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Chernobyl: recensione della serie HBO basata sul disastro del 1986

Non è facile parlare di una serie come Chernobyl, miniserie prodotta da SkyHBO composta da cinque puntate girate da Johan Renck. Riconoscere la sua ottima realizzazione vuol dire anche accettarne il suo impatto emotivo, legato all’estrema fedeltà ai fatti avvenuti in Ucraina nel 1986, quando l’URSS ancora soffocava l’est Europa. La serie, che debutterà in Italia il 10 giugno su Sky Atlantic, mostra in maniera chiara e crudele tutti gli avvenimenti legati alla tragedia senza risparmiare nessuna delle persone coinvolte, limitandosi a mostrare le conseguenze della negligenza umana i cui effetti sono ancora visibili nel nostro presente. Il successo di pubblico e critica ha portato Chernobyl a essere considerata la serie più acclamata di sempre.

26 aprile 1986

Sin dai primi due minuti dell’episodio pilota, lo spettatore viene subito trascinato della cupa atmosfera che impregnava l’URSS alla fine degli anni ottanta. Le strade strette e a mala pena illuminate, i grigi palazzi tutti uguali e le case spoglie dalla tappezzeria triste e dozzinale. Viene presentato Valerij Legasov, interpretato da un sensazionale Jared Harris, intento a registrare un messaggio indirizzato a un mittente per il momento sconosciuto. Le dinamiche dell’incidente vengono subito mostrate e, con un salto temporale di tre anni indietro, si viene catapultati all’interno della centrale. Anatoly Dyatlov (Paul Ritter), capo ingegnere della centrale di Chernobyl, cerca di sminuire il panico causato da quello che sarà l’incidente più disastroso di sempre, sostenendo che il guasto è riparabile e che basterà chiamare i pompieri per placare l’incendio. Tutti si accorgeranno molto presto che negare non servirà a nulla e che molto presto la verità verrà a galla, coinvolgendo gli addetti ai lavori, i politici e migliaia di civili.

Il peggior disastro degli ultimi 40 anni

La serie sin dall’inizio fa una promessa allo spettatore: sarà spietata e cruda, non darà un attimo di respiro e ucciderà ogni speranza e ogni risvolto positivo. Tutto ciò non è dettato da un mal celato sadismo di Johan Renck (conosciuto per aver girato alcuni degli episodi più memorabili di Breaking Bad) ma dal desiderio di raccontare i fatti storici nella loro interezza, senza edulcorare nessun passaggio. Ogni episodio sembra essere un piccolo film, un documento storico che svela ogni retroscena del disastro e che presta una particolare attenzione agli effetti subiti dai cittadini. Le scene in cui sono loro i protagonisti sono le più reali di tutta la serie e questo lo si può riscontrare nel fatto che sono state scritte basandosi sulle testimonianze raccolte nel libro “Preghiera per Chernobyl” di Svjatlana Aleksievič, che ha deciso di raccontare le storie di coloro che hanno vissuto in prima persona il disastro.

Viene mostrato come le alte cariche dello Stato, ancora preda della filosofia leninista, decideranno di infangare l’accaduto in modo da “salvare la faccia” agli occhi del mondo, coinvolgendo il popolo. Sarà proprio l’ignoranza della gente ad essere sfruttata in modo tale da tenere tutto sotto controllo, almeno durante le prime ore dell’incidente: il regista vuole mostrare persone incapaci di comprendere il pericolo che incombe, come se fossero stati resi ciechi dai loro stessi politici. Emblematica è la scena della prima puntata, dove la gente incuriosita osserva i colori causati dalle esalazioni della centrale e rimane affascinata dalla polvere sottile che cade sui loro volti. La macchina da presa indugia sui bambini, che giocano con la polvere caduta per terra come se fosse neve.
Tutte le sequenze negli ospedali e quelle che si svolgono durante le evacuazioni sono spesso prive di dialoghi significativi, ma con una regia che mostra il dolore del popolo in contrasto con l’indifferenza totale del Governo. Anche gli effetti delle radiazioni sulla gente sono mostrati in modo da colpire lo spettatore al cuore.

