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Death Stranding – Il capolavoro di Hideo Kojima spegne la sua prima candelina

Death Stranding. Apparentemente è un normale titolo, un nome che rappresenta il tema cardine del gioco e le vicende di Sam Porter; in realtà rappresenta anche uno spaccato piuttosto importante del videogioco moderno. Dietro l’ultima fatica del gioco ideato e prodotto da Kojima Productions vi è infatti una storia immensa, trovate geniali di marketing, un alone di mistero profondo ed un hype smisurato che ha accompagnato moltissimi utenti fino al rilascio ufficiale avvenuto lo scorso 8 novembre. Death Stranding, quindi, ad un solo anno dalla sua uscita è già storia del videogioco, e questo, al di là delle qualità effettive dello stesso, è già un traguardo enorme. 

Andiamolo a riscoprire: riscopriamo insieme il gioco che voleva unire il mondo.

Mai attuale come adesso

Chi, ormai da diverso tempo, è abituato a seguire il creativo giapponese, già lo sa: inconsapevolmente nel corso degli anni ha predetto più volte il futuro attraverso gli eventi narrati all’interno dei suoi giochi. Il caso più discusso, nonché quello rimasto maggiormente nell’immaginario collettivo dei giocatori, è ovviamente legato a Sons of Liberty, seguito di quel Metal Gear Solid che stupì mezzo mondo polarizzando l’attenzione su di esso e sulle PlayStation One. Ciò che accadde con il secondo Solid ha infatti dell’incredibile, e dirlo oggi a distanza di 19 anni dalla sua prima uscita è ancora più stupefacente: parliamo di un progetto che ha anticipato la società che stiamo attualmente vivendo, fatta di meme, fake news e, in generale, di un utilizzo imponente della rete. 

In una recente intervista il creativo giapponese si è detto consapevole di tutto questo, ma ha anche affermato di non essere un mago o un supereroe, bensì di ritenere che, seguendo bene l’attuale situazione del globo, non risulti poi così tanto complicato anticipare il futuro. Una risposta sicuramente molto umile, ma anche molto sbagliata, in un certo senso. Kojima, ovviamente, non è un veggente né è dotato di poteri straordinari, ma ha sicuramente una visione d’insieme pazzesca, talmente ampia da far impallidire centinaia di menti piuttosto brillanti.

Ma arriviamo ad oggi, a Death Stranding, perché sì, è successo nuovamente: la bruttissima situazione che stiamo vivendo causa COVID-19 non è poi così tanto diversa da quella descritta nel gioco. Certo, fortunatamente non abbiamo i Muli che cercano di ostacolare i corrieri e nemmeno CA pronte a rispedirci dall’altra parte. Tolto però l’estremo, assolutamente utile ai fini della fiction inscenata dalla produzione, i punti di contatto con la nostra attuale situazione sono spaventosamente tanti. Per fare degli esempi, come nel gioco di Kojima siamo stati tutti rinchiusi in casa, abbiamo capito l’importanza della connessione, ma soprattutto quella dei legami. Legami veri! Non video-chat o semplice messaggistica: ci riferiamo a strette di mano o abbracci, gli stessi rifiutati costantemente da Sam Porter Bridges a causa di una fobia.

Tutti connessi per unire il mondo

Con le opere di Hideo Kojima risulta sempre molto difficile arrivare al sodo raccontando semplicemente le meccaniche e il gameplay in sé della produzione, questo perché ancor prima di essere videogiochi e venire valutati come tali, dietro ci sono tante altre cose che non possono essere ignorate: elementi che vanno dall’attesa e il rilascio dei trailer, alle trovate di marketing e, ovviamente, alla filosofia che avvolge l’intero progetto. Volendo però far finta che non esista niente di tutto questo, potremmo dirvi che in Death Stranding porterete pacchi dalla mattina fino alla sera, fronteggiandovi con alcune minacce le quali prendono il nome di Muli e CA. E qui è già doveroso aprire una bella parentesi: Death Stranding è stato accusato di essere un gioco terribilmente noioso, difficoltoso, forse anche un po’ antipatico. La verità? Lo può essere davvero. Posto che stia anche a voi comprenderne le meccaniche e accettare che il grosso sia il percorso che andrete a compiere, con l’aggiunta della preparazione e quant’altro, il più grande difetto di Death Stranding è quello di non essere per niente chiaro con il giocatore. E no, non ci riferiamo alla comprensione di alcune specifiche meccaniche come ad esempio ricaricare la moto. No, parliamo proprio di comprendere come andrebbe giocato per intero. Ipotizziamo che siate i classici giocatori che non vedono l’ora di passare al titolo successivo, magari perché completamente avvolti dall’ormai famoso e interminabile backlog. Ecco, nel vostro caso giungerete alla fine annoiandovi e scoprendo solamente il 40% di ciò che è in grado di fare Death Stranding, perché, così come il gameplay del gioco ci insegna: alla fine ci arriviamo tutti, ma è ciò che sta in mezzo a contare davvero, ciò che rende il gioco di Hideo un prodotto davvero speciale.

Chi scrive ha completato un paio di volte il viaggio di Sam Porter ma, soltanto a partire dalla seconda run, ha compreso realmente come andrebbe affrontato al meglio. Una volta scoperto, inoltre, non ha esitato a definire Death Stranding un gioco eccellente e incredibilmente profondo.

