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Professione Videogioco: Christian Cantamessa, lo sceneggiatore multimediale

Il western ce l’abbiamo nel sangue noi italiani, è proprio un fatto storico e culturale, soprattutto per alcune generazioni. E non è quindi un caso se la narrativa del videogioco western per definizione, Red Dead Redemption (il primo capitolo), porta la firma di uno sceneggiatore italiano. Lui è Christian Cantamessa, scrittore, sceneggiatore e regista molto attivo sia in campo cinematografico che, appunto, videoludico.

Cominciamo dall’inizio. A differenza di molti suoi colleghi, per Cantamessa il passato non è stato diviso tra sale giochi e vecchie console: la sua è stata più un’adolescenza alla Dawson Leery, ecco. “La prima passione è senza dubbio quella per il cinema – ci racconta – , iniziata veramente da ragazzino. Avevo circa dodici o tredici anni quando cominciavo a filmare i miei amici in improbabili adattamenti cinematografici e remake. Per darvi un idea, ero determinato a rifare il mitico Ghostbusters e girammo anche parecchie scene, inclusa la biblioteca con i libri che volano (appesi a fili vari) e una bibliotecaria tredicenne con i capelli pieni di borotalco. L’interesse per i videogame è emerso in seguito, negli anni del liceo, quando ho conosciuto altri individui molto dedicati a quell’hobby e anche tramite le mie esperienze nel mondo dei giochi di ruolo tradizionali”.

“Sono nato a Savona – racconta –, da piccolo ho girato per mezza Italia, ma gli anni formativi li ho passati a Rapallo (Genova), che considero la mia “casa” italiana. Ora sono negli Stati Uniti da più di 15 anni ormai, prima a San Diego e ora a Los Angeles”.

Dal liceo ai primi videogiochi

Una volta archiviato il discorso liceo (scientifico), Cantamessa si butta subito nella scrittura di videogiochi. “Non ho studiato per i videogiochi, anche perché, quando ho iniziato, non esistevano corsi del genere. Magari! – racconta Cantamessa – Bisognava inventarsi tutto. Il gioco che mi ha convito delle potenzialità narrative del videogame è stato The Secret Of Monkey Island. Desideroso di creare un’avventura grafica tutta mia, iniziai nei primi anni ’90 una collaborazione con Massimo Magnasciutti e Paolo Costabel, dando origine ad un team chiamato Dynabyte. Gli storici del videogame italiano ricorderanno il nome. Ero proprio un ragazzino e mi allontanai dal gruppo quando le cose diventarono ‘serie’”.

Il mio primo lavoro professionale – prosegue lo scrittore – è stato con la Trecision di Rapallo (ovviamente!). Un caro amico e storico producer di videogiochi italiani, Pietro Montelatici, mi invitò a proporre una storia per un adventure game che stavano iniziando a sviluppare. Il progetto si chiamava The Watchmaker. Fu davvero una bella esperienza, soprattutto per le persone straordinarie con cui ebbi il piacere e l’onore di collaborare”.

Era il 1997. Poi dal 1999 al 2001 l’esperienza in Ubisoft, dove Cantamessa ha lavorato a Rayman M e Disney’s Donald Duck: Goin’ Quackers per Game Boy Color. Il suo ruolo ha sempre riguardato “la scrittura della storia in aggiunta al game design: due facce della stessa moneta – sottolinea lo sceneggiatore –. Ad esempio, in Ubisoft, quando lavoravo a Donald Duck sul Game Boy Color, mi occupai di scrivere le paginette di mini-fumetto che apparivano nel gioco”.

Il successo planetario arriverà poi (meritatamente) con la scrittura di un certo Red Dead Redemption, nel 2010. Da quel momento – come ci conferma lui stesso – la carriera di Cantamessa subisce una forte svolta.

Il primo amore? The Secret of Monkey Island

Meditazione la mattina presto, ricerca, e lettura. Tanta lettura, soprattutto di non-ficion. Sono queste le tre fonti di ispirazione per la scrittura creativa di Cantamessa. “Cerco di immergermi il più possibile nel mondo e nei temi della storia. Poi visivamente sono ispirato dal cinema e dall’arte, soprattutto i classici, ma anche i fotografi contemporanei”.