L’atmosfera soffocante e senza via d’uscita viene acuita dalla fotografia spenta, tendente ai colori freddi nelle scene di giorno e ad un giallo spento durante le scene negli interni o notturne, che sembra quasi essere un rimando al cinema russo anni 70′ (Mosca non cede alle lacrime, Stalker).

Interpreti indimenticabili in uno scenario apocalittico

Ciò che rende Chernobyl un piccolo capolavoro è anche l’interpretazione e la costruzione dei personaggi. Ad eccezione di un unico personaggio, il quale sarà comunque fondamentale per lo svolgimento della trama, tutti quanti sono basati su persone che sono state realmente coinvolte nella vicenda e il modo in cui sono tratteggiati è onesto e diretto. La sceneggiatura è imparziale ed evidenzia ogni colpa ed ogni merito senza troppi giri di parole. Degna di nota è l’interpretazione di Stellan Skarsgård che interpreta Boris Shcherbina, politico sovietico che insieme a Legasov cercherà di scoprire la verità dietro il disastro di Chernobyl.

Pur non essendo un personaggio realmente esistito, Ulana Khomyuk (Emily Watson) rappresenta alla perfezione la condizione di tutte le donne che hanno dedicato la loro vita agli studi scientifici, disciplina comunemente associata all’universo maschile, per poi non essere mai ascoltate realmente. Tutto ciò viene messo in scena rispettando sempre i fatti reali, infatti le azioni di Ulana Khomyuk accompagneranno quelle di Legasov e Shcherbina, senza essere troppo invasive in modo da preservare ciò che è realmente accaduto. Un ruolo simile lo svolge anche il personaggio di Svetlana Zinchenko, interpretata da Nadia Clifford. Lei è il medico che curerà gran parte delle vittime e rappresenta il ruolo che le donne hanno svolto nella medicina in quel periodo, in un primo momento ignorate e poi considerate come risorsa necessaria.

Il sonoro ha un ruolo fondamentale all’interno di Chernobyl. I rumori assordanti delle sirene, i pianti dei bambini e lo scricchiolio del rilevatore di radiazioni saranno forse più incisivi delle strazianti immagini. La colonna sonora trova pochissimo spazio all’interno delle puntate; viene spesso sacrificata per poter lasciare il posto ai suoni o alle immagini mute, come ad esempio nei momenti in cui i personaggi vedono consumarsi la tragedia da lontano, senza percepire alcun rumore.C’è un solo elemento che potrebbe suscitare qualche perplessità, ovvero la scelta di mantenere la lingua inglese, ad eccezione di alcuni momenti dove vengono recuperati dei documenti audio in lingua originale, come ad esempio la chiamata ai pompieri al momento dell’incidente. Forse sarebbe stato meglio scegliere attori russofoni inserendo poi dei sottotitoli, in modo immergere ulteriormente lo spettatore nell’URSS di fine anni ’80, ma probabilmente questo avrebbe scoraggiato la visione di molti spettatori.

Una serie breve ma essenziale

Chernobyl è una miniserie breve ma essenziale sia per chi necessita di una visione impegnativa e pregna di emozioni e sia per tutti coloro che hanno intenzione di comprendere fino in fondo che cosa è accaduto in Ucraina durante quel fine aprile del 1986. Le dinamiche politiche ci vengono mostrate nella più totale neutralità, con nessuno scopo propagandistico e con l’intenzione di condividere solo la verità. La storia non vuole far trasparire nessuna idea politica, il che poteva essere un rischio considerato il fatto che si tratta di una serie si stampo occidentale che parla di fatti avvenuti nell’Est Europa in un periodo dove la tensione tra USA e Russia aveva raggiunto un livello critico.

Ogni puntata colpisce come un pugno allo stomaco mostrando brutalmente tutte le conseguenze del disastro, senza risparmiare la visione dei corpi straziati dalle radiazioni o la disperazione della gente.
Gli interpreti sono perfettamente calati all’interno del contesto storico e l’estetica della serie non necessita di nessun tipo di abbellimento, anzi l’aridità dei colori e della scenografia contribuiscono ad alimentare l’amarezza e il senso di totale impotenza di fronte agli errori degli uomini.

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