PlayStation 4

Death Stranding | Recensione


Death Stranding – PS4
Genere
Azione
Piattaforma
PlayStation 4
Sviluppatore
Kojima Productions
Editore
Sony Interactive Entertainment
Data di Uscita
08/11/2019

Non è stato un compito facile lavorare alla recensione di Death Stranding, anzi, posso dire tranquillamente che è stato il prodotto più controverso con il quale abbia mai avuto a che fare. L’opera partorita dalla mente di uno dei game designer più importanti della storia, Hideo Kojima, è un concentrato di scelte, direzioni ed elementi fuori dal comune; un titolo inedito, mai visto prima. Il padre della Metal Gear Saga, dopo l’altrettanto dibattuto “The Phantom Pain”, torna sul mercato con un gioco che nasce e prospera principalmente grazie alla sua morale e al messaggio che vuole lanciare al mondo. “Riconnetterci”, vivere come un unico organismo pronto a combattere e vincere qualunque cosa, grazie all’amore, alla speranza, grazie a valori senza i quali l’umanità cesserebbe di esistere, si estinguerebbe. Da un certo punto di vista, Death Stranding ricalca la vena profetica apprezzata in Metal Gear Solid 2 Sons of Liberty: all’epoca Kojima ci avvertì su quanto potesse essere importante il flusso delle informazioni digitali, raccontandone – a modo suo – i potenziali rischi. In Death Stranding utilizza un momento storico fondamentale per la nostra specie, e lo fa in modo maturo, senza tralasciare nessuna delle caratteristiche principali di un videogioco. Nei panni di Sam Porter Bridges infatti giocheremo molto, e parallelamente vivremo alcuni dei momenti narrativi più alti e meglio concepiti nella storia del medium.

Death Stranding, inutile nasconderlo, è un gioco straordinario: una di quelle opere rischiose, autoriali dall’inizio alla fine, e per questo capaci di riscrivere il linguaggio del mezzo comunicativo d’appartenenza. Non posso essere certo del fatto che il messaggio venga raccolto da tutti, ma sono invece sicuro che lascerà il segno. Non solo, sarà anche divisivo e unificatore, metaforizzando nel mondo reale il suo messaggio intrinseco di riconnessione. Se ne parlerà tanto, di questo gioco, e lo si farà con i toni tipici che si usano in argomenti di grande importanza culturale; unirà i giocatori soddisfatti, ma anche quelli delusi. Insomma, Kojima-San dimostra una volta per tutte di avere una visione futuristica e futuribile di quello che sarà, o potrebbe essere, il videogioco.

All’infuori della tematica, dell’importanza del valore produttivo e di tutto quello che può rappresentare il prodotto in questione per il mercato, Death Stranding è anche e soprattutto un gioco, che si divide idealmente in due macrocategorie che si fondono per creare un’esperienza, fidatevi, indimenticabile. L’unico scoglio è il gusto personale, ma con questo testo proverò a spiegarvi perché dovreste assolutamente giocarlo, a prescindere dalle vostre preferenze. Spero di riuscirci e di lasciarvi qualcosa, come d’altronde Death Stranding ha fatto con me.

Be Together

Sam Porter Bridges (Norman Reedus) è un corriere, uno degli ultimi umani volonterosi di avventurarsi in un’America devastata dal Death Stranding, un evento sovrannaturale che ha portato principalmente morte e devastazione. Lo Stato è in ginocchio, le città sopravvissute si sono riorganizzate per vivere nel sottosuolo e l’unico modo per recapitare oggetti, medicinali e quant’altro sono i corrieri; talvolta mercenari, talvolta dipendenti di gruppi organizzati. Il gameplay di Death Stranding insomma è veramente questo: fare i fattorini, trasportare carichi, con uno scopo però superiore, riunificare l’America. Nello specifico, connettere gli avamposti alla rete chirale, la quale permette ovviamente di avere un controllo superiore. Rimettere in piedi, di fatto, una ragnatela statale e sociale organizzata e intelligente. La trama, o meglio il plot narrativo, è questo e non andrò oltre perché il pericolo di spoiler è dietro l’angolo, e non voglio -e non devo- assolutamente rovinarvi l’esperienza.

