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The Occupation: il difficile rapporto tra giornalismo e governo

The Occupation è un gioco indipendente basato sul rapporto tra giornalismo e governo, lasciando al giocatore numerosi spunti di riflessione.

Il dibattito sulle tematiche affrontate dai videogiochi è un terreno ormai insidioso dal punto di vista argomentativo, soprattutto in titoli come il nuovo The Occupation. Con l’evoluzione dei mezzi e delle tecniche del settore, sempre più sviluppatori hanno utilizzato questo mezzo per andare ben oltre il semplice intrattenimento, indirizzandosi verso la denuncia sociale, l’apporto didattico e la narrazione di esperienze forti o dal sentito messaggio etico/morale. Tra tutti, quello che ha fatto più scalpore in tempi recenti è stato il rappresentare o parlare della politica e delle sue pratiche in relazione alle varie amministrazioni. Basti pensare a Papers, Please e a This War of Mine o ai molti titoli che hanno portato l’attenzione sul tema dell’immigrazione e delle politiche estere delle più grandi potenze mondiali. Ciò ha generato una resistenza inaspettata da parte dei consumatori medi, specialmente se si osserva il pubblico americano e il loro forte patriottismo.

Eppure, nonostante queste grida al messaggio che “i videogiochi non devono occuparsi di politica”, abbiamo visto nella nostra recensione il deciso impatto del titolo indipendente di White Paper Games, il quale ci cala nei panni di un giornalista alla ricerca della verità dietro un feroce attentato e una risposta governativa tanto oppressiva quanto chiusa, il tutto nella particolare cornice dell’Inghilterra del 1987. La sua originale impostazione, dove il giocatore viene chiamato a fare un’investigazione molto realistica nelle meccaniche e nello scorrere del tempo, è tarata appositamente per comunicarci diverse tematiche di spessore, in grado di fornirci ottimi spunti di riflessione sulla realtà politica degli ultimi anni e sul ruolo del giornalismo tra l’azione governativa e la cronaca.

Chiusura e controllo

All’interno dell’immaginario mondo di The Occupation, nell’ottobre del 1987 avviene un feroce attentato nel quale muoiono all’incirca 29 persone. La bomba, esplosa in un edificio pubblico, crea un clima di paura feroce proprio per la crudeltà e il luogo scelto, elementi che portano il governo a stilare una risposta talmente dura da cambiare l’organizzazione sociale e culturale. Il colpevole viene subito trovato e condannato, ma ciò non basta a sedare il terrore aleggiante tra i cittadini e quel clima di diffidenza verso l’altro, tanto forte da essere diventato vera e propria propaganda per legittimare le azioni più oppressive e arbitrarie dello stato.

Nel 1987 l’Inghilterra del mondo reale è infatti in un epoca di enorme mutamento, principalmente perché si tratta di un periodo di estrema transizione culturale e tecnologica. A livello politico vediamo la riconferma di Margaret Thatcher e la vittoria del suo partito, la quale trascina l’Inghilterra verso una spinta liberale e dallo stampo più capitalistico. Oltre una storica tempesta che ha colpito il paese, nel 1987 vediamo continuare la scia di attentati da parte dell’IRA e solo nel 1988 c’è un attentato di matrice libica: l’infausto Volo Pan Am 103, esploso nel cielo della Scozia. Ciò significa che The Occupation usa l’ambientazione saggiamente, lasciando però molto da parte la spinosa questione dell’IRA per accostarsi più alle dinamiche dei più recenti attacchi all’occidente di matrice islamica. Mentre la presenza di azione terroristiche importanti giustifica le premesse, quello su cui si va a puntare l’attenzione è il modo in cui la società iniziava a trasformarsi verso i canoni odierni.

