Articolo corale

La console che ci ha fatto sognare

Amate o odiate che siano, le console sono ormai un aspetto fondamentale nel mondo dei videogiochi, giacché proprio grazie ad esse, ed alla spinta che hanno offerto al settore sin dalla metà degli anni ’90, i videogame sono diventati un fenomeno mondiale, arrivando ad incassare – proprio come raccontammo qualche tempo fa – più di qualsiasi altro settore dell’intrattenimento.

È un fatto: se i videogiochi sono quello che sono oggi, il merito è soprattutto delle console, che hanno reso accessibile il gioco digitale anche a chi, per un motivo o per un altro, non ha voluto o potuto investire in un PC che fosse sufficientemente potente da permettere di giocare. Qui in Game Division amiamo profondamente il mercato console, e pur riconoscendone i suoi limiti tecnici e tecnologici, ne siamo di anno in anno affascinati ed il motivo è semplice: siamo per lo più tutti legati ad una specifica console, vecchi e giovani, uomini e donne.

Tutti abbiamo incontrato il videogame e ce ne siamo innamorati grazie ad una macchina specifica, rimastaci poi nel cuore al punto da spingerci a guardare proprio in direzione del videogioco quando, chi prima e chi dopo, si è deciso di mettere la propria vita lavorativa verso una specifica direzione. Alle console, insomma, abbiamo deciso di dedicare questo articolo di gruppo, raccontandovi quelli che sono i ricordi, le emozioni e gli amori di alcuni membri del nostro team. E voi? Qual è la console a cui più siete legati?

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Raffaele Giasi | Sony PlayStation

Quando arrivò sul mercato la prima PlayStation io avevo 8 anni e, nel bene o nel male, di console ne avevo già viste un po’. Era partito tutto dal Sega Master System, che mi fu regalato che avevo appena 5 anni, e l’anno dopo fu subito il turno del Game Boy, a cui mi legai in modo viscerale, passando di tanto in tanto al Commodore 64 (ovviamente non mio), ed a qualsiasi altra cosa mi fosse offerta da parenti e amici vari. Era un mondo bellissimo, per quanto spesso rappresentato in scale di grigi e verdi, ma quando arrivò la prima PlayStation, tutto cambiò improvvisamente. Fu un cambio di rotta drastico nel modo in cui percepivo i videogame, che da passatempo occasionale divennero una vera e propria fissa. La cosa che più ricordo, e che oggi come oggi trovo ancora sorprendente, era il modo in cui PlayStation (e dunque Sony), “parlava” dei suoi videogame.

Erano esperienze estreme, comunicate in modo quasi violento, con una suggestione che forse negli anni è andata persa, ma che all’epoca aveva una capacità straordinaria di fare presa. Il punto è che tutto quello che c’era stato prima, di colpo, sembrava terribilmente obsoleto e l’uscita, di poco successiva del Nintendo64, non fece che aumentare la percezione di questa distanza che, grazie a PlayStation, sussisteva ora nel mondo dei videogame. Non che non ci fossero titoli mirabili, e non che non ci fosse stata già una console figa come poche (il DreamCast, del resto, era una bomba), ma PlayStation riusciva a creare una sorta di monopolio mentale, per cui era impossibile non definirla il meglio del meglio per antonomasia. Fu un miscuglio di idee, comunicazione, titoli memorabili, e volontà da parte di Sony, e delle aziende che la seguirono, di slegarsi completamente da quell’idea giocattolosa che aveva caratterizzato le console dalla rinascita di Nintendo a quel momento. Fu magia, forse una vera e propria stregoneria, che aveva alla base un marchio ed il suo modo di comunicare i videogame, di spiegarli, raccontarli e venderli, fu così impattante sulla mia vita, che bastò un numero di PSM per farmi decidere di intraprendere la strada del giornalismo, in quello che è un percorso che – spero – non si esaurirà mai.