Come mostrato nei vari trailer insomma Hideo Kojima ci mette nei panni di un protagonista che dovrà attraversare una nazione, con lo scopo di “riconnetterci tutti”. Tecnicamente, però, il gioco mette a disposizione di noi giocatori una quantità tale di elementi in grado di concorrere a rappresentare uno dei sandbox migliori in assoluto. Per quanto Death Stranding si presti a interpretazioni filosofiche, è necessario anche un approccio analitico quantomeno per descrivere il gameplay. Ci proverò, considerando però che le informazioni sono tantissime, alcuni delle quali ancora nascoste, e che non posso scendere troppo nei dettagli causa embargo molto restrittivo da rispettare. Per fornirvi ulteriore contesto, sappiate che tutte le informazioni contenute in questo testo sono state pensate con lo scopo di preservare il fattore sorpresa, anzi, scoperta.

Quello che farete per gran parte del tempo di gioco (a proposito: la quest principale dura fra le 35 e le 40 ore, ma potete tranquillamente raggiungere le 60 con quest secondarie, oltre le 100 per il Platino) è spostarvi da un punto all’altro della mappa, trasportando carichi più o meno pesanti. Le prime due discriminanti del sistema di gioco sono dunque peso del carico e level design. Il primo andrà gestito in modo tale da non affaticare troppo Sam, compromettendo i suoi parametri vitali e di vigore. Per questo motivo sarà molto importante decidere quali strumenti, armi o oggetti portare con voi, oltre al carico principale della missione. Una volta fatto questo, vi troverete da soli contro il mondo, un impatto che personalmente ho trovato straordinario. Principalmente per l’atmosfera desolante, desolata e commovente dell’ambientazione, e poi perché, come accennato prima, il level design contribuisce a rendere ogni spostamento unico. Vi ritroverete obbligati a studiare il tragitto, decidere da dove passare, se dal fiume o della montagna, in modo tale da provare a facilitarvi il viaggio. Un viaggio verso ovest, estenuante, sofferto, alle volte apparentemente infinito.

Nel fare tutto questo, però, non sarete soli: Death Stranding propone infatti un multiplayer asincrono, tramite cui i giocatori condividono determinati elementi, ma non la loro presenza fisica. Come detto prima, nel corso dell’avventura potrete utilizzare oggetti come scale o corde da arrampicata, ma potrete anche creare strutture (ponti, torri d’osservazione, ricoveri ecc) che diventeranno disponibili anche ad altri giocatori dello stesso server, i quali potranno non solo usarle, ma anche potenziarle. Questo significa che l’esperienza di gioco è a tutti gli effetti condivisa, e lo diventerà sempre di più, soprattutto nella fasi finali del gioco. Condividere oggetti, pacchi e strutture con altri giocatori vi connetterà in modo sorprendente; vi farà sentire meno soli, vi darà molti spunti e opportunità per affrontare alcune della missioni più difficili.

L’ambientazione però non sarà l’unico pericolo in cui v’imbatterete, anzi, è solo la punta della piramide. Il mondo di Death Stranding è infatti “popolato” da creature misteriose, le CA (o PTs, in originale): esseri venuti da chissà dove e pronti a catturarvi per portarvi in un’altra dimensione. Qui, Kojima si diverte a sperimentare con lo stealth, genere che conosce bene. Nel corso della storia infatti Sam potrà vantare l’aiuto di un BB (Bridge Baby), feto intrappolato in una teca di vetro, con cui si potranno identificare le zone infestate dalle CA. Ogniqualvolta BB rivelerà un pericolo, un braccio meccanico impiantato nel retro della tuta di Sam entrerà in azione e funzionerà quasi come un radar, intensificando il segnale in prossimità di tali creature. Per sfuggire alle stesse, Sam dovrà o divincolarsi senza fare rumore e trattenendo il respiro, oppure correndo più veloce della luce. In caso di cattura, le CA vi trascineranno al cospetto di una creatura gigante e assetata di sangue. In questo caso, dovrete combatterla oppure tentare una disperata fuga.

