Cinema e Serie TV

Ares: la recensione della serie olandese di Netflix

L’apertura di Netflix verso le produzioni europee ha segnato un nuovo ingresso lo scorso fine settimana, quando nel palinsesto del colosso dell’entertainment streaming è comparso Ares. Serie horror con una forte componente adolescenziale, Ares è una produzione olandese, una novità all’interno dell’offerta del servizio di Reed Hastings. L’idillio tra Netflix e le produzioni europee sembra arricchirsi di un nuovo elemento, che si affianca a produzioni iberiche (come il fenomeno La casa di carta) o l’inquietante Dark tedesco.

Nei giorni in cui Netflix affrontava l’adolescenza con un tocco divertente e ingenuo con la seconda stagione di Sex Education, ha anche mostrato un lato più oscuro e ansiogeno dell’esser un teen ager. Ares, pur presentandosi come una serie horror, ha infatti alla base un contesto emotivo che affonda nelle difficoltà emotive tipiche dell’adolescenza, mutuando alcune di queste tensioni in modo da esaltarle all’interno della trama principale.

Ares, poteri occulti all’opera

Il primo episodio di Ares accoglie subito lo spettatore in modo chiaro: quanto si vedrà non è per persone facilmente impressionabili. In una manciata di minuti viene presentata la storia d’amore, tormentata e disturbante, di due giovani dell’alta società di Amsterdam. Dai primi momenti imbarazzati sino alla decadenza del rapporto, tutto si sviluppo in modo rapido, sino ad un tragico e violento epilogo che rimane sospeso, ma che troverà presto una sua spiegazione.

L’attenzione viene spostata su Rosa Steenwijk (Jade Olieberg). Studentessa matricola di medicina, proveniente dalle fasce più deboli della società, Rosa intende eccellere nei suoi studi, con un senso di frustrazione nato da una complicata situazione familiare. La madre Joyce (Janni Goslinga) soffre di schizofrenia, una condizione che costringe Rosa e il padre (Dennis Rudge) a vivere in uno stato di ansia costante, senza mai lasciare sola la donna. La vita di Rosa sembra esser indirizzata su un percorso prestabilito di rinunce e abnegazione, sino a quando non entra in scena il suo miglior amico, Jacob (Tobias Kerslot).

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Durante una cena, Jacob e Rosa incappano in membri della confraternita universitaria del ragazzo, che dopo averlo deriso, provocano Rosa a seguirli. La ragazza, stanca di una vita di rinunce e occasioni perse, decide di seguirli. È il primo passo di un percorso che la porterà ad entrare nelle fila di Ares, una società segreta che da secoli governa nell’ombra la società olandese.

Per Rosa, questa scoperta diventa l’occasione di andare oltre i limiti che vede dinnanzi a sé, per ribellarasi ad un destino che la vorrebbe sempre al fianco della madre, costringendola a rinunciare a sogni e possibilità per il suo futuro.

Ma Ares è veramente il mezzo giusto per cercare un’altra possibilità?

Oltre l’orrore, l’umanità dei personaggi

L’errore nel giudicare Ares è quello di considerarlo un semplice teen drama con una componente horrror. La serie creata da Pieter Kuijpers, Iris Otten e Sanders van Meurs va oltre il semplice contesto adolescenziale, trattando temi delicati di questa età in modo diverso e approfondito. Alla base di questa serie abbiamo il difficile rapporto tra le diverse estrazioni sociali, anche in una società multirazziale e idealizzata come quella olandese. I membri di Ares rappresentano una casta chiusa, un’elite sociale che difficilmente accetta l’ingresso di persone non all’altezza.

Rosa deve convivere con il fatto di essere una pariah. Il suo ingresso in Ares viene osteggiato ad ogni occasione, aggravato dalla sua tenacia e dalle sue capacità, che le attirano ulteriore astio. Già divisa tra i doveri verso la famiglia e la voglia di emergere per garantirsi un futuro, Rosa vive in uno stato di belligeranza perenne, in cui si intrecciano voglia di scoprire cosa si annida realmente in Ares e la spasmodica ricerca di un modo per emergere, diventare ‘qualcuno’ ad ogni costo, a qualunque prezzo.

La presenza di Rosa diventa un elemento di rottura per un’istituzione monolitica, in cerca di una nuova vitalità. L’Ares ha un retrogusto di Illuminati e massoni, una società segreta che riesce a veicolare idee e poteri in modo da esser una guida occulta, governata da ricche famiglie che, spocchiosamente, si sentono superiori. Il presunto cameratismo di questa società segreta viene presto meno, quando l’egoismo e la brama di potere spezzano presunti patti di fratellanza, che lasciano spazio ad un ambiente arrivista e ipocrita.

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Nel corso degli episodi la maschera di autorevolezza e carisma dell’Ares perde progressivamente di potere. Le morti che si susseguono in modo spietato, mostrare con una certa vena splatter, sono simbolo di una resa dei conti che si sta per abbattere sulla sinistra organizza. E Rosa, ovviamente, sarà al centro di questa svolta, con una costruzione del ritmo narrativo e un susseguirsi di rivelazioni ben congeniato.

I punti forti di Ares

Il punto forte di Ares, infatti, è la narrazione. Pur essendo concentrata e a volte troppo rapida nel mostrarsi, la trama della serie olandese attira lo spettatore, stuzzicandone la curiosità muovendosi su più livelli, facendo leva sul fascino dei poteri ignoti e delle forze oscure che si muovono oltre le nostre percezioni. Gli episodi della serie sono un condensato di ansia e inquietudine, ben concentrato nei trenta minuti di ogni episodio.

A dare ad Ares il suo tono cupo e angosciante sono gli ambienti in cui si muovono i personaggi. L’angusto appartamento di Rosa, il cupo e rigido palazzo della Ares e le fredde atmosfere degli ambienti universitari contribuiscono predisporre il pubblico, le cui emozioni sono solleticate da questi suggerimenti cromatici, privi di calore come la vita di Rosa è priva di serenità e tranquillità

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Complice un uso intelligente della colonna sonora, che passa dai contrasti emotivi tra scena e musica (come nell’apertura del primo episodio) ad un utilizzo di musiche e suoni disturbanti, pensati per esaltare le tensioni emotive dei personaggi.

Conclusioni

Ares è una serie interessante, al netto di alcune debolezze. Il ritmo rapido degli episodi a volte forza un po’ troppo l’evoluzione dei personaggi, calcando la mano su alcuni aspetti che avrebbero giovato di una maggior definizione. L’interpretazione dei giovani attori, specialmente di Jade Olieberg, è in sintonia con le suggestioni della trama, dando ad Ares il giusto contesto emotivo. Pur non rivelandosi come un prodotto di punta di Netflix, Ares si presenta come una serie gradevole e che svolge onestamente il suo compito, sperando che questi primi otto episodi abbiano presto un seguito.