foresta. Il gioco si discosta leggermente dalle ambientazioni e trame precedenti non essendo totalmente legato con gli altri eventi ma volendo raccontare qualcosa di nuovo, qualcosa che effettivamente lo lega molto di più ai Souls.

Soffermandoci un attimo sullo Spadone della Luna, esistono da sempre in molte serie di videogame luoghi, momenti o oggetti che riecheggiano e King’s Field è proprio il primo gioco in cui possiamo trovare uno di questi echi: la Moonlight Sword, spada mistica su cui si regge quasi la totalità delle trame di tutti e 4 i capitoli. In maniera analoga a Final Fantasy con i Chocobo, personaggi di nome Cid e la presenza di cristalli in quasi tutti i suoi titoli, anche qui ci sono alcuni punti fermi che però si sono presentati in tutti i giochi From Software anche quelli che hanno generi e tipologie di gameplay completamente diversi.

Attendendo Elden Ring…

Abbiamo visto in questa analisi la assoluta importanza di King’s Field, non solo perché ha lanciato nel mondo del gaming la stessa From Software, ma anche per via di quelle basi che senza di esse probabilmente nessun souls sarebbe mai stato sviluppato. Per chi magari ancora si chiede come un gioco labirintico in prima persona abbia delle somiglianze con Dark Souls o Bloodborne, basti pensare ai calice dungeon della esclusiva Sony, praticamente strutturati in maniera identica con tanto di boss ad ogni livello per poi scendere sempre più a fondo, ed infine tutto Dark Souls II con la prima parte che ricorda in maniera impressionante Kings Field 4. Certo che il tocco dell’autore si sente e quando Demon’s Souls prese vita nel 2009, dopo una non poca travagliata gestazione, Hidetaka Miyazaki decise di raccogliere molti elementi che voleva inserire e citare, come ad esempio le ispirazioni date dai The Legend of Zelda, dai manga Berserk e Claymore, da alcune light novel come Record of Lodoss War, film ed ovviamente King’s Field. Da questa amalgama ecco che fu prodotta l’esclusiva Sony, che non suscitò subito il successo sperato ma che nel corso degli anni (complice l’uscita di Dark Souls pubblicato da Bandai Namco) ha saputo portare a galla una folta schiera di fan che negli anni è riuscita a farsi sentire in maniera decisamente rumorosa, portando alla creazione del genere che ormai viene chiamato Souls Like, anche se effettivamente rimane a tutti gli effetti semplicemente un Action RPG.

Elden Ring

Attendiamo trepidanti che Bandai ci possa proporre un nuovo assaggio di Elden Ring e che possiamo capire meglio in che modo From Software si spingerà avanti, portando magari il genere su nuove frontiere ma sicuramente con un occhio che va a guardare a quegli, seppur spogli, incredibili e spaventosi labirinti in 3D datati 1994.

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