Marco Patrizi | Super Nintendo Entertainment System

Quando ripenso agli anni trascorsi davanti al Super Nintendo ancora oggi la mia mente viene inondata di memorie e sensazioni vivide. Anche se non è stata la mia prima console (prima ci sono stati NES e Game Boy, e prima ancora il Commodore 64) è sicuramente stata quella che ha incrementato il mio interesse alle stelle. Certo, ha sicuramente contribuito il fatto che in quel periodo stavo letteralmente cambiando, passando dall’essere un bambino a un ragazzo che stava sviluppando una ricettività più stratificata. Nei videogiochi non cercavo più solo divertimento, ma anche uno spettro più ampio di emozioni: il coinvolgimento di una storia appassionante, il senso di mistero di un’avventura, la competitività, ecc. È altresì vero che proprio negli anni ’90 i videogiochi fecero un salto di qualità impressionante e lo SNES era la piattaforma casalinga per eccellenza, tanto per i giocatori quanto per gli sviluppatori. Ma non intendo soffermarmi sulle virtù tecniche oggettive che hanno reso la 16-bit Nintendo una delle migliori console mai prodotte.

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Parlando delle esperienze vere e proprie, dei giochi quindi, le console precedenti avevano costituito sicuramente un’ottima la base di partenza per molti generi e sperimentazioni, ma è sullo SNES che sono esplosi alcuni tra i più grandi capolavori senza tempo. Da amante di giochi di avventura, platform e azione vari era impossibile per me non notare lo straordinario progresso – sia tecnico che di design – di titoli come Super Mario World, Donkey Kong Country, The Legend of Zelda: A Link to the Past, Super Metroid, Mega Man X. Su di essa è nato il mio slancio verso i picchiaduro con gli indimenticabili Super Street Fighter II, Killer Instinct e Mortal Kombat II, ma è stata anche quella che mi ha fatto scoprire che esistevano giochi di guida che non mi annoiavano con Super Mario Kart e F-Zero. E non fatemi iniziare a parlare dello straordinario parco RPG! Insomma, la qualità dei titoli su SNES per me è stata entusiasmante e ha fatto divampare un interesse sempre più profondo per il medium. Non a caso in quegli anni iniziai ad acquistare avidamente diverse riviste specializzate leggendone ogni singolo articolo. Dopo parecchi anni e un’esperienza esponenziale di centinaia di giochi alle spalle, e pur non essendo assolutamente un feticista del retrogaming, tutt’oggi potrei tranquillamente riprendere in mano il pad dello SNES divertendomi genuinamente e sorridere pensando a quanto questa console ha offerto a me e all’evoluzione del gaming in generale.

Giulia Arcoraci | PlayStation 2

Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui ricevetti la mia prima vera console. Era una giornata invernale e il cielo era nuvoloso, per qualche motivo ero rimasta a casa da scuola, fu nel pomeriggio che mio padre tornò a casa con questa enorme scatola coperta… per un momento pensai addirittura che ci fosse un cucciolo di cane o gatto dentro. Ma era proprio la Playstation 2, uno dei primi modelli, quindi non la versione slim ma quella “grassoccia” che uscì per prima. Coloro che sono nati tra la fine degli anni ’90 e i primi anni duemila si sono ritrovati a cavallo tra due epoche diverse, vivendo a pieno l’enorme “salto” generazionale del mondo videoludico. Infatti la Playstation 2 uscì nel 2000, con le sue 157 milioni di unità distribuite è rimasta la console più venduta di sempre. Quando giocavo le prime volte alla console non credevo ai miei occhi, mi sembrava la tecnologia più avanzata di sempre, se penso ai titoli a cui gioco oggi non può che scapparmi un sorriso ripensando a quei momenti. Inizialmente non ero proprio un granché a giocare, essendo molto più piccola non riuscivo ad apprezzare “a pieno” le opere che fruivo, con il senno di poi ripenso a tutti i titoli giocati in modo diverso, con un approccio più analitico e critico.

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Non mi definisco una videogiocatrice “professionista” poiché sono molto pignola con i titoli e i generi che gioco, sin da bambina infatti apprezzavo solamente le avventure (spesso fantasy) in terza persona: giocai a Devil May Cry, Dragon’s Lair 3D (uno dei titoli che più segnò quegli anni, perché anche un mio parente si divertiva a darmi una mano, regalandomi momenti che non dimenticherò mai), alcuni Final Fantasy, Beyond Good & Evil e Kya Dark Lineage, quest’ultimo titolo è molto meno conosciuto, un’avventura con sezioni platform, eppure tutt’oggi ricordo perfettamente ogni sezione del gioco per quanto mi piacque ai tempi. Il tempo è passato e non ho mai abbandonato il videogioco, mi ha fatto crescere, maturare, mi ha portata ad interessarmi a nuovi campi del sapere (se oggi sono iscritta ad un corso di laurea magistrale di storia è anche grazie ad Assassin’s Creed) e mi ha fatto conoscere persone importanti nella mia vita. Se oggi sono fiera della persona che sono diventata, se sono arrivata a scrivere articoli per Tom’s Hardware, lo devo in parte anche ai videogiochi!