Mentre scrivo, mi accorgo di quanto sia difficile condensare in poche righe il gameplay di questo gioco: qui sopra trovate la superficie, utile a darvi un’idea più o meno specifica di cosa dovrete fare, ma le varianti sono infinite. Il “radar” di Sam per esempio può essere usato anche per analizzare gli elementi d’interesse nella zona; la condivisione di attività con i giocatori può essere estesa anche alle consegne vere e proprie; lo scorrere del tempo distruggerà le strutture che quindi non saranno sempre disponibili; svolgere missioni secondarie darà accesso a oggetti che miglioreranno capacità di carico e movimento di Sam; ci sono più tipologie di veicoli; ci sono missioni nascoste. Eccetera, eccetera, eccetera.

A rendere tutto tangibile, inoltre, ci pensa il Decima Engine, motore di gioco di proprietà di Sony e già visto e apprezzato in Horizon Zero Dawn. Guardando il risultato finale, è palese che la scelta di Kojima sia stata azzeccata: a livello tecnico, Death Stranding è ottimo. L’ho giocato su PS4 Pro, senza mai incontrare un bug o un calo di FPS, anche nei momenti in cui gli elementi a schermo erano veramente tantissimi. Il colpo d’occhio, la qualità delle texture e le animazioni fisiche e facciali sono di altissimo livello, uno dei migliori lavori di questa generazione.

Insomma, anche in questo caso mi pare chiaro come l’approccio d’autore sia evidente, e nasca con lo scopo “d’ingannare” i giocatori, utilizzando il luogo comune delle “consegne da fattorino” come cavallo di troia per un game design sconfinato, tutto da scoprire. Quello che farà la differenza sarà solo la vostra curiosità.

Non manca varietà, non manca profondità, e non mancano anche difetti. In primis i menù che, in virtù delle moltissime informazioni da gestire, non riescono a mettere a proprio agio se non dopo diverse ore di gioco. Vista per l’appunto la mole di cose da gestire, ci si poteva aspettare più “mestiere” nello sviluppo di quest’aspetto. Altra nota dolente sono le parti action: in Death Stranding si spara, sia contro mostri che contro umani, e il feeling generale è che sia tutto molto semplice, sia per la difficoltà generale che per la struttura dell’azione vera e propria. A conti fatti, si può dire che il cuore del gameplay sia rappresentato dallo stealth e dell’esplorazione; quando si decide di passare alle maniere forti, calano le opportunità e cala la cura per i dettagli.

Queste, però, sono semplici imperfezioni di un’equazione che genera un risultato inedito. Giocherete tantissimo, un unicum per un gioco di Kojima, e usando fantasia e inventiva nessuna di queste ore avrà lo stesso sapore. Nel caso in cui invece desideriate invece andare spediti e correre dal punto A al punto B, allora Death Stranding diventerà banale. Ma questo non può certo considerarsi un problema del gioco, quanto dell’approccio del giocatore.

Timefall

Da sempre colonna portante dei lavori di Kojima, anche questa volta la narrativa, la sua evoluzione e la sua costruzione sono fondamentali nell’economia di Death Stranding. A partire dal cast del gioco (tutte performance in motion capture, lo ricordo), passando per gli snodi più importanti della trama e terminando con il finale, è evidente come l’autore giapponese si sia divertito a creare scene e messaggi iconiche, tutte supportate da un carico emotivo incredibile. La magnificenza del soggetto è da ricercare anche in elementi comuni alla Metal Gear Saga, come per esempio la ricorrenza di un eroe in missione con un team di supporto, oppure l’antagonista ambiguo e il co-protagonista enigmatico. Qui, però, si raggiungono vette forse inedite anche per l’epopea di Big Boss. Merito, anche qui, di una regia che non ha nulla da invidiare ai grandi blockbuster di Hollywood e a personaggi (attori) che regalano prove di recitazioni straordinarie. Lo ripeto: straordinarie.

