Non tutti gli anniversari e si celebrano guardando al futuro, alle roadmap aziendali e alle proiezioni di mercato. Per esempio, ce ne sono alcuni che ci costringono a fermarci, a voltarci indietro e a misurare la distanza tra l'adulto che siamo diventati e il bambino che siamo stati. Il 2026 segna i trent'anni esatti dalla nascita del franchise di Pokémon. Trent'anni da quando Satoshi Tajiri, ispirato dalla sua passione infantile per la collezione di insetti nei boschi ormai cementificati di Machida, ha regalato al mondo intero la possibilità di tenere un universo tascabile nel palmo di una mano.
Oggi The Pokémon Company è l'impero dell'intrattenimento più redditizio della storia umana. Muove decine di miliardi di dollari tra videogiochi, carte collezionabili, anime, merchandising e spot faraonici al Super Bowl. Ma per chi, come me, ha vissuto la "Pokémania" originale sulla propria pelle, i numeri e i bilanci aziendali svaniscono di fronte a un'immagine molto più nitida e potente. Un'immagine che non ha certamente i contorni definiti dell'alta risoluzione, ma la griglia verdognola e i colori primari di uno schermo a cristalli liquidi.
Se chiudo gli occhi e ripenso alla mia prima volta con Pokémon, non può che farmi tornare in mente una meravigliosa estate di inizio anni 2000, con tanto di cartuccia rossa di plastica nella mia mano destra.
Il fuoco di Charizard
Chi è stato a Livigno sa che quel luogo ha un'atmosfera sospesa. Si tratta di una zona franca incastonata tra le Alpi, un paradiso del duty-free dove l'aria è frizzante anche ad agosto e le strade sono un susseguirsi ininterrotto di negozi (di recente è stata anche una delle sedi di Milano Cortina 2026).
In una di quelle giornate di vacanza, in mezzo a vetrine piene di profumi, alcolici e cioccolata, i miei occhi incrociarono una scatola di cartone rigido. Sopra c'era disegnato un drago sputafuoco dallo sguardo fiero: Charizard. Era Pokémon Versione Rossa che io desideravo ardentemente da mesi, visto che moltissimi miei amici lo giocavano davanti a me, creandomi un'invida non indifferente.
Non ero un bambino esigente, quindi anche se lo volevo (insieme a un GameBoy Color), non lo ho mai realmente chiesto ai miei genitori. Tuttavia, proprio quell'estate, mi fu regalato per puro caso e non lo rinnego, quel dono definì quell'estate e, a conti fatti, buona parte della mia infanzia. Ricordo ancora il rumore plastico della cartuccia che scivolava nell'alloggiamento, il "clic" rassicurante dell'interruttore di accensione, e poi quel suono. Quel "ding" polifonico seguito dalla cascata di note a 8-bit che annunciava la comparsa del logo Game Freak. Che ricordi meravigliosi.
Chiaramente non c'era retroilluminazione all'epoca, dovevo inclinare lo schermo per catturare la luce del sole, o posizionarci strategicamente sotto il lampadario della camera d'albergo la sera (una luce tremenda, tra l'altro).
Ma in quelle condizioni precarie, su quello schermo minuscolo, si apriva un mondo sconfinato. Kanto era fatta di sprite bidimensionali che richiedevano un enorme sforzo di immaginazione. Eppure, non mi sono mai sentito così immerso in un mondo virtuale come quando, dopo il monologo del Professor Oak, il mio avatar in bianco, nero e rosso mosse il primo passo fuori dalla sua casa a Biancavilla.
Oggi, a trent'anni di distanza, analizziamo i videogiochi per le loro meccaniche di open world, per la narrativa emergente, per il level design. Ma all'epoca, Pokémon Rosso (e Blu) fu per me e per milioni di altri bambini qualcosa di molto più profondo: fu la prima, vera simulazione di indipendenza.
Il gioco iniziava con una premessa semplice ma rivoluzionaria: nostra madre ci salutava e ci lasciava uscire di casa per viaggiare da solo, esplorare il mondo e rincorrere il nostro sogno. Nessun adulto a tenerti la mano, nessun navigatore satellitare a indicarti la strada. C'eravamo noi, il nostro Charmander e c'era un mondo pieno di erba alta e incognite.
Pokémon mi ha insegnato la gestione delle risorse che poi ho sfruttato nei survival horror: imparare a dosare le Pozioni, decidere quando rischiare un attacco in più o quando correre verso il Centro Pokémon più vicino. Soprattutto, mi ha insegnato il senso della sconfitta e della perseveranza. Se ricordate non c'erano salvataggi automatici o "rewind". Se il nostro team veniva spazzato via da un Allenatore Pigliamosche perdevamo metà dei nostri risparmi e tornavamo all'ultimo Centro Pokémon. E allora dovevamo allenarci, livellare, cambiare strategia.
