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The Division 2, le nostre impressioni sulla Beta Pubblica

La Beta Pubblica di The Division 2 ha confermato le buone impressioni che abbiamo maturato nei nostri incontri con lo sparatutto in terza persona di Massive Entertainment e Ubisoft.

Meno di due settimane separano l’Open Beta di The Division 2 dall’uscita del seguito molto atteso dello sparatutto post-apocalittico di Massive Entertainment e Ubisoft. Sono passati quasi tre anni esatti da quel primo contatto con la fredda e tagliente New York: il giusto tempo che è servito per ricostruire gli aspetti più fragili di uno sparatutto in terza persona con una vocazione marcatamente multiplayer che, come la Manhattan piegata dal Veleno Verde, era diventato lo spettro di sé stesso, impalpabile sotto la coltre nebbiosa di buone idee ma poca sostanza. Questi tre anni corrispondono a sette mesi per l’orologio interno di gioco: la stagione estiva ha spazzato via il gelo dalle strade e i sopravvissuti alla terribile epidemia architettata da visioni megalomani hanno trovato la forza di unirsi e ricostruire la loro esistenza.

Questo rigenerato sentimento di speranza, la sprezzante audacia che prima sembrava assopita dal vittimismo e il saldo senso di fortitudine, sono minati dalla costante precarietà, dagli istinti più viscerali di sopravvivenza e dalle minacce più insidiose che si camuffano da gruppi di uomini all’apparenza come noi ma che prosperano dove fiutano i segni del cedimento. La capitale, Washington D.C., è a un passo dal collasso: una guerra civile preme ai bordi fino a cercare di accerchiare e schiacciare il cuore della resistenza di un’intera nazione, simboleggiata dalla Casa Bianca. Un simbolo del potere che nella sua storia ha superato diversi attacchi e tentativi di messa in ginocchio e che nella fantapolitica di The Division si affida agli agenti della Divisione per essere difeso.

La vita nel quartiere di Downtown si è fermata. Il brusio dell’indaffarata quotidianità del centro città ha lasciato il posto a cacofoniche e sgraziate trasmissioni di propaganda, urla di bande di vili saccheggiatori che disprezzano gli indifesi. La festosa aria dell’Holiday Market si è spenta: restano in piedi solo decorazioni natalizie e ai canti di Natale si sostituiscono sventagliate di proiettili che si infrangono sui ripari improvvisati. Lo svuotamento delle strade però ci permette di osservare la maggiore apertura degli spazi di Washington rispetto a New York alla quale si accompagna un più intelligente uso del sistema di copertura. Rispetto alla beta chiusa è stata lievemente incrementata la frequenza con la quale i nemici ci colpiscono nel passaggio da una copertura all’altra. Spostarsi da un riparo all’altro è una meccanica che tutto sommato avviene in modo piuttosto reattivo senza input lag. I nemici non rimarranno a guardare, e nonostante un generale bilanciamento mirato a diminuirne in certi casi la vitalità e l’armatura, si rivelano degni avversari che non lesinano sulle strategie di flank e sull’uso di granate e macchinine RC esplosive.

La dotazione del nostro agente per affrontare le varie fazioni in gioco si è arricchita del lanciatore chimico che va a unirsi al drone, alla mina a ricerca e alla torretta già presenti nella precedente fase di test. Anche in questo caso non erano disponibili tutte le varianti e abbiamo potuto provare soltanto la schiuma antisommossa che blocca momentaneamente il bersaglio e il gas incendiario che prende fuoco quando si spara, lasciando fuori da ogni analisi la bombola ossidatrice con gas corrosivo e la bombola di tonico capace di riparare e fortificare lo scudo di un alleato. Il Lanciatore Chimico sembra sulla carta molto versatile e anche in questo caso c’è la possibilità di focalizzarsi su abilità di supporto e cura; bisognerà vedere come tutte le opzioni di supporto si comporteranno una volta combinate con le abilità di altri agenti. Il rischio è che la tattica e le coperture vengano ignorate in favore di un approccio più diretto reso meno punitivo dall’aiuto di molti gadget che favoriscono il recupero di salute e armatura.

