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007 – Licenza di uccidere: 58 anni di imprese per James Bond

Da decenni salva il mondo con gadget incredibili e il suo sex appeal, dalle profondità marine sino allo spazio. Ha segnato profondamente l’immaginario cinematografico mondiale, diventando l’ispirazione per i grandi avventurieri del cinema nati negli anni seguenti, come ammisero anni dopo Spielberg e Lucas parlando delle origini di Indiana Jones. Forse nessuno immaginava che quell’agente segreto britannico che esordì in anteprima mondiale a Londra il 5 ottobre 1962 sarebbe divenuto un’icona della cultura cinematografica mondiale. Eppure, 007 – Licenza di uccidere (in originale Dr. No) divenne il primo capitolo della lunga saga cinematografica della spia per eccellenza: James Bond.

Sean Connery

Nei quasi sessant’anni di presenza al cinema, James Bond ci ha guidati in appassionanti avventure, rese immortali dal carisma di Sean Connery, dall’ironia di Roger Moore, dal cipiglio di Timothy Dalton, dal fascino composto di Pierce Brosnan o dalla fisicità di Daniel Craig. Senza dimenticare la fugace apparizione di George Lazenby, triste detentore del primato di essere l’unico attore ad avere interpretato James Bond per una sola pellicola, la più amara dell’intera saga. Tutti questi volti non avrebbero mai potuto alternarsi nello smoking di James Bond se, nel 1961, un produttore cinematografico non avesse visto delle potenzialità nel personaggio di una serie di romanzi scritti da un autore inglese: Ian Fleming.

James Bond, dalla letteratura al cinema

Dopo un avventuroso passato nelle fila dei servizi segreti britannici durante la Seconda Guerra Mondiale, Ian Fleming abbandona la divisa e si guadagna da vivere come giornalista, ma ha una passione che vorrebbe trasformare nel suo lavoro: scrivere storie di spionaggio. Questa aspirazione continua a stuzzicarlo, sino a quando nel 1952, durante la sua luna di miele presso Goldenye, la sua tenuta giamaicana, non inizia a scrivere una storia con protagonista una spia inglese. Prima che i coniugi Fleming finiscano la loro luna di miele, quella storia prende la forma di Casinò Royale, il primo romanzo con protagonista l’agente segreto britannico James Bond che arrivò nelle librerie del Regno Unito nel 1953.

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In un periodo come quello postbellico, in cui dai campi battaglia della Seconda Guerra Mondiale si era passati ai sotterfugi dello spionaggio, una figura come quella della spia al servizio di Sua Maestà era irresistibile, magnetica. I libri di Fleming divennero un successo, e a partire dal 1953, anno della pubblicazione del primo romanzo della serie, ogni anno lo scrittore si prendeva due mesi di ritiro a Goldeneye, tra gennaio e marzo, per scrivere un nuovo capitolo delle imprese di Bond, che arrivava puntuale in libreria con una nuova avventura tra aprile e maggio, per la gioia dei suoi appassionati lettori.

Questa fama era frutto di una visione precisa, da parte di Fleming, di come dovesse essere la sua spia perfetta. Dopo gli anni della Seconda Guerra Mondiale, e nel clima della Guerra Fredda, la gente cercava un personaggio che interpretasse queste tensioni, ma ne fosse in un certo qual modo anche un protagonista, non rimanendone solo schiavo, ma diretto artefice. E Fleming chiarì il suo punto di vista a riguardo in modo netto:

“Stiamo vivendo un’era di violenza. Il corteggiamento ha lasciato posto alla seduzione, l’approccio immediato non è più un’eccezione, ma la regola. Bond è un uomo figlio del suo tempo, un sano trentenne, violento, non un intellettuale. Forse non il tipico uomo del nostro periodo, ma di sicuro a suo agio in questi tempi. Pur essendo distaccato e disinteressato, Bond è comunque credibile, e attorno a lui cerco di creare una vasta rete di emozioni e fantasie.

