La durata del diabete di tipo 2, più ancora della semplice presenza della malattia, determina profonde modificazioni nelle cellule del sangue che innescano danni progressivi ai vasi sanguigni. Una ricerca del Karolinska Institutet di Stoccolma, pubblicata sulla rivista scientifica Diabetes, identifica per la prima volta una soglia temporale critica oltre la quale i globuli rossi dei pazienti diabetici cessano di essere semplici trasportatori di ossigeno per trasformarsi in agenti che compromettono attivamente la funzionalità vascolare. Lo studio, condotto da Zhichao Zhou e dal suo gruppo presso il Dipartimento di Medicina di Solna, apre prospettive concrete per l'identificazione precoce del rischio cardiovascolare attraverso un biomarcatore molecolare specifico.
Il legame tra diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari è noto da decenni: i pazienti diabetici affrontano una probabilità significativamente più elevata di sviluppare infarti e ictus rispetto alla popolazione generale. Tuttavia, l'elemento chiave emerso dalla nuova ricerca è che questo rischio non rimane costante, ma aumenta in modo proporzionale agli anni di convivenza con la patologia metabolica. Precedenti studi avevano già documentato alterazioni funzionali nei globuli rossi dei diabetici, ma la relazione temporale tra progressione della malattia e deterioramento vascolare rimaneva poco compresa.
I ricercatori svedesi hanno adottato un approccio metodologico duplice, combinando modelli animali murini e campioni ematici prelevati da pazienti umani con diabete di tipo 2 a diversi stadi della malattia. Nei soggetti con diagnosi recente, i globuli rossi non mostravano alcun effetto deleterio sulla funzionalità endoteliale quando testati in laboratorio. Al contrario, le cellule ematiche provenienti da pazienti con una storia diabetica di lunga durata compromettevano significativamente la normale funzione vascolare, replicando risultati analoghi ottenuti nei topi diabetici.
L'aspetto più rilevante dello studio emerge dal follow-up settennale condotto sui pazienti inizialmente diagnosticati: dopo sette anni di osservazione, anche gli individui che in origine presentavano globuli rossi funzionalmente normali sviluppavano cellule ematiche con proprietà lesive comparabili a quelle dei malati di lunga data. Questa trasformazione progressiva suggerisce l'esistenza di meccanismi cellulari che si accumulano nel tempo, probabilmente innescati dall'esposizione cronica all'iperglicemia e alle altre alterazioni metaboliche caratteristiche del diabete non controllato.
La chiave molecolare identificata dai ricercatori risiede nel microRNA-210, una piccola molecola di RNA non codificante che regola l'espressione genica all'interno dei globuli rossi. Le analisi hanno dimostrato che i livelli di questo microRNA risultano alterati nelle cellule dei pazienti diabetici di lunga durata. In esperimenti di laboratorio, quando i ricercatori hanno ripristinato artificialmente concentrazioni normali di microRNA-210 nei globuli rossi compromessi, la funzionalità vascolare è migliorata in modo significativo, suggerendo un nesso causale diretto tra il declino di questa molecola e il danno endoteliale.
Come sottolinea Zhichao Zhou, professore associato e autore senior dello studio, "ciò che emerge chiaramente dalla nostra ricerca è che non è solo la presenza del diabete di tipo 2 a contare, ma la durata della convivenza con la malattia". Questa distinzione temporale riveste implicazioni cliniche rilevanti, poiché indica che il rischio cardiovascolare nei pazienti diabetici non è statico ma evolve dinamicamente, richiedendo strategie di monitoraggio e prevenzione modulate sulla storia individuale della patologia.
Le prospettive applicative della scoperta si concentrano sull'utilizzo del microRNA-210 come biomarcatore predittivo del rischio cardiovascolare. Eftychia Kontidou, dottoranda del gruppo di ricerca e prima autrice dello studio, evidenzia che "se riusciamo a identificare quali pazienti presentano il rischio maggiore prima che il danno vascolare si sia già verificato, possiamo migliorare significativamente le strategie preventive". Il gruppo svedese sta ora valutando la fattibilità di applicare questo approccio diagnostico in studi di popolazione più ampi, necessari per validare la sensibilità e la specificità del marcatore molecolare in contesti clinici eterogenei.