La maggior parte del gioco si svolge all'interno degli uffici pubblici e strade limitrofe

Infatti, osservando la situazione inglese tra il 1900 e il 2000, vediamo la nascita di decisi moti sociali e cittadini legati all’informazione e al giornalismo, così topici da un punto di vista storiografico e culturale da rendere coerente a livello temporale la spinta alla ricerca della verità presentata dalla trama del titolo. Tali movimenti più o meno spontanei sono spesso nati per contrastare determinate politiche dei vari governi attraverso l’indirizzamento dell’opinione pubblica, dando spesso l’onere dell’azione a un manipolo di giornalisti fuori dal giogo dei politici. La perfetta cornice per descrivere il nostro protagonista in The Occupation, lasciando però al giocatore la scelta morale di scavare a fondo nella polvere sotto il tappeto dell’Union Act.

Non è un compito facile, specialmente se si considera l’affrettata scalata di questa nuovo assetto politico. Come abbiamo potuto notare negli ultimi 20 anni, un attentato destabilizza il paese in cui avviene ed esige la forte contromossa del governo. In The Occupation tale risposta consiste in una politica di chiusura e di differenziazione verso chiunque non sia originario dell’Inghilterra. Per le strade vediamo cartelli statali invitare i cittadini a “monitorare il proprio vicino diverso” o a far vedere immagini votate a sottolineare la pericolosità delle differenze etniche o del colore della pelle. Non è certo sorprendente da un punto di vista storico: nel 1981 in Inghilterra ci furono moltissime rivolte proprio per motivi razziali ed erano legate strettamente anche al difficile panorama economico delle minoranze.

Nel 1979 vennero dati ulteriori poteri alla polizia inglese e la situazione si aggravò, ma intorno al 1984 il fuoco finalmente si spense anche grazie a molti accorgimenti governativi. Quello che però vediamo in The Occupation è un vero e proprio riflesso dell’Europa nostrana post attentati, partendo dall’11 Settembre fino al Bataclan. La matrice islamica e l’emergenza immigrazione hanno creato una percezione enormemente distorta delle popolazioni estere, lasciando crescere il sospetto che ogni persona di diversa etnia sia soggetto di sospetto, di controllo, che si possa tollerare ma con riserva perché “chissà cosa potrebbe fare”. Una mentalità enormemente sbagliata che però è stata ampiamente cavalcata da alcune frange di governo, in sella alla grande fetta di popolazione a cui non interessa essere etici piuttosto che razzisti ma al sicuro dietro muri dai confini e porti sbarrati. Il fenomeno Brexit, richiamato velatamente nel gioco, vede alle sue radici proprio questo sentimento ed è anche un chiaro esempio di un paese dalla forte mentalità isolazionista volta a una preservazione dei propri valori, proprio come l’Italia sta diventando all’interno dell’attuale panorama geopolitico.

The Occupation ci chiede, appunto, di decidere a livello personale quanto si debba lasciare fare questo tipo di assetto. Vale la pena sacrificare la multiculturalità per preservarsi? Vale la pena chiudere un occhio davanti ad azioni inumane se esse sono fatte per presumibilmente salvare delle vite o stili di vita? Domande che forse dovremmo porci anche fuori dallo specchio del titolo di White Paper Games.

The Occupation e i Whistleblower

Parte della risposta a esse possiamo trovarla nelle azioni storiche che narrano di quei giornalisti chiamati “whisteblower”: termine americano per indicare chi denuncia pubblicamente gli illeciti compiuti dal governo o da organizzazioni private/pubbliche. Oltre alla definizione, è piuttosto scontato arrivare a concludere come questo ruolo sia una posizione pericolosa e compromettente, così tanto da aver messo in pericolo delle vite e averne tolte alcune, almeno fino a quando non sono state fatte leggi come il Whitleblower Protection Act del 1989. Nel contesto di The Occupation ci ritroveremo con tutte le caratteristiche del whistleblower, lasciandoci però la scelta se effettivamente diventare tale o permettere che l’opinione pubblica rimanga all’oscuro dei complotti governativi. Essendo un onere impegnativo e pericoloso, il gioco si presenta come un investigativo dalle meccaniche stealth particolari: primo tra tutti è il lasso di tempo di ore reali in cui dover per forza giocare – all’incirca 4 – e a seguire vediamo l’assenza totale di armi in favore dell’efficacia della nostra penna, unica amica in edifici governativi e camere stampa.

