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The Witcher 3: Wild Hunt compie cinque anni: riviviamo la terza epopea dello Strigo

Cinque anni. Sono passati ben cinque anni dall’uscita di The Witcher 3: Wild Hunt, ultima grande avventura dello Strigo Geralt di Rivia, nonché il gioco che ha consacrato CD Projekt Red come una delle realtà più capaci dell’intera industria. È vero, questo terzo capitolo, così come gli altri, si rifà ai libri di Andrzej Sapkowski, ma rimane innegabile la straordinaria capacità del team nel tratteggiare con cura il carattere di ciascun personaggio, o nel dare vita a centinaia di quest parallele tutte sorrette da un valido racconto. Dai romanzi dello scrittore polacco, infatti, eredita universo e personaggi, ma ci costruisce attorno vicende inedite le quali creano un distanziamento con la trama raccontata nei romanzi. 

The Witcher 3: Wild Hunt, tuttavia, non è solamente un racconto funzionale. Certo, probabilmente se fosse stato sprovvisto di questa sua narrazione matura, non saremmo qui a ricordarlo con estremo piacere, ma meritano una menzione d’onore anche il mondo di gioco estremamente vario e vivo, e le meccaniche GDR: dal setup di Geralt, a pozioni, unguenti e tanto altro.

Quello che segue non vuole essere solamente un articolo che vi ricordi le enormi qualità di Wild Hunt, bensì anche un invito – ai pochi rimasti – a provarlo con mano, vivendo sulla propria pelle tutte le emozioni che il titolo ha da offrire. Soprattutto con l’avvento della serie approdata su Netflix, lo Strigo si è infatti guadagnato una nuova e consistente fetta di pubblico che potrebbe trovare ancor più affascinanti e concrete le vicende della trilogia di videogiochi e, soprattutto, questo terzo capitolo. Parliamo anche a voi, per cui sentitevi chiamati in causa e seguiteci in questo speciale dedicato al gioco più ambizioso di CD Projekt Red.

Un universo fantasy sfaccettato e ricco di emozioni

Leggendo la sinossi di The Witcher 3 si potrebbe commettere l’errore di giudicare negativamente la storia poiché, almeno nelle premesse, risulta molto classica. Nei panni di Geralt dovremo infatti intercettare e trarre in salvo la figlia adottiva, Cirilla, scomparsa da un po’ e perseguitata dalla Caccia Selvaggia a causa delle sue straordinarie doti le quali, sin da bambina, non le hanno permesso di affrontare una normale adolescenza. La ragazza, pur essendo molto abile e avendo conseguito l’addestramento dei Witcher, è ancora inesperta e soprattutto incontrollabile; non riesce ad avere pieno controllo del suo corpo e delle sue abilità. Dall’altra parte abbiamo invece uno Strigo ancor più maturo e saggio che s’incammina, insieme al fidato amico Vesemir, prima alla ricerca dell’amante Yennefer di Vengerberg e poi, su ordine del vero padre di Cirilla, in un viaggio lunghissimo e dal forte carico emotivo.

Questa, in breve, è la sinossi della trama; giudicarla con superficialità è un grosso sbaglio. Importante sottolineare come, più che nella trama in sé, la vera conquista di The Witcher 3 risieda nei suoi dialoghi, che creano un racconto sì, molto longevo e quindi per alcuni anche stancante, ma anche dannatamente avvincente. Arrivati a fine avventura, infatti, più che ricordare alcuni eventi, vi saranno rimasti impressi alcuni dialoghi o alcune espressioni facciali. Sì, è vero, probabilmente le scene di dialogo potevano e dovevano essere accompagnate da una regia un po’ più matura, ma ciò non basta a disinnescare le emozioni generate da questi momenti. Una delle quest più iconiche dell’avventura, nonché quella che riesce ad esprimere al meglio quanto raccontato, è la vicenda del Barone Sanguinario, scritta dal grandissimo Chris Avellone. Durante le tre ore abbondanti richieste per il completamento di questa brutale vicenda, il giocatore viene travolto da uno tsunami di sensazioni molto diverse l’una dall’altra, e durante il confronto diretto con il burbero Barone è liberissimo di giudicarlo o comprenderlo attraverso la vasta gamma di opzioni messa a disposizione dagli sceneggiatori. Una battuta tira l’altra, un movimento di camera dopo l’altro evidenzia lo stato dei personaggi; basta fissarli negli occhi per comprenderli ancor prima che questi aprano bocca. Tutto merito di una scrittura e di un lavoro degli animatori che è semplicemente fuori scala, specie considerando l’enorme mappa di gioco e i tantissimi personaggi presenti nel mondo.