La libertà di personalizzazione passa anche per i vantaggi: un elenco di bonus passivi sbloccabili senza un ordine preciso e attivabili grazie alle risorse Shade ottenibili da missioni e casse segnalate sulla mappa di gioco. Tra la possibilità di equipaggiare una seconda abilità, ottenere più xp dalle uccisioni precise o aumentare la capacità dell’inventario ci sono anche le mod. Nella nuova incarnazione della Divisione le mod delle armi non appaiono più come pezzi raccolti alla rinfusa, ma ora sono più facilmente individuabili e legati anche al soddisfacimento di alcune attività secondarie: completare i progetti non solo permette agli avamposti di prosperare, ma ci dà accesso anche a ricompense per far progredire il nostro personaggio. The Division 2 si smarca da una progressione più rigida legata ai singoli dipartimenti e alle tecnologie, e sembra voler restituire un senso di maggiore coesione tra tutte le attività proposte. Missioni principali, secondarie, avamposti e insediamenti sono il tessuto connettivo che tiene insieme l’esperienza PvE.

L’oscuro lato della cooperazione

Quando si guarda all’esperienza PvPvE principe di The Division, anche la Zona Nera è più integrata nel normale flusso di progressione della nostra avventura: ce ne saranno ben tre con le loro peculiarità estetiche e le differenze di livello, anche se nella beta era disponibile soltanto la zona contaminata ad Est. L’obiettivo principale è sempre quello di affrontare nemici gestiti dall’IA, prenderne il bottino e dirigersi a una zona di estrazione. Chi sceglie la strada dell’agente Traditore dovrà prima attivarlo intenzionalmente sul pad o la tastiera e potrà “peggiorare” la sua fama fino al livello di Caccia all’uomo in cui sarà braccato da tutti gli altri agenti che cercheranno di sottrargli il bottino. L’imprevedibilità dell’area si conferma uno dei punti di forza. Per un approfondimento della Zona Nera vi rimandiamo alla nostra anteprima svolta in Svezia negli uffici di Massive.

Il gunplay di The Division è ottimo per scontri più ragionati, meno per modalità più vicine al team deathmatch e la schermaglia. Le mappe ristrette, nonostante la buona verticalità urbana, tendono a concentrare gli scontri in un punto e il match si trasforma in una difesa statica della posizione di vantaggio. È apprezzabile che il team di sviluppo abbia voluto preparare attività per ogni palato, ma un PvP molto classico è quello che per caratteristiche si distanzia di più dalla freschezza che modalità come la Zona Nera portano all’interno del gioco, risultando in un minore divertimento.

Nel complesso l’open beta non poteva far altro che confermare le impressioni positive che abbiamo già raccolto nei vari incontri avuti con il gioco, sia per l’ambientazione che per la componente rpg. Il giudizio su tutti gli aspetti che potranno essere chiariti solo in fase di recensione e di gioco approfondito, come la qualità della trama e le attività di fine gioco, è sospeso fino a quel momento. Ciò che è certo è che The Division 2 ha raccolto le critiche dirette al suo predecessore e ha cercato di apportare piccoli ma visibili cambiamenti a un occhio attento. Non ha stravolto la sua struttura di base e per questo motivo può apparire molto simile al primo, ma avendo imparato la lezione che i soli contenuti campagna e una zona nera non possono bastare, è già pronto un piano di contenuti per rafforzare nel tempo l’offerta. A differenza di Destiny 2 che ha scelto al lancio di fare tabula rasa di ciò che rendeva speciale il gioco, The Division 2 vi ha investito fin da subito, ampliando tassello dopo tassello un gioco che era riuscito, nonostante i difetti, a conquistare una community esigente.

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