Editoriale

Vivo dentro un roguelike e ora devo rompere il cerchio

La mia fine mi attende all’inizio, abbandonata come Helios. Ultima Corsa. Fuga fallita. Schianto fatale. I miei ricordi hanno assunto una forma spiroidale a me incomprensibile e che mi trascina negli abissi dell’abisso. È lì che andrò. Come te.

Vivi. Muori. Ripeti. Rompi il cerchio, recita il materiale promozionale di Returnal. Dormi. Ti svegli. Ricominci. Sono dentro un roguelike, un loop che si ripete familiare ma mai uguale. Non muoio realmente ma ogni giorno è come se una piccola parte di me lo facesse. Guardo il mio riflesso nelle porte della metro che prendo ogni mattina. Vettura diversa ma stesso vagone perché solitamente è quello meno affollato. Metto in atto tutti gli insegnamenti che l’esperienza mi ha insegnato per la “run” più comoda. L’ho imparato in ogni iterazione che ho vissuto e l’ho applicato per le successive, proprio come ho fatto in Returnal dove ho dato priorità a certe porte rispetto ad altre in ogni mia partita.

Returnal Guida

La migliore mi è durata quasi 2 ore e mezza. Ho sconfitto i primi due boss senza esitazione, ho quasi raddoppiato la vita e sentivo che avrei potuto continuare così a lungo. Alla fine, così non è stato, ma la sensazione di aver comunque fatto qualcosa di grande, di aver raggiunto un progresso tangibile, è rimasta. È questo che amo dei roguelike e roguelite, non la loro apparente difficoltà. Amo quella sensazione di miglioramento costante anche per il più piccolo degli avanzamenti, amo che ci sia una gratifica per il risultato ottenuto dopo tutto l’impegno. Amo tutto questo perché fuori dal gioco non è così. Il mio lavoro non mi dà soddisfazioni. Per quanto io lavori più del dovuto e al meglio delle mie possibilità, non arriva mai un avanzamento, un progresso, niente. Il Covid ha esasperato alcune situazioni personali, forzandomi a un certo isolamento a causa della distanza che mi separa dalle persone care e devo ammettere che la paura della solitudine è sempre stata una delle mie paure più grandi fin dall’adolescenza, nonostante avessi molti amici.

Quando Selene apre gli occhi, respira in modo accelerato e la sua navetta si sta per schiantare al suolo nelle brevi cutscene iniziali che introducono un nuovo ciclo, vedo come mi sento ogni mattina quando apro gli occhi, quando sento, anche senza un motivo apparente, che l’ansia già si sta impadronendo del mio corpo per far deragliare la mia giornata e farla schiantare ancora prima che io possa sapere come sarà davvero. Ho imparato a memoria tutte le tecniche di rilassamento, gli esercizi di respirazione, nello stesso modo in cui ho imparato a conoscere tutte le armi e i pattern di attacco dei nemici in Returnal. L’ho fatto per avere nelle mie mani il controllo, per potermi sentire in grado di prevenire, o almeno mitigare, gli avvenimenti spiacevoli.

Returnal

Atropo è un luogo ostile: dietro ogni porta non sai mai cosa potresti trovare e ogni creatura che si muove è un potenziale pericolo. Piano piano inizi a capire la geometria; le stanze sono diverse ma ciclo dopo ciclo ne impari i tratti comuni. L’atmosfera che si respira è pesante e non soltanto per i momenti inquieti a cui si affida per mantenere alta la tensione, ma soprattutto per quel sentimento di riverenza che provi camminando in questo mondo alieno dove statue, strutture e resti ti comunicano tutta la grandezza di concetti profondi che non riesci ancora ad afferrare. Non ho provato paura ma interesse, fascino. Quando ho quel pad in mano sento il peso dei miei passi mentre lo impugno, ma percepisco anche tutto il potere che scorre nelle mie mani e arriva fino al grilletto quando premo per la modalità di fuoco secondaria.

Quando non sto giocando mi sembra di non avere più potere su ciò che mi circonda, ma non è vero, non è così. Certo, al di là dello schermo, le piante tentacolari che in Returnal ti tirano su per raggiungere piattaforme si trasformano in una morsa che non ti lascia più e ti senti spingere sempre più giù, fino ad affossare sempre più in profondità. Fuori dallo schermo sembra tutto più difficile: non ho reperti, resina, glifi, o chance infinite, ma ho imparato a chiedere aiuto ed è la miglior modifica per tuta che potessi trovare. Questo stesso pezzo che ho scritto è parte del processo che mi porterà a rompere questo asfissiante cerchio. Poterlo pubblicare è come distaccarsi da quel parassita che sai per certo che alla prossima occasione ti porterà in avaria.