L’abbiamo anticipato pocanzi, The Witcher 3 lascia nelle mani del giocatore una vastissima gamma di opzioni che influenzano lo svolgersi del racconto. Talvolta non ve ne renderete nemmeno conto, ma avrete cambiato alcuni eventi. Questo succede perché le scelte che sarete invitati a prendere nel corso della storia non avranno mai una divisione bianco e nero, scelta buona o scelta cattiva. La terza avventura dello Strigo riesce laddove molte altre produzioni falliscono, inserendo quelle sfumature di grigio le quali rendono ogni scelta difficile da compiere e dalle conseguenze assai complesse da anticipare. Sempre paragonandolo ad altre produzioni, altro suo pregio è quello di imbastire dei dialoghi disaccordi. In sostanza, vi è l’antitesi, la contrapposizione di due o più pensieri, così da rendere le vicende meno scontate e sempre molto riflessive. 

In definitiva, e questo è in assoluto l’elemento che eleva questa produzione allo standard di capolavoro, quanto vi abbiamo raccontato – con la stessa qualità e intensità – The Witcher 3 riesce nell’impresa di portarselo dietro sino ai titoli di coda e non solo. Già, perché il mondo è pieno di attività secondarie molto interessanti – non nel gameplay, purtroppo, ma adesso ci arriviamo – e vi sono anche due espansioni di cui l’ultima, Blood and Wine, è forse migliore di Wild Hunt, sia per scrittura che per la bellissima direzione artistica del Toussaint, in particolare di Beauclair, la cosiddetta città del vino.

La pecora nera

Per adesso vi abbiamo raccontato le incredibili qualità di questa produzione, la sua sceneggiatura, le scelte multiple e la vastissima gamma di attività e storie da seguire le quali, ogni tanto, potrebbero portare il buon Geralt alla conquista di qualche bella fanciulla, dando vita ad una delle tante romance presenti nel gioco. Ciononostante, e lo diciamo con immenso dispiacere, The Witcher 3 casca proprio nel suo gameplay, in particolare nel combat system. Chiariamoci: il sistema in sé non è affatto male, ma diventa vario solamente con il trascorrere delle ore, acquisendo le abilità melee. Anche a quel punto, però, rimane comunque afflitto da gravi problemi legati al feedback dei colpi e alle hitbox. Sicuramente non una problematica tale da bocciare il gioco, ma vista l’incredibile cura riposta in altri elementi, cozza e non poco, abbassando il nostro entusiasmo. Accettare un contratto pericolosissimo nel quale ci viene indicata una temibile preda da affrontare, magari un Grifone, rende euforico il giocatore sulle prime e lo costringe a ridimensionarsi a combattimento avviato. Un esempio calzante è Skyrim, anch’esso afflitto da problematiche simili, eppure davvero ben accolto e molto amato dalla community. Ecco, imparate a fare lo stesso: tenete a mente che The Witcher 3 lo amerete soprattutto per la sua narrativa, i personaggi e il suo mondo. E che questo non significhi che il gameplay sia, nella sua totalità, completamente da buttare, anzi. Bisogna ammettere che molto dipende dalla build intrapresa: vi assicuriamo che puntare sulla magia e quindi sull’espansione ed il miglioramento dei segni da Witcher, è in assoluto la scelta migliore, la più varia e soddisfacente. Da segnalare, poi, il sostanzioso miglioramento che le espansioni portano all’esperienza The Witcher 3, lavorando furbescamente sulla routine comportamentale degli avversari, sulle boss fight e sull’aggiunta di nuovi segni.

Tecnicamente ha ancora qualcosa da dire

The Witcher 3, specie nei giorni successivi al day one, ne passò veramente tante: a fronte di una realizzazione tecnica ancora oggi appagante, era pieno zeppo di cali di frame rate, caricamenti lunghissimi e tanti, troppi bug. Oggi, la terza avventura di Geralt è fortunatamente un’esperienza ripulita e soprattutto adattata alle ormai “vecchie” mid gen, ossia PlayStation 4 Pro e Xbox One X. Specie su quest’ultima il gioco è davvero notevole, lasciando al giocatore la piena di libertà di scegliere tra un gameplay fluido a 60 fps in 1080p ed un altro più immersivo e ricco da un punto di vista tecnico, raggiungendo la risoluzione 4K. Vi è anche l’HDR, feature capace di accendere ancora di più l’ottima palette cromatica scelta dal team, un impasto di colori davvero travolgente.

Esatto, avete capito bene: aggiungendoci anche queste sue conquiste tecniche, in sostanza non esiste momento migliore per goderselo pienamente. Tant’è che non lo consigliamo solamente a chi non lo abbia mai vissuto; anche chi non vi fa ritorno da qualche anno è chiamato in causa. Potrebbe addirittura piacervi ancora di più poiché, si sa: soprattutto quando l’esperienza è valida e densa da un punto di vista narrativo, riviverla permette di apprezzare maggiormente un personaggio o più di uno, notare dei dettagli prima inesplorati e così via.

In attesa di scoprire buone nuove su Cyberpunk 2077 (soprattutto di metterci le mani sopra), non possiamo che augurarvi di trascorrere molte ore insieme all’ultima fatica di CD Projekt Red, e non dimenticatevi di fare gli auguri allo Strigo di Rivia, il quale potrebbe aver perso il conto e non ricordare più la sua età. In ogni caso, caro Geralt, i tuoi anni li porti benissimo, così come The Witcher 3 non pare aver accusato affatto questi cinque anni.