La propaganda di The Occupation ricalca molto gli slogan dello scenario odierno

Una situazione che ricalca molto la vicenda dei Pentagon Papers del 1971, la quale è stata recentemente riproposta nell’eccellente pellicola The Post. Sia il team di professionisti del New York Times che il nostro avatar di The Occupation rappresentano perfettamente il ruolo del giornalista come difensore dell’informazioni pubblica, garante della trasparenza del governo e portavoce della realtà filtrata attraverso la sua prospettiva. Neil Shehaan, rimanendo nell’esempio in questione, ha infatti avuto la saggezza di portare avanti la pubblicazione dei documenti sul Vietnam dove molti altri colleghi avrebbero lasciato perdere o avrebbero visto come giustificate le azioni governative. Non c’è mai un singolo percorso per l’informazione mediata e The Occupation lo fa capire molto bene quando ci fornisce il ruolo di “scegliere la narrativa dell’attentato”, affidandoci i panni scomodi indossati da Shehaan e tanti altri.

Tale giornalista rivelatore, il whistleblower, è indubbiamente una delle figure più influenti nella creazione del nostro panorama culturale, specialmente se si considera l’enorme cambiamento informativo avvenuto con Internet e i computer. Basti pensare a figure come Snowden e le rivelazioni sulla CIA, o Assange e WikiLeaks, o il nostrano Giacomo Matteotti e le sue denunce contro il regime fascista. Non hanno usato armi per combattere la loro battaglia, non hanno messo a ferro e fuoco le sedi del governo e non hanno fatto esplodere bombe o ucciso politici, piuttosto hanno usato la potenza della libertà di stampa per cambiare inevitabilmente la nostra storia. Parole su carta così forti e decisive da aver inciso sulla percezione della guerra del Vietnam e della nostra proprietà privata, lasciando che la società ne uscisse inevitabilmente mutata tramite la pura consapevolezza.

E se questi pezzi non fossero mai stati pubblicati? Se si concordasse ciecamente con il governo e si lasciasse che le voci contro di esso vengano ammutolite tramite costrizioni economiche o mandati d’arresto? The Occupation prova a spronarci nella riflessione, soprattutto quando il protagonista si confronta apertamente con gli altri personaggi coinvolti nella vicenda e con le loro bugie. L’attentato poi, in particolare, diventa una situazione molto complessa su cui riuscire fare cronaca.

Il giornalismo ha dovuto effettivamente cambiare e adattarsi di fronte a eventi tragici come l’11 settembre. 29 persone sono morte e un colpevole è stato già preso, indagare ulteriormente, in questi casi, non solo rappresenta un’aperta sfida alle decisioni delle autorità, ma agli occhi dei cittadini appare come un atto di estrema sfiducia in un momento in cui si cerca disperatamente di fidarsi dei propri leader. Anche questo è un peso che i giornalisti si sono abituati a portare e il quale può essere notato specialmente nel trattamento odierno a loro riservato. La paura e la discriminazione minano irreparabilmente la visione critica e nel gioco di White Paper Games questo è un fattore decisamente presente, soprattutto per il modo in cui viene continuamente sottolineata la scomodità della nostra legittima attività.

Il messaggio di The Occupation non è quindi un’affermazione, non c’è l’intento di inculcare nel giocatore una visione del mondo definita e di assoggettarlo alla sua dialettica.C’è una denuncia, c’è la voglia di mostrare un certo lato del nostro mondo che forse passa in sordina dietro l’inquietudine e altisonanti discorsi. In quei panni scomodi e stretti del whistleblower, la scelta sta a voi così come la comprensione dei grandi sforzi e del valore della ormai eccessivamente scontata libertà di stampa, la stessa che fu difesa dalle straordinarie parole del giudice Hugo Black nel processo Stati Uniti contro New York Times, con le quali vogliamo lasciarvi in veste di chiave di lettura dell’opera di White Paper Games: “Soltanto una stampa libera e senza limitazioni può svelare efficacemente l’inganno nel governo.

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