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Game Division

Alla (ri)scoperta di… Mirror’s Edge!

Ritorna la rubrica "Alla (ri)scoperta di..." questa volta dedicata a un titolo bistrattato in passato ma che oggi appare sicuramente meritevole: Mirror's Edge.

Adrenalina. Rosso. Bianco. Velocità. Queste sono le prime parole che vengono in mente per descrivere Mirror’s Edge. Si potrebbero però usare anche altre definizioni, come “titolo incompreso”, anzi, “titolo che non c’ha mai creduto abbastanza”.

L’inesorabilità di quest’ultima frase deriva dalla (quasi) totale certezza di non rivedere mai più Mirror’s Edge come avrebbe dovuto essere, soprattutto dopo che il suo seguito-reboot, Catalyst, ha ribadito l’incapacità del brand di divenire un prodotto oggettivamente pregevole, nonostante la sua lucentezza di fondo.

Eppure, negli undici anni trascorsi dal suo rilascio, Mirror’s Edge perde la sua aura sfortunata e rafforza la sua essenza, composta dalle parole che danno inizio a questo articolo. Ecco perché torniamo a parlare del titolo di DICE nel 2019: specialmente oggi può regalare sensazioni incredibilmente immersive tramite il suo gameplay, elemento che racchiude tutto il suo originale carattere.

Ancora Viva

La storia di Mirror’s Edge si basa sul contrasto tra una vita asettica o la sopravvivenza appassionante. Tale dicotomia viene delineata nei brevi intramezzi in stile comics che ci mostrano come il fulcro dell’ambientazione sia una metropoli distopica, che ha rinunciato alla quotidianità spontanea per instaurare un clima di apparente benessere e prosperità. Questo vuol dire che la società è libera dalla disoccupazione, dalla criminalità, ma schiava dell’informazione manipolata, della sicurezza asfissiante, del materialismo più infimo.

La parte sovversiva degli abitanti agisce in incognito, tra le altezze dei limpidi grattacieli, per mezzo dei Runner: corrieri che sfidano la polizia per consegnare oggetti o messaggi utili al cambiamento.

Faith Connors, la nostra protagonista, è tra i membri più abili. All’inizio non sappiamo nulla di lei, se non il fatto che si sia infortunata e che adesso deve riprendersi, tramite un breve allenamento, con la collega e amica Celeste. I successivi risvolti svelano una trama tutto sommato apprezzabile che mette in gioco la Runner per salvare la sorella Kate dalle ipocrisie politiche che regolano la città, permettendo di conoscere meglio il suo travagliato passato.

Sicuramente, con suo il caschetto corvino, gli occhi a mandorla profondi e il tatuaggio sul viso, Faith contribuisce al fascino di Mirror’s Edge. Un’eroina dal character design accattivante, atipico, che riesce a conquistare, nonostante il terribile doppiaggio di Asia Argento nella versione italiana.

Del resto, Faith più che parole è azione. Lo stesso gioco esprime i suoi messaggi più attraverso il gameplay che con le sequenze narrative.
Pensateci bene: in una situazione di oppressione, cos’è che dona più di ogni altra cosa il senso di libertà?
Correre. Mirror’s Edge si basa su questa azione, arricchita dalle movenze tratte dal parkour, un tipo di corsa acrobatica nata in Francia negli anni Novanta.

I nove capitoli che compongono il gioco non sono altro che percorsi da dover superare attraverso corse sui muri, arrampicate sui bordi dei grattacieli, salti da gru sospese, così da raggiungere i nostri obiettivi. Il nostro peregrinare acrobatico tra i confini della città non è privo di pericoli, perché le forze di polizia sono pronte a far fuoco al primo avvistamento. Possiamo disarmarle e usare le armi a nostro vantaggio, certo, ma dobbiamo essere attenti e veloci.

Qui ci permettiamo di aprire una parantesi. Uno dei difetti più menzionati quando si parla di Mirror’s Edge è il suo gunplay osceno. In effetti lo è. Disarmare i nemici non è certo semplice, ma prendere la mira mentre si è circondati è davvero complicato.

Questo perché Faith non è una combattente, ma è una Runner che usa la corsa e l’agilità come armi principali. Le pistole sono proprio l’ultima risorsa da utilizzare. Ciò si ripercuote nel gameplay.

