Realtà virtuale

Unplugged | Recensione

Nella primavera del 2005, quando la celebre “MTV Generation” volgeva oramai al tramonto, se si protraeva l’orecchio verso le finestre dal quale si sentiva vociare di giovani, si poteva ascoltare in quel trambusto una serie di iconici riff di chitarra. Nella maggior parte dei casi si udiva un mix di imprecazioni unite all’iconico assolo di Cowboys From Hell e i motivi di quel trambusto così atipico per quegli anni era da attribuire a Guitar Hero, la creatura di Harmonix che riportò in auge non solamente i Rythm Game ma anche tutta quella cultura Rock, Metal e Punk-Rock che aveva accompagnato il trentennio 1985-2005.

Alla base di Guitar Hero vi era un concept tanto semplice quanto rivoluzionario: trasporre i controlli del celebre Dualshock all’interno di un controller dalla forma di una chitarra, in modo da permettere a chiunque di immedesimarsi in uno shredder e infiammare palchi virtuali a suon di lick e riff distorti.

Guitar Hero III: Legends of Rock (2007)
guitar hero

La licenza ufficiale di Gibson, affiancata da Fender negli anni seguenti, la presenza di alcuni mostri sacri del rock in versione digitale e delle tracklist ricolme di veri e propri “inni generazionali” resero Guitar Hero un vero e proprio fenomeno, in grado di rivoluzionare il panorama dei Rythm Game e diventare in brevissimo tempo un fenomeno culturale, oltre che la nuova frontiera dei party game.

Un fenomeno che, come da tradizione per ogni moda, è nato, esploso e tramontato nel giro di una decina di anni, segnando la fine di un’epoca in cui, citando l’iconico Scar, musicisti e videogiocatori vivevano in armonia. A nulla servirono i vari tentativi di creare prodotti simili e più in linea con i trend delle generazioni successive (uno fra tutti il tanto chiacchierato DJ Hero), il tempo dei Rythm Game a base di chitarre plasticose e batterie di dimensioni ridotte era giunto al termine… ma non per i ragazzi di Anotherway.

Guitar Hero On Tour (2008)

Unplugged, l’ultima produzione di Anotherway, riprende proprio le meccaniche di gioco rese iconiche da Guitar Hero e le trasla in  una dimensione del tutto inedita, dove le potenzialità offerte dal Oculus Quest 2 permettono di rendere maggiormente realistica la celebre “Air Guitar”, ovvero la gestualità che mima il suonare una chitarra immaginaria.

Se tutto questo vi sembra fin troppo avveniristico, vi basti sapere che il visore per la realtà virtuale prodotto da Facebook permette di leggere, quasi, perfettamente i movimenti delle mani del giocatore, permettendo di sfruttare una funzionalità pensata per garantire una maggior accessibilità agli utenti con disabilità di varia natura, in uno strumento ludico potenzialmente rivoluzionario.

Foto generiche

Prima di spiegarvi come funziona Unplugged, vogliamo dedicarci sulla parte prettamente ludica di questo progetto che, un pò a malincuore, si posiziona in quel limbo in cui gravitano la maggior parte delle esperienze realizzate per la realtà virtuale, ovvero a metà strada fra l'”esercizio di stile” e il videogioco vero e proprio.

Russ Parrish, conosciuto dai più come Satchel dei Steel Panther, si premunirà di seguire passo passo il giocatore, cominciando dai fondamenti, passando per l’esecuzione dei brani presenti in Unplugged e culminando in una serie di attività secondarie, quali accordare la nostra chitarra immaginaria, travestiti da minigiochi.

Il gameplay è esattamente quello proposto in passato da Guitar Hero e compagni: la mano destra si adopererà di “plettrare l’aria” in perfetta sincronia con le dita della mano sinistra, che nel mentre saranno impegnate nel premere a tempo i tasti di un manico immaginario. Le partiture scorreranno su dei binari, con i canonici indicatori colorati a indicare quali tasti del manico della chitarra andranno premuti e in quale momento.