E’ un’arma brutale e diretta, impugnata da un’agenzia governativa. È freddo, adamantino, senza scrupoli, sarcastico e fatalista. Con le donne si comporta esattamente come richiede il suo lavoro, anche se mostra una certa dolcezza verso di loro, arrivando al punto di aiutarle in caso di necessità, ma solo se questo non compromette il suo incarico. E’ appassionato di macchine veloci, golf e gioco d’azzardo”

La costanza di Fleming nello scrivere e la cura con cui definì gli aspetti essenziali del suo agente segreto consentirono a James Bond di divenire un personaggio letterario di successo, tanto che nel 1954 fece anche la sua prima apparizione nel mondo del piccolo schermo. Con Casinò Royale, infatti, Bond fu protagonista della serie antologica televisiva Climax, che per l’episodio dedicato al personaggio di Fleming si ispirò al primo romanzo della saga.

La vendita dei diritti di Casinò Royale, però, divenne un problema quando la spia britannica entrò nel mirino del mondo del cinema. Dopo sette anni di vita editoriale, infatti, James Bond divenne il pallino di due produttori cinematografici, Harry Saltzman e Albert Broccoli, intenzionati o dare vita a una saga dedicata all’agente segreto. Nel giugno del 1961, Saltzman acquista i diritti dei libri su James Bond, ma deve scontrarsi con ben due problemi.

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Il primo capitolo della serie, Casinò Royale, non si può utilizzare. Il secondo volume, Agente 007 – Thunderball, diventa quindi la seconda scelta, ma anche in questo caso si deve rinunciare, per via di una causa tra Fleming e Kevin McClory, che si professa autore della sceneggiatura originale. Motivo per cui Saltzman e Broccoli decidono di fare buon viso a cattivo gioco e optano per il sesto capitolo delle avventure di Bond, Dr. No.

Scelta dettata anche da una ragione di natura più pratica: Dr. No è il romanzo che richiede il minor impegno economico per essere trasposto in film. Caratteristica non indifferente considerato il budget tutt’altro che ricco a disposizione, che può esser meglio ottimizzato grazie alle location limitate e ad un utilizzo contenuto degli effetti speciali.

Una volta decisi questi dettagli, iniziava la vera sfida: dare vita a 007- Licenza di uccidere.

Caccia a James Bond

Quando ancora si sperava di poter avere come primo capitolo della saga Agente 007- Thunderball, la scelta della produzione in fatto di regista era piuttosto chiara: Alfred Hitchcock. Il suo Intrigo internazionale (1959) era considerato dai produttori una sorta di canovaccio su cui modellare il primo film di Bond, e la leggenda vuole che il celebre regista fosse anche seriamente tentato di dirigere questo spy movie.

Una sinergia che si era spinta al punto di vedere come James Bond proprio il protagonista di Intrigo internazionale, Cary Grant. L’attore all’epoca era però alla soglia dei sessant’anni ed era pronto a impegnarsi solo per due film, mentre la produzione era in cerca di un James Bond più longevo.

Iniziò una caccia alla spia che coinvolse grandi nomi del periodo, da James Mason a Richard Burton e Rex Harrison. David Niven, il perfetto gentleman inglese del cinema, venne scartato, ma si prese una rivincita recitando anni dopo nella parodia James Bond 007 – Casinò Royale.  Ironia del destino, venne preso in considerazione un giovane attore che stava facendo faville nella serie Il Santo, interpretando il ladro Simon Templar, tale Roger Moore. Inizialmente scartato, Moore divenne Bond anni dopo, dando vita alla diatriba su chi sia il miglior Bond di sempre: Connery o Moore?

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Un interrogativo che nasce dalla scelta di Sean Connery come primo interprete di Bond. A fruttargli questa occasione fu soprattutto l’ostinazione del regista del film, Terence Young, che lo aveva diretto nel film Il bandito dell’Epiro.

Young è, a tutti gli effetti, colui che ha plasmato il Bond cinematografico. Nonostante Fleming avesse creato un personaggio estremamente action e fisicamente modellato sulle fattezze di Cary Grant, Young decise di offrire agli spettatori un Bond meno fisico e più seducente, realistico. La tradizione vuole che Young, una volta identificato in Connery il suo Bond, lo abbia sottoposto a un trattamento stile My Fair Lady: lo presentò al suo sarto di Saville Road, lo accompagnò agli eventi mondani di maggior rilevanza e lo rese un perfetto gentleman. Un addestramento severo che arrivò anche al punto di prevedere che il povero Connery dormisse con il suo completo al fine di farlo abituare.