Fabio Canonico | Nintendo Gamecube

La prima console a entrare in casa mia fu il glorioso Super Nintendo e voglio ancora tantissimo bene alla straordinaria piattaforma 16 bit. Con il suo iconico pad in mano ho giocato a capolavori senza tempo e ho goduto della deliziosa bidimensionalità che era in grado di esprimere: se amo il 2D fatto di dettagliati sprite e infiniti livelli di parallasse è tutto merito suo. Fu però con il passaggio dai 16 bit ai 128 che raggiunsi la piena consapevolezza del mio amore verso il medium videoludico, che avvenne l’esplosione di una passione che non è mai scemata negli anni, nemmeno in quelli della maturità. Se il Super Nintendo arrivò (credo nel 1994, avevo otto anni) come regalo dei miei genitori, chiesto da mio fratello, il GameCube fu la prima console che acquistai con i miei risparmi di adolescente, preferito largamente alla rivale di allora, PlayStation 2. Era già da qualche anno che stavo imparando a conoscermi come giocatore, ma avevo saltato la generazione di PlayStation e Nintendo 64. Studiando, diciamo così, avevo deciso che avrei proseguito il mio rapporto con Nintendo. Non potei fare scelta migliore.

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La magia del cubetto era per me impareggiabile. Una macchina così particolare, per la sua forma, per il colore viola, per il maniglione, per l’innovativo pad. Da giocare, poi, che bellezza! Lo acquistai insieme a Luigi’s Mansion e a Wave Race: Blue Storm, ancora ricordo le lotte quasi fisiche del primo, per catturare i fantasmi, e l’incredibile impatto dell’acqua nel secondo, bellissima da vedere ma soprattutto da sentire, sotto la saettante moto d’acqua. Sarebbero poi arrivati Super Mario Sunshine, Pikmin e Pikmin 2, The Legend of Zelda: The Wind Waker, Paper Mario: Il Portale Millenario, Resident Evil e Resident Evil 4, Metroid Prime 2: Echoes (sì, saltai il primo), Fire Emblem: Path of Radiance e tanti altri ancora. Grazie a quei giochi, goduti in quel bellissimo periodo nel quale si sta crescendo ma al contempo si hanno ancora tutto il tempo e tutta la tranquillità per farlo, ho capito quali fossero gli aspetti ludici e tecnici che più mi esaltavano. Pochi anni dopo, confrontandomi con altri appassionati su un certo forum, avrei raffinato ulteriormente il mio gusto e il mio senso critico, facendoli confluire in accese discussioni e persino in qualche scritto. Ma quella, come si suol dire, è un’altra storia.

Lorenzo Quadrini | ZX Spectrum

Nato nel 1982 e finito di produrre nel 1992, lo ZX Spectrum non è entrato “naturalmente” nella mia vita di videogiocatore classe ‘89. Nonostante questo però, la curiosità di provare con mano il concorrente economico del Commodore 64 – unita ad una fortuna sfacciata in un mercatino dell’antiquariato – mi hanno reso possessore adolescente della versione 128 di questo fenomenale home computer. Il mio primo gioco, anzi retrogioco, fu Atic Atac, un’avventura dinamica coloratissima sviluppata dai leggendari Fratelli Stamper. Chiaro, agli occhi di un quattordicenne del 2003 Atic Atac non faceva propriamente scintille. L’aver vissuto il gameboy (limitato anch’esso per questioni fisiologicamente legate alla portabilità) mi insegnò rapidamente il valore della contestualizzazione. Entrare nel retrogame era, ed è tutt’oggi per me, come un vivido viaggio nel tempo: apprezzare gli escamotage degli sviluppatori, studiare come certi software riuscissero a spremere gli hardware, giocare con gli occhi di un ragazzo di trent’anni fa.