Questo aspetto era stato precisato da DICE durante la pubblicazione del gioco, ma non dalla campagna pubblicitaria, la quale ha lasciato intendere che il titolo fosse un FPS. È normale quindi che chi si aspettava un titolo a là Call of Duty sarebbe rimasto enormemente deluso.
Forse è per evitare una situazione simile che in Catalyst è stata direttamente tolta la possibilità di imbracciare le armi.

Ad ogni modo: la forza di Mirror’s Edge è la corsa adrenalinica, e non il fermarsi per prendere la mira. Il contrario ammazza l’essenza del gioco, che basa tutto sull’immedesimazione.

Non a caso, viviamo tutto questo in prima persona. Di conseguenza gli occhi di Faith diventano i nostri, così come il suo respiro ansimante quando prendiamo velocità, o la terribile sensazione di vuoto durante la caduta da un grattacielo. Un’immedesimazione enfatizzata dallo stile grafico del gioco, apprezzabile anche oggi e basato sull’Unreal Engine 3.

La sua estetica si fonda sul minimal, su linee pulite, e sul colore bianco, che inghiotte asetticamente l’intera città. I Runner però, dotati di passione per la vita vera, adottano una prospettiva tutta loro, dal colore rosso fuoco: per avere ben in evidenza il percorso, gli elementi ambientali utili per andare avanti assumono tonalità di rosso. L’ambientazione dunque è parte integrante del gameplay.

Concludiamo questo flusso di elogi, parlando infine del comparto sonoro, vera perla a sé stante. Al di là della canzone Still Alive cantata dalla svedese Lisa Miskosvki, i brani elettronici dell’artista Solar Fields riflettono perfettamente le sensazioni da provare nelle diverse ambientazioni. Bassi profondi, voci campionate, e sintetizzatore non sono altro che riflesso del fomento di una corsa sul bordo di edificio, o della claustrofobia di saltare da un ascensore all’altro, o ancora della paura che i poliziotti aprano la porta della stanza in cui siamo chiusi.

Rialzarsi dopo la caduta

Se il discorso finisse qui non si capirebbe affatto perché Mirror’s Edge sia un gioco così sottovalutato. La verità è che il titolo di DICE non è esente da difetti. Abbiamo già citato il gunplay poco soddisfacente, così come il doppiaggio terrificante italiano della protagonista. Inoltre, il gioco in circa 5 ore si finisce, rendendo ingiusto il rapporto con il prezzo lancio, che all’epoca dell’uscita era 60 euro.

Ma non finiamo qui. Nonostante il mantra sia “correre”, non è semplice prendere la mano con il titolo. I tasti da premere sono relativamente parecchi per compier delle acrobazie, e il tutto avviene al massimo della rapidità. Il fare tutto di fretta, tra cui scegliere su quale elemento saltare in brevissimi istanti, porta inevitabilmente alla morte. In Mirror’s Edge si muore parecchie volte e nei modi più atroci, e questo interrompe bruscamente il ritmo elogiato poc’anzi.

Ecco perché le successive partite, una volta terminata la campagna, sono molto più godibili e appaganti, in quanto siamo già avvezzi al flow del titolo, e ci districhiamo meglio tra le strade e i tetti.

Questo porta inevitabilmente a due reazioni contrastanti: Mirror’s Edge si ama o si odia. Al giorno d’oggi però parte dei problemi che hanno attanagliato il titolo sono caduti, perché non ha più per fortuna il prezzo d’uscita, ma soprattutto è un tipo di esperienza oramai dalla natura ben collaudata, da recuperare quando si ha voglia di un’avventura intensa e veloce, che va ad opporsi ai tempi più lunghi e ragionati dei giochi odierni.
Come detto nell’introduzione, nel 2019 Mirror’s Edge può rivelarsi una valida (ri)scoperta, non solo per chi lo ha già apprezzato a suo tempo, ma soprattutto per chi lo ha abbandonato anni fa o non gli ha voluto dare una chance.

Mirror’s Edge non è un classico FPS, né un action né un platform, è un’esperienza che prende un po’ da questi diversi generi per creare un’avventura immersiva dedita all’adrenalina. E tutt’oggi ci riesce.