Connery non si sottrasse a questo addestramento, che gli fu utile per sentire sempre più suo il personaggio. Ma in un aspetto, nemmeno Young poté aiutarlo: la sua calvizie. Caratteristica tipica dell’attore, anche ai tempi di 007 – Licenza di uccidere Connery mostrava i primi segni di questo tratto distintivo, ma contrariamente a capitoli successivi della saga non fu necessario un tupè, i truccatori e i parrucchieri furono in grado di cavarsela con piccoli accorgimenti tecnici.

Dopo aver dato un volto all’agente segreto, si dovevano ora trovare altri due elementi essenziali del mito di James Bond: il villain e la Bond Girl.

Il primo villain e la prima Bond Girl

Il titolo originale di 007 – Licenza di uccidere, Dr. No, lascia intendere come la figura del villain fosse essenziale in questa prima avventura cinematografica di Bond. Nella versione letteraria, Fleming si era divertito ad immaginare il suo cattivo sulle fattezze di un cugino attore, Christopher Lee. Lee non ebbe la parte, ma interpretò comunque anni dopo uno dei più apprezzati cattivi della saga di James Bond, Francisco Scaramanga, dando filo da torcere a Roger Moore in Agente 007 – L’uomo dalla pistola d’oro.

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Dopo avere ricevuto il rifiuto di Max von Sydow, la produzione dovette cercare con una certa urgenza l’interprete del machiavellico dr. No e la scelta ricadde su Joseph Wiseman, caldeggiato da Saltzman. Per andare incontro a questa scelta, le origini del personaggio vennero lievemente modificate, rendendolo figlio di una coppia cino-tedesca, agevolando il lavoro dei truccatori che riuscirono a dare all’attore dei tratti orientaleggianti senza dover far interventi più radicali (e costosi).

Non esiste un film di James Bond senza la Bond Girl, o, in alcuni casi, le Bond Girls. Ad inaugurare questa tendenza fu la bellissima Ursula Andress, che diede il volto alla cercatrice di conchiglie Honey Rider. Un’interpretazione che fu dettata da due elementi: la fretta e il caso.

A poco meno di due settimane dall’inizio delle riprese, infatti, il ruolo di Honey Ryder era ancora vacante. Il requisito base per questo personaggio era soprattutto dettato dall’esigenza di contenere i costi, tanto che si cercava un volto nuovo che non chiedesse un ingaggio esoso. Il caso volle che Broccoli stesse visionando alcune proposte quando vide una foto della Andress, con addosso una maglietta bagnata. Non fu nemmeno necessario un provino, Broccoli volle subito l’attrice, anche se la Andress non stava più recitando da qualche anno. Inizialmente titubante, la Andress si convinse ad accettare il ruolo dieto spinta di un caro amico di famiglia, l’attore Kirk Douglas.

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Una volta accettato il ruolo, la Andress dovette però accettare di sottoporsi ad estenuanti sessioni di trucco. La sua carnagione particolarmente pallida, infatti, contrastava con il personaggio, che passava molte ore sotto il solo della Giamaica. Motivo per cui John O’Gorman, il truccatore, le chiese di sottoporsi a un trucco radicale che ne scurisse a sufficienza la pelle, un’operazione a cui l’attrice doveva sottoporsi completamente nuda. Ricordando questo dettaglio anni dopo, la Andress confessava scherzosamente che le sessioni di trucco era continuamente interrotte da persone che trovavano ogni scusa per passare ‘casualmente’ dal suo camerino.

Quello che è innegabile è che la bellezza della Andress, unita al celebre bikini bianco, contribuirono a creare il mito delle Bond Girl. Un merito, quello della Andress, che è stato omaggiato anche all’interno della serie stessa, dato che in La morte può attendere Giacinta ‘Jinx’ Johnson (Halle Berry) emerge dalle acque cubane indossando lo stesso bikini di Honey Ryder.