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Lo Spectrum è l’emblema di questa passione. Le sue prestazioni sulla carta risultavano buone ma non eccellenti già all’epoca, riuscendo però a stupire con accorgimenti tecnici e software notevoli. Pur non presentando uno schermo definito come quello del Commodore, lo Spectrum spingeva una palette di quindici colori, con buona soddisfazione dell’utente. Addirittura, pur presentando come scheda audio un semplice buzzer, la grande velocità del microprocessore permise agli sviluppatori più intraprendenti di utilizzare le temporizzazioni per eseguire delle sintesi granulari, ottenendo una prima grezza sintesi vocale oltreché dei discreti brani polifonici. Tornando alla mia esperienza, Atic Atac certo grezzo per gli standard odierni, mantiene comunque un appeal accessibile a quasi tutti i videogiocatori. Il mio vero battesimo del fuoco fu quindi Elite, capostipite dell’attuale Elite: Dangerous. Un gioco difficile da digerire a distanza di 20 anni secchi, complici tutta una serie di limiti di natura tecnica in apparenza insormontabili. Resistendo qualche ora in più del dovuto, ecco però schiudersi davanti ai miei occhi più di 2000 pianeti da esplorare, completa libertà di scelta, missioni dinamiche ed insomma, tutta la grandiosa eredità di Elite. L’amore per lo ZX Spectrum è un amore viscerale verso il retrogaming, che è a sua volta un amore verso il videogioco e verso la capacità degli sviluppatori di creare, a volte letteralmente dal nulla, delle perle senza tempo.

In chiusura, ricordo che tutto questo non ci sarebbe stato senza il padre dello Spectrum, Clive Sinclair, morto di recente ed a cui credo spetti un commiato di grande riconoscenza.

Francesca Sìrtori | GameBoy Advance SP

Avere nemmeno 10 anni e possedere una console che potessi usare ovunque fossi, di trasferta in trasferta da nonni, zii, parenti e in qualsiasi occasione, da Pasqua a Natale, era una rivoluzione, per una bambina degli anni Novanta che aveva appena oltrepassato i confini del terzo millennio. Possedere un Game Boy Advance SP è stato uno dei cambiamenti principali, per tanti motivi diversi: la prima console portatile che non richiedesse l’uso di pile (consumate in quantità decisamente notevoli negli anni precedenti), la prima che consentisse di accendere e spegnere la retroilluminazione dello schermo, per giocare davvero ovunque e in qualsiasi condizione di luce, anche con il buio intorno per ricreare un’atmosfera ancora più emozionante per me (scampando anche il pericolo di mettere a rischio le diottrie). Game Boy Advance SP è stata la console portatile, e richiudibile, che ha attraversato i miei anni di crescita fondamentali, tra elementari e medie, con tante cartucce diverse che identificavano le mie principali passioni, indicative e determinanti per gettare le fondamenta delle mie conoscenze videoludiche: da The Legend of Zelda a Final Fantasy Tactics, passando per Fire Emblem e Pokémon Rubino, Zaffiro e Smeraldo.

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Ora come allora, le innovazioni tecnologiche anche più piccole risultavano dei grandi passi per i giocatori: poter disporre liberamente di una console letteralmente tascabile, con colorazioni brillanti diverse da quelle a cui si era abituati, e che si poteva utilizzare in qualsiasi momento, finché la batteria aveva carica, sembrava una facilitazione incredibile. Essere stati protagonisti di uno dei tanti passi compiuti dalla casa nipponica Nintendo e aver vissuto sulla propria pelle gli innumerevoli cambiamenti proposti nel tempo ha un significato importante, per la cultura videoludica di un appassionato. Un vissuto forse poco paragonabile a quanto viviamo al giorno d’oggi, per una serie di motivazioni economiche e strutturali delle console di ultima generazione di cui possiamo disporre al momento. E se scaricare un codice digitale è senza dubbio comodo, veloce e per nulla ingombrante, gli scaffali e i cassetti delle case di migliaia di giocatori “d’antan” custodiscono l’eredità di bambini e giovani di un tempo che stavano a guardare le colorazioni e le creatività sugli adesivi che permettevano di riconoscere un gioco da un altro. Un’eredità fisica, simulacro di un ricordo di mondi virtuali che sanno e hanno saputo meravigliare un’intera generazione e plasmare la fantasia, la passione e, perché no, il futuro anche di tanti professionisti del settore.

