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Cinema e Serie TV

Joker, recensione del film con Joaquin Phoenix

Sorretto dalla magnifica performance di Joaquin Phoenix, Joker è un bel film che ambisce spudoratamente ad essere un capolavoro.

Joker è un bel film. Diciamolo subito e in apertura, così da levarci di dosso il peso che, certamente, sta accompagnando molti dei lettori rimasti in bilico sul dubbio. Un dubbio legittimo a dirla tutta, specie se si pensa ad alcuni aspetti della produzione che, sin dall’annuncio, non potevano che lasciare un po’ perplessi per la scelta di sceneggiatura e regia. Come saprete, infatti, entrambe sono state affidate alle mani di Todd Phillips, ad oggi noto per commedie divertenti ma spesso demenziali ed il cui gioiello della corona era il primo e indimenticabile capitolo della trilogia di Una Notte da Leoni (qui link ad Amazon).

Fa riflettere che un regista sostanzialmente legato alla commedia abbia scritto e diretto un film che la commedia non la tocca praticamente mai, neanche da lontano, e che anzi tinteggia alcuni degli aspetti più grotteschi della vita, mettendo al centro della sua vicenda un emarginato con problemi mentali e inseguendo l’ispirazione di un certo cinema a la Scorsese che, non a caso, pare fosse coinvolto nelle fasi iniziali dello sviluppo del film. Scorsese, diciamo anche questo adesso, è uno spettro lontano nel Joker di Phillips, una figura di ispirazione a cui il regista tende costantemente ma che, privo della stessa grazia, non raggiungerà praticamente mai pur riuscendo a comprenderne ed emularne le tematiche.

Perché Joker è sì un bel film, ma non è un film perfetto e va detto che forse l’idolatria di questo ultimo mese, a seguito delle proiezioni in anteprima tra Venezia e Stati Uniti, ha generato confusione tra le performance del suo protagonista, un Joaquin Phoenix spaventoso e monumentale, e il resto del film. Ma andiamo per gradi.

La tragedia di Gotham City

Gotham City, 1981. La città vive il tumulto di una situazione politica e sociale prossima ad esplodere con violenza. Qualcosa non va nelle strade, ed è una sensazione costante che aleggia in tutta la prima parte del film, sottolineata da diversi personaggi che, in diverse occasioni, evidenziano allo spettatore come la città sia ormai allo sfascio. Un forte debito sociale si sta accumulando per le strade creando sempre maggior distanza tra le fasce di reddito dei cittadini, e un’emergenza rifiuti che pare impossibile da arginare sta portando in strada lerciume e topi, facendo di Gotham una città pestilenziale e tossica, in cui i meno abbienti sembrano abbandonati a sé stessi ed al loro destino.

Qui conosciamo Arthur Fleck, un uomo dall’aspetto pacifico e bonario, che per sbarcare il lunario fa il clown per le piccole attività e per i bambini, nell’ambizione di poter un giorno debuttare come stad up comedian. La sua è un’ambizione pratica, condivisibile, di chi è nato nell’ammirazione del culto televisivo e che, per certi versi, è del tutto sovrapponibile alla dimensione odierna di chi segue un influencer per tentarne l’emulazione. Joker non cerca però la critica al sistema dello show biz, per quanto sembri bazzicare per quelle acque, ma parte dal pretesto dell’ammirazione di Arthur per il suo idolo, il comico da late night Murray Franklin (un ottimo Robert De Niro), per esplorare la psiche del personaggio e le sue motivazioni. Citando, per altro, il misconosciuto Re per una Notte (ancora Scorsese, ancora De Niro) (qui il link ad Amazon).

Arthur però, a differenza del suo idolo, non ha molto talento, vive da solo con una madre malata e nasconde un passato di turbe psichiche che lo fanno apparire strano e scostante, distaccato dalla realtà. Ma sogna la grandezza, l’applauso del pubblico, l’ambizione di una vita migliore che a Gotham pare impossibile. A patto di non essere ricco, a patto di non essere un Wayne.

Questa è la Gotham del 1981, trasposizione di quella che era la New York del 1975, quando la criminalità e il debito pubblico erano ai massimi livelli, ed ai turisti venivano distribuiti opuscoli recitanti “welcome to the fear city”. È evidente che il contesto sociale e politico non sia casuale, e che l’aria di rivolta inserita nel film cerchi di essere un pretesto per qualcosa che trascenda i limiti della trama e che sembra voglia esplorare più a fondo la situazione all’esterno del film. facendo quindi di Joker un film con un vago messaggio anarchico che, forse, è alla base delle tensioni di questi giorni che vorrebbero le sale controllate dalla polizia e il divieto categorico di maschere o simili durante le proiezioni.

Joker per una notte

Il film però va solo marginalmente oltre il pretesto, concentrandosi doverosamente sui risvolti psicologici, ed aprendo una serie di parentesi per lo spettatore che possono, come no, essere colte e portate ad una riflessione. Quel che è certo è che il film in sé non è più o meno immorale di qualunque film motivante violento, e pretendere che sia effettivamente pericoloso è come pretendere che lo siano stati Taxi Driver (link ad Amazon), Arancia Meccanica (link ad Amazon) o Psycho (link ad Amazon). Pellicole all’epoca controverse ma a cui, in fin dei conti, sono tutti sopravvissuti. Il film, in tal senso, è un crescendo di tensione ed è solo raramente davvero violento. Riserva allo spettatore uno spettacolo traumatico sì, ma dal punto di vista psicologico. Più che un inno alla violenza spregiudicata e anarchica, è forse una riflessione su cosa accade quando in una società tira troppo la corda nei confronti del debito sociale, cercando di evidenziare (ma non analizzare) gli effetti collaterali del disagio sociale. Del resto, questa è l’America degli omicidi tra colleghi di lavoro, della nascita del “going postal”, che il film ricorda non solo per connotazioni storiche (ripetiamo, è il 1981), ma anche e soprattutto per i risvolti finali del film.