Internet, lo sappiamo, è piena di gente che insulta o dice come andrebbe giocato un determinato titolo, o magari che alcune persone non dovrebbero assolutamente avvicinarsi a quel gioco, perché non degne. L’ultima opera di Kojima Productions fa in realtà scuola a sé: se infatti è vero che ognuno di noi debba sentirsi libero di giocare come e con cosa vuole, è anche vero che, con due/tre dritte, talvolta l’esperienza muti completamente, ed è proprio questo il caso. Arriviamo infatti al sodo: com’è che andrebbe giocato questo Death Stranding? Andrebbe giocato con molto trasporto, quasi a rompere le barriere che separano noi dal mondo di gioco, e con tanta dedizione alle attività di contorno. L’ideale sarebbe prendere l’ordine principale, controllare il percorso e a quel punto accettare anche tutti gli ordini collaterali che non vi facciano deviare dalla via principale. Così facendo otterrete tantissimi gadget extra che potreste non vedere mai e scoprirete il piacere di giocare un gameplay capace di mutare quasi ad ogni ora. Non scherziamo affatto: l’evoluzione del gameplay di Death Stranding è letteralmente sbalorditiva, capace di farvi sentire continuamente in fissa per il vostro nuovo giocattolo, questo perché, come un bambino, avrete sempre voglia di provare subito ciò che sbloccate, e soprattutto di verificare la sua efficacia. 

Quindi no! Non è noioso e monotono. Fa strano a dirlo, ma dovete semplicemente saperlo giocare. Ed è infatti proprio questo il più grande difetto del gioco, come dicevamo. Bastava veramente poco…Serviva una semplice finestra di dialogo che spiegasse tutto questo nelle battute iniziali, una cosa del tipo: “hey, benvenuto nell’ostile mondo di Death Stranding, ti consiglio di approcciarlo in questo modo.”

Di contro, le meccaniche legate alla condivisione con gli altri giocatori sono semplicissime e sin dalle prime ore ci trasportano benissimo nel gioco, facendoci persino scoprire alcuni terribili lati della nostra persona, o magari anche valori positivi, perché no? C’è infatti chi ha scoperto di essere una persona molto pronta ad aiutare il prossimo e chi, invece, di essere un inguaribile egoista. A prescindere da ciò, involontariamente un like o un piccolo aiutino lo darete necessariamente tutti, e questa piccola forzatura, nella sua semplicità troviamo che sia davvero lodevole. I like hanno poco valore ed è sbagliato competere facendo la gara a chi ne ha di più; inoltre, il fatto che anche i più egoisti aiutino i giocatori ad arrivare alla metà, è ammirevole allo stesso modo. 

Morale della favola: sconosciuti, conoscenti, egoisti o meno: collegherete il mondo.

Storia e gameplay in un unico binario

Abbiamo volontariamente deciso di dedicare il fondo di questa pagina alla trama, affinché queste siano le ultime parole che leggerete. Innanzitutto è importante comprendere che la narrazione sia l’elemento cardine di questo prodotto e che, nonostante possa sembrare un titolo molto giocoso, è in realtà molto serioso, rientrando di diritto in una categoria di produzioni che fanno un po’ storia a sé: potremmo definirli “giochi-esperienza.”

Parliamo infatti di un prodotto che per come è impostato potrebbe esistere solamente oggi: a partire dal cast fino ad arrivare alle conquiste tecnologiche, non sarebbe un azzardo considerare Death Stranding un gioco attuale, ma nel vero senso letterale del termine, ossia una produzione in grado di abbracciare ed esprimere al meglio ogni singola goccia di maturità che il videogioco ha acquisito nel corso degli anni.

Ciò detto, nei panni di Sam Porter affronterete un viaggio che copre tutta L’America, un intramontabile percorso attraverso lande desolate mozzafiato e minacciose allo stesso tempo. Di tanto in tanto partirà una sequenza d’intermezzo, ma mai come in questo caso il tutto vi sembrerà un’enorme sequenza d’intermezzo. A partire dalle famosissime e chiacchierate camminate, passando per gli scontri e arrivando alle stanze che fungono da hub, tutto appare incredibilmente connesso: sarete in ogni momento protagonisti assoluti di quella storia ed il racconto lo percepirete sempre avviato, a differenza di altri prodotti che fanno affidamento esclusivamente sulle cut-scene, tra l’altro capaci, in Death Stranding, di sfoggiare un’abilità registica di Hideo Kojima che non ha eguali nel panorama videoludico, e che non è nemmeno tanto lontana da quella che siamo abituati a vedere in sala grazie a nomi di assoluto spicco.

No, nessuna parola in merito alla trama in sé, nessun accenno agli eventi: vivete Death Stranding per i fatti vostri. L’intento dell’articolo è di ricordarvi ciò che significa ed è stato capace di fare questo videogioco, apprendere tutte queste informazioni spetta solamente a voi. Speriamo però di avervi quantomeno acceso l’interesse e di vedere quanto prima i vostri nickname scorrazzare per la desolante America messa in piedi da Kojima e compagni. “Tomorrow is in your hands!”

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