Simone Alvaro Segatori | Sega Mega Drive

Era il giorno della mia comunione, una di quelle giornate dove se sei fortunato ti sbaciucchiano solo le zie senza rossetto. Stavamo festeggiando al ristorante, con un pranzo di quelli che ormai esistono solo nelle zone più remote della Sicilia, quando mia madre se ne esce con un pacco perfettamente identico a quello del bambino del tavolo vicino. Anche il Quagliarella, infatti, stava festeggiando lì la sua comunione e qualcuno aveva pensato bene di incartare con la stessa carta i nostri regali. All’apparenza erano due pacchi identici, ricoperti di una carta dai motivi fiorati che ricordava il pessimo gusto dei fabbricanti di tende, divani o vestiti per anziani dell’epoca. Al loro interno però, nascondevano oggetti che avrebbero cambiato per sempre la mia vita di bambino. Il Quagliarella, famoso per essere il bambino con tutti 10 in educazione fisica, partì da bravo centometrista e si fiondò sul suo pacco, strappando via la carta e rivelando la scatola grigia della nuovissima Playstation 1 (Ndr. Prima console per videogiochi ideata da Sony che all’epoca, pensate, poteva essere acquistata nei negozi!!! Non come PS5 per capirci…) insieme al videogioco di Spider-Man (che non me ne voglia Insomniac, ma era davvero pazzesco!).

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Convinto che anche nel mio ci fosse la stessa cosa, mi fiondai ad aprirlo e intravedendo il grigio della scatola iniziai a sorridere: “Wow! Una PS1 tutta per me! È pazzesco! È incredibile! È….” Non era vero! Perché era la scatola di un completino da marinaretto, di quelli a righe coordinati con le scarpette, che oggi, credo per insulto al pubblico pudore, sono stati ritirati dal commercio. “Adesso lo mettiamo subito cosi ti facciamo le foto!” gridava la folla di parenti urlanti mentre il Quagliarella si leggeva il libretto di gioco di Spider-Man. Io, invece, ero stato agghindato come l’omino dei marshmallow dei Ghostbusters. A mio padre però non sfuggi il velo di tristezza che mi copriva gli occhi e il giorno dopo si presento a casa con la mia prima vera console: un Sega Mega Drive usato con la scatola scalcinata e il videogame Quackshot. Era un pezzo da retrogame (anche se all’epoca non conoscevo il termine) rispetto a PS1 e la sua più grande tecnologia era il blast processing che permetteva il cambio dinamico di colore dei pixel a schermo. Ma nonostante tutto, mi ha permesso di conoscere un mondo fatto di ricci blu, strade di rabbia, ninja, delfini e molto altro. Un mondo che piano piano è diventato la passione e il lavoro che porto avanti oggi.

Andrea Riviera | Xbox 360

La mia prima console fu, come per tanti, la prima PlayStation. L’amai alla follia, ma vedendo mio fratello più grande, io sognavo il PC da gaming, insieme ai tantissimi videogiochi che poteva offrire. Il PC è ancora oggi una delle mie macchine da gioco preferite, ma l’incontro con Halo Combat Evolved nel 2004 fu per me un vero e proprio giro di boa, nonché l’esperienza che mi fece riflettere se tornare o meno nel mondo console. Il fato volle che conclusi Halo Combat Evolved su PC proprio in concomitanza del lancio di Halo 2, situazione che mi vide circondato da spot televisivi, articoli costanti di vendite e apprezzamenti. Insomma, un vero e proprio mostro dell’hype, che mi tormentò nella speranza di poter vedere, un giorno, Halo 2 su PC. Nel 2005 non resistetti più e, mosso anche dall’annuncio di Xbox 360 decisi di soccombere e chiedere a mio padre la console per Natale, una richiesta che sconvolse persino lui, da sempre fruitore PC. Fu allora che misi da parte il PC e tornai su console, anche se ancora non sapevo che incredibile viaggio mi stava aspettando.

Xbox 360 fu per me un vero e proprio amore: Xbox Live, le prime amicizie serie online, l’incredibile e scioccante Gears of War, per non parlare di Bioshock, Gran Theft Auto IV, Alan Wake, Kameo, Forza Motorsport, Dead Space. Penso che come ho giocato su Xbox 360, non giocherò più. Di 360 ne ho avute ben cinque, un po’ per problemi derivati dai cerchi rossi della morte e un po’ per estetica delle varie versioni Slim, Elite e Arcade. Xbox 360 è stata la console che mi ha aiutato nei momento no, che mi è stata vicina quando le cose non andavano bene; la mia ancora durante i giorni di lacrime e la mia compagna nello svago quotidiano. Se oggi ho la possibilità di fare questo lavoro e parlare di videogiochi è solo grazie a questa portentosa macchina, probabilmente una delle migliori console di sempre. Almeno personalmente.