Se l’esecuzione dei vari brani presenti in Unplugged sarà pregevole, dei power-up faranno la loro comparsa e bisognerà colpirli con la paletta della chitarra per ottenere i classici moltiplicatori di punteggio. Tutto quì, niente di più, niente di meno. L’intera struttura ludica di Unplugged si sorregge su un gameplay iconico, e immediato, e su una tracklist che, seppur contenuta, offre un sapiente mix di classici senza tempo, e inni generazionali, che spazia dagli anni ottanta a oggi.

I veri problemi della produzione di Anotherway non risiedono in alcun elemento di gioco. La tracklist contenuta siamo certi si andrà a espandere conseguentemente al successo che Unplugged otterrà, mentre per quanto riguarda le meccaniche di gioco c’è davvero poco da eccepire considerando che il tutto si regge sull’ottima base gettata da Guitar Hero nel 2005.

Le problematiche reali sono tutte da ritrovarsi proprio nell’esperienza offerta dalla realtà virtuale e dalle imposizioni dettate dall’Oculus Quest 2.

Innanzitutto non avere alcun tipo di controller fisico può risultare affascinante di primo acchito ma si rivela ben presto una soluzione poco pratica in quei brani che richiedono un’esecuzione rapida e precisa. Il feedback generale offerto da Unplugged è sempre preciso, questo vogliamo sottolinearlo, ma l’accuratezza richiesta da alcuni brani non sempre si sposa perfettamente con l’eterea natura del progetto.

Se a questo si aggiunge che per giocare a Unplugged viene richiesto all’utente di: imboccarsi le maniche, avere le mani ben visibili dalle telecamere di Oculus Quest 2 e pulire a fondo queste ultime per evitare imprecisioni nella lettura dei movimenti, viene da se che la natura scanzonata, e a base di headbanging, proposta da Unplugged, si trasforma ben presto in una morigerata, e impeccabile, esecuzione di fronte a una platea di docenti di conservatorio.

Foto generiche

Infilarsi un sensore per la realtà virtuale, ritrovarsi circondati da amplificatori della Marshall e intonare Roadie dei Tenacious D, inevitabilmente porterebbe chiunque a muoversi e a lasciarsi andare ma questo porterebbe inevitabilmente a non riuscire a eseguire il brano nella sua interezza a causa di una serie di problematiche date proprio dalla mole di elementi da tenere in considerazione prima di immergersi in Unplugged.

Stare in piedi, con la testa china, le mani in bella vista e doversi sforzare nel non muoversi eccessivamente non è proprio il miglior modo per approcciarsi a una tracklist fatta di riff al vetriolo e assoli vorticosi… e questo è proprio ciò che rende Unplugged un progetto per certi versi avveniristico, ludicamente impressionante ma allo stesso tempo ancora troppo ancorato ai limiti dettati da  una tecnologia, ancora in evoluzione, come la realtà virtuale.

7.5

Unplugged – Oculus Quest 2


Unplugged è come una Cadillac del 59 in grado di volare: bellissima, affascinante ma allo stesso tempo pesante, ingombrante e difficile da manovrare. La nostra esperienza con l'avveniristica produzione di Anotherway ci è sembrata come il futuro anacronistico proposto da Hanna & Barbera nel 1962. Per quanto sia affascinante, e dannatamente immersivo, perdersi nel suonare una chitarra immaginaria sulle note di qualche classico del rock, circondati da amplificatori, luci al neon e punteggi di ogni sorta, il dover sottostare alle regole imposte dall'Oculus Quest 2 per far funzionare quel magico mondo digitale al meglio, smorzano tutta l'enfasi generata dal palco virtuale offerto da Unplugged. Indubbiamente rimane un'esperienza consigliatissima a chiunque abbia amato Guitar Hero, o cerchi un Rythm Game innovativo e dal concept futuristico, ma è anche giusto che si tenga a mente che non ci si potrà dimenare in animaleschi headbanging mentre si esegue un assolo a 210 di metronomo.

Pro

  • Ottime tracce sonore...
  • Gran responsività delle motion camere...
  • Ottima varietà e personalizzazione.

Contro

  • ... ma un numero maggiore non avrebbe guastato
  • ... ma le imposizioni dettate dall'Oculus Quest 2 snaturano l'esperienza complessiva.
7.5