Licenza di uccidere: la nascita di un mito

Se confrontato con i film successivi della saga di Bond, 007 – Licenza di uccidere mostra tutti i segni di una produzione a costo ridotto, nata quasi più per sfida che per convinzione. Non ci sono scene d’azione memorabili, le location sono decisamente poche e contrariamente ai capitoli successivi Bond si limita a viaggiare verso un’unica destinazione per tutta la sua missione. A ben vedere, persino il geniale Q, l’inventore delle diavolerie che resero Bond un uomo molto invidiato dai suoi fan, ha un ruolo marginale in questa prima iterazione del personaggio, limitandosi a consegnare solo la nuova pistola d’ordinanza.

Questa apparente carenza era frutto di una necessità piuttosto ovvia: contenere i costi. 007 – Licenza di uccidere aveva il compito non certo facile di riuscire a far presa sul pubblico con mezzi ridotti, una missione impossibile che invece venne compiuta egregiamente, nonostante alcune critiche, come quella di Ian Fleming che non esitò a definire il film:

“Orribile. Semplicemente orribile”

Opinione non condivisa dal pubblico, che invece premiò la pellicola ritenendola un’avventura appagante. Il segreto fu proprio la pochezza dei mezzi, che obbligò tutti a dare il massimo. Connery, ad esempio, fu costretto a fare affidamento ai tratti essenziali del personaggio come presentato nei romanzi, mitigando gli aspetti meno gradevoli come indicato dal regista Terence Young, ottenendo un James Bond realistico, affascinante nella sua concretezza. Se nei film successivi una serie infinita di gadget lo aiuterà nelle sue missioni, in 007 – Licenza di uccidere emergono il suo spirito di adattamento e la sua inventiva, come il celebre trucco del capello sulla maniglia dell’armadio.

Eppure, in questo film low budget, compaiono i tratti essenziali che avrebbero reso James Bond una pietra miliare della cinematografia, una serie di first time che in seguito sarebbero divenute le caratteristiche imprescindibili di un film della spia inglese.

Come l’inconfondibile gunbarrel sequence. L’idea venne a Maurice Binder, che pensò di puntare una camera stenopeica in una vera canna di pistola, riprendendo lo stunt-man Bob Simmons mentre cammina e poi improvvisamente spara ad un immaginario nemico. Quella che sembrava un’idea stravagante, divenne un marchio di fabbrica dei film di Bond.

E’ in 007 – Licenza di uccidere che compare per la prima volta la celebre musica introduttiva, nota come The James Bond Theme. La base di questa inconfondibile canzone venne dall’adattamento di un brano del compositore Monty Norman, Good Sign, Bad Sign, inizialmente pensata per The House of Mr. Biswas, musical che non venne mai realizzato. John Barry, compositore della colonna sonora di 007 – Licenza di uccidere, si limitò ad arrangiare lo spartito di Norman, che è stato sin dall’inizio accreditato come il vero creatore del tema di James Bond.

Da un punto di vista puramente narrativo, 007 – Licenza di uccidere presenta già tutti gli elementi del futuro mondo bondiano. Dalla presenza del capo M (Bernard Lee) all’immancabile segretaria Miss Moneypenny (Lois Maxwell) sino alla presenza del geniale inventore Q (Peter Burton, sostituito già nel capitolo successivo da Desmond Llewelyn) e all’agente segreto americano Felix Later (Jack Lord). La perfetta alchimia di questi personaggi, presentati nella pellicola con naturalezza e senza forzature per motivarne la presenza, contribuì a dare alla storia realismo e un ritmo narrativo godibile.

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Ma è innegabile che il merito del successo di 007 – Licenza di uccidere fu soprattutto di Sean Connery. La sua presenza scenica, fatta di piccole gestualità che avrebbero in seguito contribuito a creare l’identità di Bond, è il vero fulcro della pellicola. Espressione distaccata, sigaretta penzoloni e l’immancabile vodka martini (agitato, non shakerato), Connery diventa in tutto e per tutto James Bond, segnando un percorso che i suoi successori dovranno percorre sapendo che per quanto si impegnino, per i fan dell’agente segreto inglese l’unico, vero Bond sarà sempre Sean Connery. Il primo ad averci fatto sognare segretamente, ma non troppo, di poter dire a chi chiede il nostro nome tre semplici parole:

“Bond. James Bond”

Potete rivivere la prima avventura di James Bond con il Bluray di 007 – Licenza di uccidere