Web tax italiana: 3% sulle transazioni nell'ultima versione

Mercoledì la Camera dei Deputati dovrà esprimersi sulla manovra finanziaria, ma sulla webtax c'è ancora confusione. Ieri il presidente della Commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia (PD), ha presentato un nuovo emendamento che modifica il testo di Massimo Mucchetti (PD) già precedentemente votato al Senato.

Se da una parte tutti mirano alle borse dei giganti del web, dall'altra c'è il timore che le maglie fiscali possano catturare inavvertitamente aziende italiane o le protette dai lobbysti. Nel frattempo cautamente il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, non si è ancora pronunciato.

tasse

L'emendamento Boccia punta a una tassa del 3% da applicare alle transazioni legate a servizi online (soprattutto la pubblicità) - praticamente la metà rispetto alla proposta Mucchetti. Però si stima un gettito di 190 milioni di euro contro i 114 milioni precedenti. A onor del vero Mucchetti sostiene che per il calcolo sia stata sfruttata una base imponibile diversa che nei fatti avrebbe gonfiato le proiezioni. Ad esempio includendo nel computo Data Analytics, Cloud Computing e i Sistemi di integrazione Ict.

In secondo luogo, per salvaguardare le aziende italiane del web, è stato eliminato il credito d'imposta per compensare la tassa sul web ed è stata stabilita una no-tax zone sotto le 3mila operazioni. Il precedente emendamento poneva la soglia a quota 1.500 ma indicava anche un valore di 1,5 milioni di euro.

C'è poi la questione della raccolta: Mucchetti aveva previsto per le banche il compito di agire da esattori, mentre Boccia vuole demandare l'incarico alle stesse aziende che compreranno i servizi online. In pratica verseranno il 3 per cento all'erario (ma Confindustria non è d'accordo).

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La questione più controversa però riguarda l'e-commerce. Per colpire più severamente Amazon Boccia avrebbe dovuto inserire una voce ad hoc ma così non è stato: si è limitato a consentire a Poste di fare concorrenza sulla consegna dei pacchi fino a 5 chilogrammi.

Infine sulla cosiddetta stabile organizzazione in Italia, l'emendamento approvato del Senato stabiliva per la sua conferma "l'estrazione di risorse" e la "significativa presenza", mentre quello di Boccia appare più blando.

web tax

L'aspetto comunque emblematico della vicenda è che per l'entrata in vigore è stato confermato il primo gennaio 2019, quindi in tempo per ogni correzione che sarà indicata dalla webtax europea - che dovrebbe essere definita nei dettagli nel 2018.

Sul fronte comunitario ormai è chiaro che si stia consumando una guerra di trincea: da una parte i paesi più esposti (Italia, Francia, Germania e Spagna) e dall'altra gli artisti del "tax ruling" come Lussemburgo, Irlanda, Olanda e Malta. La Commissione UE sta lavorando ormai da quasi 4 mesi a un testo da proporre ai ministri delle Finanze dell'Unione entro primavera.

Il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, ha spiegato al Parlamento UE poco tempo fa che la via maestra potrebbe essere quella di estendere ai colossi del web la base imponibile unica già prevista per le multinazionali che operano in Europa. L'alternativa proposta da Italia e altri paesi è quella di far pagare l'IVA sulle transazioni e le tasse sui profitti. Il tutto in attesa che l'OCSE con un accordo fra i G20 proponga la sua ricetta nei primi mesi del 2018.

Il problema però è che per una web tax europea ci vorrà l'unanimità e il rischio è che alcuni paesi siano costretti a invocare le clausole di eccezione previste dal Trattato di Lisbona. Insomma, la via italiana per ora appare solo come un cerotto, in attesa di una cura più organica e strutturata.

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