La nostra prima rete social
Pokémon Rosso e Blu non erano solo avventure per giocatore singolo, se ci pensiamo sono stati il primo social network fisico della nostra generazione.
L'intuizione geniale di Tajiri fu l'uso del Cavo Link. Infatti, per "catturarli tutti" non bastava finire il gioco, bisognava letteralmente connetterci fisicamente con un altro essere umano. Il cortile della scuola, i parchi, persino le sale d'attesa dei medici diventarono piazze di scambio. Ci si sedeva sui gradini, si attaccava quel cavo grigio tra due Game Boy e si tratteneva il respiro mentre l'animazione mostrava il nostro mostriciattolo viaggiare attraverso il tubo verso lo schermo dell'amico.
Intorno a quel cavo si costruì un'intera sottocultura fatta di miti, leggende metropolitane e truffe infantili. In un'epoca in cui Internet era lento, rumoroso e inaccessibile alla maggior parte di noi bambini, la disinformazione viaggiava tramite passaparola. Tutti avevamo l'amico del cugino che giurava di aver trovato Mew sotto il camioncino vicino alla Motonave Anna ad Aranciopoli. Tutti conoscevamo il trucco osceno per clonare gli strumenti sfruttando MissingNo sull'Isola Cannella. Eravamo una community che si scambiavano segreti scribacchiati su quaderni a quadretti e che nella maggior parte dei casi erano fantasie partorite dalle nostre menti.
Crescere, perdonare, ricordare
Oggi, festeggiando i trent'anni del brand, è impossibile non guardare con un pizzico di amarezza alle evoluzioni recenti. Ho scritto, letto e discusso a lungo sulle mancanze tecniche degli ultimi capitoli per Nintendo Switch. La discrepanza tra il valore economico del franchise e i budget di sviluppo apparentemente asfittici concessi a Game Freak è un tema critico ineludibile per chi analizza il mercato odierno. Spesso i giochi moderni di Pokémon sembrano gusci vuoti se paragonati ai mastodonti tecnici del nostro tempo.
Eppure, il mio rapporto con i mostriciattoli tascabili trascende ancora i cali di frame rate o le texture slavate. Ho continuato a comprarli, generazione dopo generazione, esplorando Johto, Hoenn, Sinnoh, Unima... Ho visto i miei mostri passare dai pixel 2D ai modelli 3D. Ma perché ho continuato ad acquistarli? Beh perché, sotto la patina della commercializzazione esasperata, il cuore pulsante di Pokémon è rimasto lo stesso, ovvero l'eterna promessa di un'avventura che aspetta solo di essere vissuta.
Quando oggi avvio un nuovo titolo della serie, o quando incrocio un ragazzino per strada concentrato sul suo smartphone a caccia di un raid su Pokémon GO, provo una sottile fitta di nostalgia. So che l'industria videoludica è cambiata, e so che io stesso sono cambiato. Ho bollette da pagare, scadenze lavorative, responsabilità che il ragazzino a Livigno non poteva nemmeno immaginare. Non ho più il tempo per passare i pomeriggi a far schiudere uova o a cercare la natura perfetta per il mio team competitivo.
Ma l'impatto che quel gioco ha avuto sulla mia forma mentis è indelebile. Pokémon è riuscito a darmi un rifugio quando il mondo reale mi recava delle difficoltà e mi ha insegnato che ogni creatura, anche il Magikarp più debole e apparentemente inutile, nasconde il potenziale per diventare un possente Gyarados se gli si dedica abbastanza cura e pazienza.
Il salvataggio eterno
Mentre spegniamo tutti insieme le trenta candeline per questo franchise, non posso fare a meno (con un velo di nostalgia) di ripensare quella stanza d'albergo a Livigno, insieme a quel Game Boy Color e con quella batteria interna della cartuccia che ormai si sarà esaurita (non oso nemmeno pensare di provarla), portando con sé nell'oblio digitale il mio primo, storico salvataggio. Il mio Charizard di livello 100, il mio Mewtwo catturato con l'ultima Ultra Ball rimasta, ormai non esistono più.
Ma la verità è che non ne ho bisogno. Quei ricordi sono stati salvati nella mia memoria. Trent'anni dopo, il viaggio iniziato in quell'estate in montagna non è mai veramente finito. E finché ci sarà qualcuno pronto a scegliere tra un bulbo, una lucertola infuocata e una tartaruga prima di uscire di casa, il mondo di Pokémon continuerà a esistere, immortale e immutato, esattamente dove lo avevamo lasciato. Nell'erba alta.