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Videogiochi, il futuro è il cloud gaming. Console condannate

Secondo l'Amministratore Delegato di Ubisoft (Assassin's Creed, Far Cry, The Crew 2), Yves Guillemot, la prossima generazione di console sarà l'ultima. Il passo successivo sarà il cloud gaming, vale a dire quel sistema in cui tutta la potenza di calcolo è online. In casa è sufficiente una "scatoletta" con hardware poco potente, il cui unico compito sarà ricevere e trasmettere i dati.

Non è uno scenario volto solamente al futuro. Proposte di cloud gaming infatti già ne esistono, e a tal proposito potete leggere la nostra prova di GeForce Now Beta di febbraio 2018. Al momento ci vuole una connessione ad alte prestazioni che non tutti hanno, e il catalogo di giochi non è molto esteso. E anche nella migliore delle ipotesi non ci si avvicina nemmeno alle prestazioni di un potente PC Gaming. Guardando a PlayStation Now la situazione è simile. Steam da parte sua sta cominciando a fare qualche esperimento.

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Yves Guillemot

Guillemot d'altra parte parla di un "dopo" le prossime console. Ragionevolmente parliamo di almeno sei o sette anni, più probabilmente una decina. Per allora la maggior parte di noi avrà una linea adeguata, forse più di una grazie al 5G, e i giochi disponibili in cloud saranno la maggior parte. E senza dubbio ci sarà un periodo di transizione in cui potremo scegliere se giocare in modo tradizionale oppure in cloud.

Guardando avanti di dieci anni e con uno sforzo di immaginazione, la previsione del dirigente francese non sembra poi così irragionevole. Persino in Italia, dove la velocità media delle connessioni sta aumentando molto velocemente (con 30 Mbps in down e 10 Mbps in up); restiamo lontani dai paesi più veloci, certo, ma è il miglioramento a destare interesse.

Per i videogiochi, dunque, si prospetta uno scenario futuro del tutto simile a quello della musica, dei film e delle serie TV (e parzialmente anche del software, già oggi). Vale a dire che nelle nostre mani abbiamo un semplice "terminale", dalla potenza limitata, e lo usiamo per accedere a informazioni e servizi collocati sui server dei nostri fornitori. La novità, dopotutto, sarebbe solo aggiungere Steam o Sony o Ubisoft a una lista che già include Netflix, Spotify, Apple, Google e così via.

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Nvidia GeForce Now

Si tratta chiaramente di un nuovo passo in quella che Jeremy Rifkin, che ci aveva visto lungo, chiamava Era dell'Accesso già quasi vent'anni fa. Il processo ci vede tutti coinvolti e vede il concetto di "proprietà" spostarsi dal vero e proprio possesso a, appunto, l'accesso. Non siamo più "proprietari" di un disco, paghiamo per poterlo ascoltare; stessa cosa per un libro o una serie TV. Persino per le automobili sta succedendo la stessa cosa, e sono già nati problemi concreti e conseguenze indesiderate.  

Passare da possesso ad accesso ha sicuramente qualche vantaggio: è più facile ostacolare la pirateria per esempio, e non siamo più costretti ad aggiornare hardware e dispositivi per garantirci la fruizione dei contenti – nel caso dei videogiochi. Basta un abbonamento, e il gioco è fatto.

Però ci sono anche i problemi. Quelli relativi ai dati personali – il recente caso Cambridge Analytica è simbolico da questo punto di vista. Ma anche la sicurezza è un capitolo importante, e ogni fornitore dovrà garantire che gli account siano ben protetti. Più di tutto però ciò che potrebbe risultare sconvolgente è il modo in cui cambia il concetto di proprietà. Un tema che personalmente mi è caro da almeno dieci anni, e di cui nel 2016 si occupò anche una ricerca universitaria.  La mia collezione di eBook è in realtà di Amazon. Le mie playlist favorite sono di Google. Le serie che amo sono su Netflix. E presto lo stesso succederà anche ai videogiochi.

Comprare qualcosa non equivale più a possederlo, ma sono pochi i consumatori che lo hanno già compreso. Per molti è una verità ancora da scoprire, e che potrebbe rivelarsi molto difficile da digerire.

Il passaggio tuttavia non sarà traumatico per i giocatori; già oggi la maggior parte dei giochi funziona solo se esiste una connessione con il server del produttore, che in questo modo mantiene uno stretto controllo sulla sua proprietà intellettuale. Così come tutti gli altri software, infatti, anche i giochi sono già oggi una proprietà virtuale, e paghiamo una licenza di utilizzo. Con il cloud gaming, superati gli ostacoli tecnici, l'unica differenza sarà una manciata di bit sui nostri dischi oppure altrove.

Tutto sommato, dunque, tanto vale che i giochi si spostino in cloud quanto prima. Se non altro mi basterà un televisore o una scatoletta da pochi euro, una linea veloce e un abbonamento. E non dovrò più essere io a preoccuparmi di aggiornare l'hardware o di risolvere problemi di compatibilità.