Ma il primo amore in quanto ad ispirazione “resta sempre The Secret of Monkey Island – confida – . Non mi sbilancio per i titoli contemporanei, ci sono troppi ottimi lavori e la qualità oggi giorno è altissima. Sono sicuro che i lettori avranno i loro favoriti”.

Ma cosa fa uno scrittore di videogiochi? “In breve – spiega Cantamessa -, ci sono 3 processi distinti di scrittura in un videogioco: il world-building (la creazione del mondo e dei suoi personaggi), le cinematiche (sequenze narrative non giocabili), e i dialoghi durante il gameplay (più o meno interattivi). Uno scrittore può occuparsi di tutte e tre le fasi, ma solitamente si lavora in un team dove il lavoro viene diviso tra più persone. Io tradizionalmente mi occupo di world-building e cinematiche, sia come scrittore che come regista”.

The Secret of Monkey Island (1990)

“La scrittura è un super potere, ma a volte è disarmante”

Rispetto ad altri professionisti, quello di Cantamessa è stato un processo un po’ “inverso”: dall’industria dei videogiochi è infatti passato a quella di film, serie tv e fumetti. Senza mai abbandonare però l’industry del gaming.

Una forte transmedialità professionale che ha evidentemente aiutato lo scrittore italiano nelle sue opere, come ci racconta: “Anche se videogiochi, fumetti e film sono creature molto diverse tra loro, alla base di tutte le storie ci sono dei fondamenti che l’umanità si porta appresso dall’epoca delle caverne. Operare su media differenti aiuta moltissimo a riconoscere, isolare ed affinare queste parti “atomiche” della narrativa, e l’esperienza arricchisce lo scrittore. Poi stiamo vivendo un periodo di intenso sviluppo cross-media, quindi riuscire a passare da un formato all’altro diventa anche un vantaggio professionale”.

Un lavoro spinto ovviamente dalla forte passione, ma che mette costantemente alla prova e di fronte ai tanto temuti blocchi. “Il lavoro di scrittore e regista – spiega Cantamessa – permette di creare dei mondi del tutto immaginari per poi condividerli con gli altri. È come un super potere.  Però sono attività difficili e disarmanti. La pagina bianca ti aspetta ogni giorno e ti butta in faccia tutti i dubbi e le vulnerabilità, come se stessi ricominciando per la prima volta. Bisogna armarsi di santa pazienza e di rispetto per il processo creativo”.

L’avventura imprenditoriale nella “golden era dei videogiochi”

E oggi? Una carriera davvero impressionante quella di Cantamessa, che in pochi anni lo ha portato a lavorare per alcune delle più importanti aziende dell’industry. Ora collabora con The Initiative per l’opera prima di questo team: il reboot di Perfect Dark. “Per Perfect Dark mi occupo della narrativa e della regia delle cinematiche – spiega – . Ho anche fatto la regia del trailer che è uscito in occasione dei Games Awards. Non posso ovviamente anticipare nulla”.

Oltre a lavorare per altri, Cantamessa ad un certo punto – da buon italiano – si è messo in proprio fondando nel 2018 la Sleep Deprivation Lab, a Los Angeles. “Sleep Deprivation Lab è la mia casa di produzione ed è anche una consulenza per il mondo dei videogiochi. È un’estensione diretta del mio lavoro nel campo dell’intrattenimento a 360 gradi. Leggo con piacere di molte realtà che stanno nascendo e crescendo anche in Italia, e anche di grandi investimenti. Vista la creatività del nostro paese, spero in un futuro pieno di opportunità”.

Confucio diceva: “Fa quello che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita”. Una frase un po’ estrema, forse, ma che racchiude una grande verità: la passione è il motore di tutto. E così è anche per Cantamessa: “La passione è viva più che mai! Ci troviamo in una “golden era” per i videogiochi. Tempo per videogiocare? Il tempo è il mio più gran nemico. Visto che divido le mie ore lavorative tra il mondo del cinema e l’industria dei videogiochi, trovare le ore necessarie per finire uno dei mega blockbusters è diventato quasi impossibile. Però ci provo! A livello di ispirazione, sono soprattutto i titoli indie che continuano a sorprendermi. Mi piace anche staccare la spina meditando, facendo jogging o leggendo un buon libro”.

Consiglio a chi vuole scrivere di videogiochi oggi? “Io suggerisco sempre due cose: uno, creare qualcosa che mostri le proprie capacità e due, perseverare anche di fronte all’impossibile. È una lotta d’attrito”.