E così Joker diventa una versione distorta e, se possibile, ancor più grottesca di Re per una notte. Occasionalmente mescolata alle tematiche ed ai momenti assurdi di Taxi Driver, in un crescendo di fratture psicologiche e rivelazioni che porteranno a far luce sul personaggio di Arthur, scalcagnato e dinoccolato clown minato dalle turbe psichiche ed il cui biglietto da visita è una risata soffocata e rantolante, che si presenta in modo incontrollato ogni volta che questi non regge la tensione. Una vera e propria malattia, che lo rende incapace di affrontare la vita, né tanto meno di essere compreso dall’esterno. È innaturale, è illogico, persino immorale quell’uomo che ride, sempre e comunque, specie se in città non c’è davvero nulla che strappi un sorriso.

Ma Arthur piange quando ride. I muscoli del viso gli si irrigidiscono, il fiato si spezza, la voce si spegne. Ride in modo incontrollato ogni volta che il mondo si fa opprimente, ogni volta che la società gli ricorda di restare al suo posto. Lì, ai margini della strada di una Gotham City invasa dalla spazzatura, in cui la società è divisa per caste ed in cui i poveri vivono gli effetti di una forte depressione economica. Qui si vede il carisma di un Joaquin Phoenix in uno stato di rara grazia. Magro, emaciato, con il corpo livido e le spalle ricurve, Phoenix ride forzatamente per buona parte del film, evidenziando con lo sguardo, con l’espressione del viso, con i movimenti che si mescolano ai passi di una danza macabra e disagevole, tutta la sofferenza della sua condizione e la sua inadeguatezza nei confronti del mondo. È una vita di sogni infranti quella di Arthur, dall’aspetto di un dramma più che di una commedia, e la cui escalation lo porterà poi a divenire, come immaginerete, il Joker, e a voi il piacere di scoprire il come e il quando.

Il carisma di Joaquin Phoenix

Il film procede saldamente per buona parte del suo minutaggio. La trama affascina, la storia non cede ma è ovvio che tutto il mordente, tutto il carisma, sia affidato a Phoenix che nella sua caratterizzazione ci consegna un personaggio fragile e umano, con cui non è facile empatizzare ma che restituisce allo spettatore una certa fascinazione per quanto si tratti, a tutti gli effetti, di una maschera del terrore. Lodevole è poi l’abilità della sceneggiatura di attingere a piene mani dal mito fumettistico, in un’escalation che viaggerà veloce soprattutto nelle battute finali della pellicola ed in cui il sottotesto fumettistico, apparentemente assente, esploderà con forza riconsegnandoci, infine, un Joker non troppo distante dalle varie incarnazioni proposte su carta stampata.

Il lavoro è ammirevole, e la origin story (quasi un possibile reset per la DC cinematografica) rivive delle caratteristiche che dovrebbero esserle proprie: autonomia e sintesi. Non c’è la rocambolesca avventura in stile marveliano, né la necessità di creare collegamenti mirabili a chissà quante pellicole. C’è solo il canone di Batman come ipotetica Stella Polare. Un’indicazione di massima su cui Phillips ha costruito un buon film, un bel film. La cui regia a volte incerta si mescola ad una fotografia sublime. In cui la colonna sonora si fa, passo dopo passo, sempre più fastidiosa ed invasiva (non è chiaro quanto di tutto questo sia casuale e quanto voluto). Un film in cui la risata è la rappresentazione del disagio e non della gioia, del dolore più che della grazia ed in cui il mito fumettistico non è – come si poteva credere – un mero product placement, ma possiede invece una certa eleganza ed una buona sostanza.

Joker, sostanzialmente, è fatto e finito e funziona. È un film che mira spudoratamente a proporsi come un capolavoro, e che forse è tale per il regista. Ma non è comunque un film perfetto, né può in qualche modo ambire all’eleganza della sua principale fonte d’ispirazione, ovvero Scorsese. Come Scorsese cerca di disegnare il disagio sociale attraverso l’uso di personaggi memorabili e carismatici e, come Taxi Driver, cerca di rappresentare tutte le turbe causate dall’emarginazione, portando a chiederci cosa possa succedere quando la società non è in grado di farsi carico dei meno abbienti, e come questi poi vivono l’essere in bilico tra la sanità e la follia. Se questo sarà tanto ficcante da generare un dibattito è presto per dirlo, ma di sicuro si ricorderà a lungo la performance del suo protagonista, che fa della mimica un tratto distintivo del suo personaggio, in modo del tutto simile a quanto fece Ledger per la sua versione del clown. Tant’è che i due sono esteticamente e tematicamente agli antipodi (ma forse neanche tanto), ma risultano collegati per una esasperazione della gestualità e dei movimenti del volto. Quel che manca al Joker, che gli impedisce di essere perfetto, è forse l’eleganza tecnica e l’incastro perfetto di tutte le sue parti ma al netto di questo è un film bello nelle sue esasperazioni, tanto da mandare lo spettatore in uno stato di assuefazione. È disturbato, ma ad un livello drammatico, come sa esserlo solo la realtà che ci circonda e questo, volenti o nolenti, fa riflettere.

The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland resta a nostro avviso una delle storie più belle sul Joker, a cui è debitore anche il film di Christopher Nolan.