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The Legend of Zelda: una saga oscura, inquietante, drammatica

Tutti i capitoli della serie The Legend of Zelda presentano nella loro struttura gli elementi caratteristici della fiaba, quelli individuati dal classico schema di Propp, per il quale nella declinazione più basilare c’è sempre un protagonista che lotta contro un antagonista per l’ottenimento di un premio, e in quelle più elaborate ci sono mandanti che commissionano l’impresa, aiutanti o donatori importanti nel suo conseguimento e altre figure di vario tipo. Nella maggior parte delle storie che raccontano Link sconfigge Ganon con l’aiuto di Zelda e salva la principessa e Hyrule, per un finale quasi sempre felice. La serie risponde meno alla classificazione operata da Propp riguardo lo schema originale delle fiabe e lo sviluppo della storia secondo le funzioni da lui individuate: tra avvii in medias res, salti nel tempo, stravolgimenti di vario tipo sono molto più lontane dai canoni della fiaba di quanto si potrebbe immaginare.

The Legend of Zelda: Breath of the Wild

Non c’è dubbio comunque che quella Nintendo sia la saga videoludica più facilmente accostabile alla tradizione delle fiabe più classiche, e con più classiche ci si può riferire non solo a struttura e narrazione, ma anche ai toni. I suoi episodi non richiamano l’immaginario edulcorato da Disney, ma quello più oscuro delle versioni originali, nel quale Cappuccetto Rosso viene mangiata dal lupo (in una versione addirittura dopo aver mangiato i resti della nonna), la Sirenetta viene tradita dal principe per il quale ha sacrificato la propria natura e muore sucida e la Bella Addormentata non viene risvegliata esattamente da un bacio.

The Legend of Zelda Breath of the Wild 2

In quasi tutti i capitoli della serie vi sono elementi inquietanti, spaventosi, tragici: ci sono nemici ricorrenti che fanno venire la pelle d’oca solo a vederli, come i ReDead, con il loro straziante urlo, i cimiteri sono alcune delle ambientazioni più frequenti (e Link è spesso costretto a esplorare le loro tombe) e alcuni personaggi nascondono sotto una evidente bizzarrìa angoscianti nevrosi o indicibili segreti. Sono due però gli episodi che maggiormente mettono a disagio il giocatore: Majora’s Mask e Twilight Princess.

Il primo è considerato, a ragione, il più ricco ricettacolo di momenti disturbanti che la saga offra. Alcuni sono persino ilari, come lo scarno braccio che esce da un gabinetto, alla disperata ricerca di carta igienica, altri sfociano nella fantascienza, quando gli alieni arrivano a rapire le mucche di una fattoria e, soprattutto, cancellano la memoria di coloro che la abitano, altri sono semplicemente spaventosi, come quelli legati a una delle fase finali del gioco, che ha luogo nel derelitto Regno di Ikana. Di quel posto maledetto, una volta florido, ora infestato dagli spiriti di coloro che si sono battuti per il suo controllo, non si arriva mai a conoscere totalmente la storia. La si mette insieme a spizzichi e bocconi, tra le parole dei morti e le testimonianze di quanto rimane, esplorando uno dei luoghi più angoscianti della serie tutta, ma quel poco che si scopre è tremendo: la battaglia fu un bagno di sangue, e poi un terribile potere, scatenato da chissà chi, maledisse per l’eternità i morti.

Il secondo è generalmente meno inquietante, ma ha dei momenti veramente allucinati, che per molti sono tra i più disturbanti dell’intera saga. La storia dei Twili, la popolazione che abita il Regno del Crepuscolo, è narrata attraverso scene d’intermezzo che ricordano le stesse sulle origini del mondo in Ocarina of Time, ma con toni decisamente diversi. Corpi cadono dal cielo, amici accoltellano amici, Link si moltiplica in cloni oscuri, gli occhi dei personaggi spariscono e sui loro volti compaiono abissali vuoti.

Questi appena descritti sono solo alcuni tra gli oscuri momenti presenti nella serie tutta, distribuiti in maniera più o meno maggiore tra i vari capitoli, ma mai mancanti. Non sono sporadiche variazioni sul tema, ma uno degli elementi che ne connotano l’identità, che ne attraversano, magari in maniera più sotterranea rispetto a quelli più evidenti, la narrazione e l’immaginario. Perché The Legend of Zelda non parla solo di coraggio ed eroismo, ma anche di tragedia e morte, e il lieto fine non sempre è davvero tale, o almeno non sempre basta per cancellare quanto di drammatico sia accaduto.

Breath of the Wild è esemplare, in tal senso. La sconfitta finale di Ganon e la promessa di un nuovo inizio non fanno dimenticare quanto successo prima, ovvero che Link, Zelda e i Quattro Campioni hanno fallito. La terra che i primi due cercheranno di riportare allo splendore è comunque la rovina di quella che era. Non si vede il momento in cui l’eroe è stato sconfitto e la principessa ha dovuto dar fondo a tutti i suoi poteri per contenere la calamità, il gioco inizia cento anni dopo, al risveglio del primo, indotto in un lunghissimo coma, ma per tutta l’avventura si avverte comunque tutta la portata drammatica di quegli avvenimenti.

Così come non si vede ma si percepisce la tragicità dei sette anni che passano in Ocarina of Time dalla linea temporale del bambino a quella dell’adulto, nei quali Ganondorf sottomette il Regno di Hyrule: dopo il salto ci si ritrova allo sbando, tra città distrutte e un’umanità derelitta. Il capolavoro per Nintendo 64, tra l’altro, è anche il punto di origine di uno dei rami della timeline ufficiale della serie, quello nel quale l’eroe viene sconfitto (ucciso?) da Ganondorf: la tragedia e il dramma sono persino canonizzati, quindi.

The Legend of Zelda: The Wind Waker intro

Ma il capitolo della saga che contiene l’episodio più drammatico nella storia della serie è, paradossalmente, quello dall’aspetto più vivo e colorato: The Wind Waker. L’odissea tra i mari di Link, a bordo di Re Drakar, rifulge di una bellezza rara, grazie a un cel shading eccelso, e culla il giocatore con una dolce sensazione di libertà, eppure origina, a livello narrativo, dall’unico episodio nel quale il male non è stato sconfitto e Hyrule è stata abbandonata a sé stessa. Si scopre che l’oceano che si solca è quanto ha lasciato il diluvio che gli dei hanno scatenato per sommergere il regno quando il male è tornato e nessun eroe è sorto per combatterlo. A nulla sono servite le preghiere dei suoi abitanti, le divinità non hanno potuto far altro che consegnarlo all’oblio, sigillandolo sotto l’acqua.

Spesso si è sentito qualcuno chiedere un nuovo The Legend of Zelda più maturo, più tragico, ma non ce n’è davvero bisogno. La saga Nintendo include già un ampissimo spettro di toni e atmosfere, diversamente bilanciati a seconda del contesto, e anzi come nel capitolo per GameCube risultano di maggior impatto proprio per lo stacco tra la direzione artistica, il contesto e la narrazione. Ciò non toglie che un capitolo che osi un po’, lasciandosi affascinare, ma non irretire dal lato oscuro, sarebbe interessantissimo. Il primo trailer del seguito di Breath of the Wild, tra resurrezioni (?) di ancestrali nemici, poteri oscuri e voci lugubri, sembrerebbe suggerirlo, ed è solo uno dei tantissimi motivi per il quale moriamo dalla voglia di saperne di più.

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