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Editing genetico sul cervello di alcune scimmie, gli scienziati ci avvicinano al Pianeta delle Scimmie?

Per la prima volta un team internazionale di scienziati cinesi e statunitensi ha utilizzato una tecnica di editing genetico per rendere alcune scimmie più intelligenti e vicine agli esseri umani.

Vi ricordate le premesse di L’Alba del Pianeta delle Scimmie, reboot dell’originale del 1968, con gli scienziati che provano a rendere più intelligenti alcuni scimpanzé? È accaduto davvero: un team internazionale composto da scienziati cinesi e statunitensi ha infatti utilizzato per la prima volta tecniche di editing genetico su alcune scimmie per provare a rendere il loro cervello più simile al nostro.

In realtà però premesse e intenzioni sono completamente differenti rispetto al film, anche se alcuni scienziati hanno espresso timori sull’operazione e sui possibili esiti. Anzitutto le scimmie utilizzate nell’esperimento non sono scimpanzé ma macachi rhesus. L’obiettivo invece non è, ovviamente, quello di provare a renderli più intelligenti, in perfetto stile “scienziato pazzo”, ma cercare di capire meglio i meccanismi evolutivi del cervello.

Photo credit - depositphotos.com

Gli scienziati infatti hanno identificato alcuni geni che dovrebbero avere un grande impatto sull’evoluzione cerebrale dei primati, in particolare MCPH1. Lo studio, pubblicato sulla National Science Review e condotto da scienziati cinesi del Kunming Institute of Zoology e della Chinese Academy of Sciences unitamente a colleghi della University of North Carolina, ha effettivamente evidenziato un modello alterato di differenziazione neurale e neotenia del sistema neurale nelle 11 scimmie impiegate nella sperimentazione.

‎La neotenia indica la caratteristica, comune a molti animali, di conservare caratteristiche tipiche degli esemplari più giovani anche da adulti. Per quanto riguarda gli esseri umani, una differenza fondamentale rispetto agli altri primati è che i primi necessitano di molto più tempo affinché il sistema neurale si sviluppi compiutamente.‎

In poche parole insomma i macachi dotati del gene MCPH1 hanno iniziato a mostrare caratteristiche “umane” per quanto riguarda lo sviluppo del sistema neurale. Secondo gli studiosi inoltre ‎le scimmie transgeniche hanno anche mostrato una migliore memoria a breve termine e tempi di reazione più brevi rispetto a esemplari della stessa specie non modificati.

Secondo alcuni scienziati l’utilizzo di primati transgenici in futuro potrebbe rappresentare il modello di studio più efficace per ottenere risposte su quali siano le caratteristiche che rendono gli esseri umani unici tra i primati, ma non tutti concordano. ‎”L’uso di scimmie transgeniche per lo studio dei geni umani legati all’evoluzione del cervello è una strada molto rischiosa da percorrere“, ha affermato ad esempio James Sikela, genetista dell’Università del Colorado‎‎, che si è detto preoccupato per le implicazioni etiche di questo tipo di esperimenti e per la possibilità che conducano rapidamente a interventi più radicali e, per questo, ancora più discutibili.

Anche Martin Styner, informatico presso la University of North Carolina ed esperto di risonanza magnetica, si è detto perplesso. I risultati rilevati dall’esperimento infatti a sua detta non aggiungerebbero molto alle conoscenze attuali. Inoltre utilizzare animali modificati geneticamente, oltre ad essere un metodo eticamente discutibile e quasi impossibile da utilizzare in Europa e Stati Uniti, è anche assai dispendioso, costringendo gli scienziati a utilizzare un numero esiguo di animali.

Un approccio ritenuto scientificamente poco affidabile, ma non dal genetista Bing Su, uno dei membri del team di ricerca. Su ha infatti ammesso che il basso numero di esemplari sia una limitazione ma tramite la riproduzione naturale conta di aumentarne il numero tenendo i costi bassi.

Su non ha quindi alcuna intenzione di arrendersi, anzi, ha in mente ulteriori modifiche genetiche per testare altri geni legati all’evoluzione neurale, tra cui soprattutto SRGAP2C, non a caso ribattezzato da molti “humanity switch”, ossia l’interruttore dell’umanità. Secondo Su non ci sono reali pericoli, perché non saranno pochi geni a causare una repentina evoluzione mentale dei primati sottoposti agli esperimenti. A noi non resta che augurarci che abbia ragione. ‎

Un altro film che questa sperimentazione richiama alla mente è indubbiamente Monkey Shines – Esperimento nel terrore, del maestro dell’horror George A. Romero.