Intel si trova oggi di fronte a una delle sfide più complesse della sua storia aziendale. Dopo aver dominato per decenni il mercato dei processori, l'azienda di Santa Clara sta attraversando una fase particolarmente delicata, caratterizzata da problemi tecnici significativi e da una perdita di competitività che ha aperto spazi importanti ai concorrenti come AMD. La situazione è diventata così critica che il governo statunitense è intervenuto direttamente, ma a condizioni che potrebbero ridisegnare gli equilibri di potere all'interno dell'azienda.
Un salvataggio con condizioni stringenti
L'amministrazione Biden ha deciso di sostenere Intel attraverso un investimento di 8,9 miliardi di dollari nell'ambito del CHIPS Act del 2022, ma in cambio ha ottenuto una partecipazione del 10% nell'azienda. Questa mossa rappresenta un intervento senza precedenti del governo americano nel settore tecnologico privato. Il Financial Times ha rivelato che l'accordo include una clausola particolarmente vincolante: per i prossimi cinque anni, Intel dovrà mantenere almeno il 51% della proprietà del suo business foundry, ovvero la divisione che si occupa della produzione di chip per conto terzi.
Qualora Intel dovesse scendere sotto questa soglia, il governo americano acquisterebbe automaticamente un ulteriore 5% dell'azienda al prezzo fisso di 20 dollari per azione. Si tratta di una cifra significativa, considerando che le azioni Intel sono attualmente quotate poco sotto i 24 dollari, ma rappresentano comunque un valore ben lontano dai picchi raggiunti in passato.
La caduta di un gigante
Per comprendere la portata della crisi Intel, basta osservare l'andamento del titolo in borsa. Nel dicembre 2023 ogni azione valeva 50 dollari, mentre nel gennaio 2020 aveva toccato brevemente quota 70 dollari. L'attuale quotazione rappresenta un minimo storico che non si vedeva dal 2013, rendendo ancora più evidente il declino dell'azienda negli ultimi anni.
I problemi tecnici hanno contribuito significativamente a questa situazione. Le CPU di 13ª e 14ª generazione hanno manifestato gravi problemi di instabilità, mentre i processori successivi non hanno raggiunto le prestazioni attese dal mercato. Questo ha permesso ad AMD di guadagnare terreno nel settore gaming, tradizionalmente dominato da Intel.
Il tempo stringe per la divisione foundry
Secondo gli analisti del settore, Intel ha circa 18 mesi di tempo per convincere un "cliente eroe" ad adottare la sua tecnologia 14A, altrimenti la divisione foundry potrebbe trovarsi in serie difficoltà. Questa pressione temporale spiega l'urgenza dell'intervento governativo e le condizioni imposte dall'amministrazione americana.
David Zinsner, CFO di Intel, ha dichiarato di non ritenere probabile che l'azienda scenda sotto la soglia del 50% di proprietà della divisione foundry. Le sue parole tradiscono una certa fiducia, ma anche la consapevolezza che il governo vuole evitare a tutti i costi la vendita di questa divisione strategica a terzi.
Critiche dall'interno e prospettive future
Le difficoltà di Intel sono confermate anche dalle voci interne. Craig Barrett, ex CEO dell'azienda, ha definito uno "scherzo" i piani dell'attuale amministratore delegato Lip Bu Tan di non investire nella tecnologia 14A fino a quando non arriveranno clienti certi. Barrett ha stimato che Intel avrebbe bisogno di circa 40 miliardi di dollari per essere davvero competitiva con TSMC, il leader mondiale nella produzione di semiconduttori.
L'accordo con il governo prevede l'erogazione di 5,1 miliardi di dollari in una prima fase, mentre i restanti 3,2 miliardi arriveranno al raggiungimento di specifici obiettivi. Secondo Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, i dettagli dell'accordo sono ancora in fase di definizione presso il Dipartimento del Commercio, segno che la partita per il futuro di Intel è tutt'altro che chiusa.