Editoriale

Videogiochi e pandemia: il NY Times li reputa dannosi per i bambini. Non ci stiamo!

Il New York Times c’è cascato: l’ennesimo attacco ai videogiochi, è avvenuto con un articolo di Matt Ritchel (che potrete visionare cliccando qui). Dottori, genitori e bambini “problematici”, sembra quasi la puntata di un documentario di serie B dove l’imputato, il carnefice, è la tecnologia alla portata dei più piccoli. Senza entrare nei dettagli (almeno non ora) leggiamo con calma i punti salienti del nuovo thriller firmato Matt Ritchel… scusate, volevo dire articolo.

Controller

Analisi dell’articolo

Partiamo dalla storia di John Reichert di Boulder in Colorado, che ha avuto un’accesa discussione con il figlio quattordicenne, James e: “… come molti genitori, ha trascurato il tempo in enorme aumento che suo figlio stava dedicando ai videogiochi e ai social media. Ora, James, che era solito concentrare il suo tempo libero in mountain bike e giocando a basket, dedica quasi tutte le sue ore di svago – circa 40 a settimana – alla Xbox e al suo telefono. Durante la loro discussione, ha supplicato suo padre di non limitare l’utilizzo, chiamando il suo telefono ‘Tutta la sua vita’“.

A seguito della prima storia, sono seguite analisi di psicologi, dottori e pediatri su quanto il cervello di bambini e adolescenti sia “plastico” verso l’adattamento alle nuove situazioni e quanto, effettivamente, sia semplice per loro ritornare alla normalità, dopo un periodo di riadattamento. Ovviamente, non poteva mancare il classico commento legato all’aumento di ansia e obesità legato “all’online”. Per certi versi, ovviamente, trattandosi di esperti e competenti, hanno anche ragione… ma dove sta l’errore? Ci arriveremo. Prima leggiamo un altro pezzo della storia di James.

Smartphone tumori

Il quattordicenne, figlio unico, ha perso purtroppo l’adorato cane di famiglia: “… e James ha detto che giocare con i suoi amici lo ha aiutato a non pensare alla perdita“. A seguito, Kathleen Reichert – madre del ragazzo – nel bel mezzo dell’intervista, ha risposto così al figlio: “Cosa farai quando sarai sposato e stressato? Dirai a tua moglie che devi giocare all’Xbox?“.

La mia opinione a riguardo

Okay, ci siamo: adesso, dopo aver riassunto l’articolo del New York Times, posso finalmente dirvi la mia. Il problema cardine dell’articolo è (come direbbe un noto chef di fronte a un piatto pieno di buone pietanze mischiate però a caso) che si tratta di un ‘mappazzone’. Si, perché è stata fatta una correlazione assurda tra videogiochi e social network categorizzandoli come “schermi”. C’è una sostanziale differenza tra videogiochi e social network in mano a bambini e adolescenti: i primi possono anche stimolare la curiosità, i secondi possono essere molto pericolosi.

Ho visto con i miei occhi genitori dare in mano ai loro bambini il proprio smartphone o tablet per giocare. Ciò, ovviamente, è pericoloso (proprio per questo ho dato in parte ragione agli esperti) perché è facile cliccare sul tasto home e accedere a un browser o a un social network ritrovandosi in giungle di contenuti dove un bambino non dovrebbe accedere… non senza le dovute limitazioni di un parental control.

Per quanto riguarda i videogiochi in mano a bambini e adolescenti, il discorso cambia: un videogioco come Fortnite, può ad esempio essere un buon mezzo per un adolescente per trascorrere del tempo in compagnia dei propri amici, in un periodo in cui uscire è pericoloso, se non limitato, a causa della pandemia di COVID-19. Proprio qui sta il più grande errore commesso da Ritchel nel suo articolo: riportare una storia negativa, quando di negativo non ha nulla.

Smartphone bambino

Infatti James trascorre in media 5 ore al giorno tra telefono e videogiochi. Una media non altissima in un periodo come quello attuale, in cui stare a casa è indispensabile per il nostro bene e per quello dei nostri cari. Cosa dovrebbe fare oltre a dedicarsi allo studio? Giocare con i pollici e dedicarsi solo alle faccende domestiche? Un adolescente ha anche bisogno del suo tempo libero e, sicuramente, il giovane tornerà a pedalare e a giocare a basket non appena sarà possibile. Nel frattempo socializza con i suoi amici tramite una console… semplice!

La cosa che più mi ha fatto riflettere dell’articolo del Times, è che Ritchel non ha elencato un singolo punto positivo a favore dei videogiochi (che si è limitato a categorizzare con qualcosa di totalmente slegato). Oltre al fattore sociale e di quanto i videogiochi abbiano aiutato gli utenti in questo anno difficile (vi invito a leggere proprio su ciò l’ottimo editoriale del nostro Michele), l’industria videoludica lascia spazio anche alla cultura videoludica. Se solo i genitori s’informassero, proprio come faceva mio padre quando ero un bambino, scoprirebbero che i videogiochi possono stimolare anche la curiosità nei più piccoli.

Mi ricordo ancora quando mio padre tornò a casa con in mano una copia di Imperivm: Le guerre puniche. Avevo solo sette anni e mi ritrovai catapultato nell’esperienza di uno strategico in tempo reale che esaminava il periodo storico della guerra tra Roma e Cartagine. Da una parte ottenni uno stimolo alla riflessione, dall’altra verso la cultura. Mio padre continuò a regalarmi giochi di questo tipo fino ai miei dodici anni, quando mi regalò per Natale Assassin’s Creed II, ambientato nella splendida Italia del Rinascimento. Perché? Sapeva che a scuola stavo studiando il Rinascimento, sia in storia che in arte. Chi sono oggi? Un adulto che ama la cultura e la scrittura.

Assassin's Creed 2

I videogiochi, quindi, c’entrano ben poco con l’origine del problema. Esso, secondo me, deriva da una mancanza d’attenzione, da parte di alcuni genitori, verso i propri figli: da telefoni e tablet dati in mano a dei bambini senza aver impostato il parental control, fino a un disinteresse verso gli interessi di un adolescente. Ovviamente, notare che un bambino/un adolescente trascorre troppo tempo davanti a un videogioco ignorando i suoi compiti, è un problema che un genitore deve risolvere, ci mancherebbe. Ma ciò che un genitore deve fare assolutamente, è stimolare l’apprendimento e la curiosità dei propri figli grazie al divertimento… e i videogiochi sono lo strumento perfetto.

Purtroppo nell’articolo del New York Times, l’autore ha voluto unire due temi distanti anni luce tra loro, realizzando un contenuto davvero rivedibile e poco delucidante. L’ennesima lotta contro i mulini a vento, l’ennesimo coinvolgimento insensato dei videogiochi in una polemica che non li riguarda. E ciò fa rabbia guardando l’introduzione di contenuti stimolanti come il Discovery Tour negli ultimi Assassin’s Creed o l’ottima trasposizione videoludica della saga di libri fantasy  “The Witcher”. Fa rabbia perché è ora di smetterla di considerare il videogioco come un qualcosa di alieno e tossico, ma come una vera e propria arte.