Allora qual è il confine tra cinema e videogioco, in un prodotto come Death Stranding? Nessuno, paradossalmente, anzi, questa volta Kojima dimostra come il gioco può essere superiore alla pellicola, per il semplice motivo che è interattivo. Anche i momenti “vuoti” infatti diventano potenti grazie all’impatto dell’ambientazione e alla colonna sonora (dalla quale ho tratto i titoli dei paragrafi), senza contare le possibilità offerte dalle missioni secondarie e da tutti i documenti testuali da leggere. Cose non obbligatorie da fare o trovare, ma che se “usate” ampliano in modo autentico e significativo anche il più semplice gesto di un determinato personaggio. Nota di merito a Mads Mikkelsen, Troy Baker, Léa Seydoux e Guillermo Del Toro: attori – registi- “prestati” al videogioco, che inevitabilmente innalzano la qualità di quest’ultimo, aiutati da una direzione di spessore. L’unico difetto, forse, è relativo al protagonista, che si forma e si definisce solo verso le battute finali, rimanendo per gran parte della storia forse troppo passivo rispetto agli avvenimenti che si susseguono.

Come non citare, inoltre, la scrittura del mondo di gioco? Un post-apocalittico che fonde religione e scienza, scoperte reali ad interpretazioni fantasiose, avvenimenti storici a paradossi impossibili. Mi viene difficile, in questa sede, spingermi nelle profondità dell’analisi della narrativa preservarndonel’integrità, ma è importante comunque raccontare come, a gioco finito, vi renderete conto dell’importanza di quello che avete visto e vissuto. Come detto in apertura, Death Stranding è anche e soprattutto un trionfo morale; una spinta all’umanità, una critica alla società di oggi – “TOMORROW IS IN YOUR HANDS”. Un monito per quello che dovremmo essere, una volta per tutte. Inoltre, diluire la storia e i momenti topici in momenti precisi, sicuramente li rende più efficaci. La cosa curiosa è che, vivendo il mondo di gioco al 100%, le scene d’intermezzo sono rare e non così frequenti, almeno nella prima parte del gioco: anche questo un unicum per Kojima, spesso criticato di far “giocare poco” il pubblico. Qui, di giocare, a un certo punto ne avrete anche abbastanza. Approfondirò la storia in un articolo futuro, carico di spoiler, perché è giusto parlare nel concreto di tutto. Per questa recensione, però, basta così. Sappiate solo che se amate le grandi storie, fatte di grandi personaggi, allora Death Stranding deve far parte della vostra cultura personale.

Alla base dei brividi che vi verranno durante certe scene c’è insomma una volontà palese e determinata: non essere scontati, mai, anche quando si tratta di far recitare dialoghi comuni, anche quando si tratta di costruire un gameplay all’interno di un open world. E per questo, probabilmente, diventare la scintilla che permetterà al videogioco di continuare ad evolversi, con il passare degli anni. Il destino dei grandi autori è anche questo: aprire strade, costruire ponti, creare connessioni.

Death Stranding – PS4

Death Stranding è il nuovo gioco di Hideo Kojima, sviluppato dal suo team, Kojima Productions. Disponibile su PlayStation 4 a partire dall’8 novembre 2019 e su PC nell’estate 2020.

9.0
9.0

Verdetto

Death Stranding è un gioco che lascia il segno. Hideo Kojima riserva nella storia e nel gameplay tutto il suo genio creativo, che dimostra di essere molto più audace di quanto, forse, si pensasse. La struttura di gioco, elementare e banale a una prima, superficiale occhiata, nasconde sotto di essa un sandbox efficace, vario, fantasticamente orchestrato; un game design letteralmente nuovo, inedito. Le inquietanti fasi stealth contro le CA, il multiplayer asincrono e le fasi esplorative sono pennellate di un'artista che tratteggiano un quadro che lascia poco spazio all'interpretazione: il risultato è da riconoscere ed esaltare, senza riserve. In più, il racconto, che parte in sordina e con coraggio, ci mette diverse ore ad entrare nel vivo, per poi esplodere in emozioni e sequenze memorabili, impreziosite da un cast efficace come non mai. Le attese, dunque, diventano certezze: al netto del gusto personale, e di qualche difetto ampiamente trascurabile, Death Stranding è quello che doveva essere. Un gioco unico, un gioco indimenticabile.

Pro

- Un sandbox straordinario
- Storia indimenticabile
- Colonna sonora memorabile
- Mondo di gioco di grande impatto (narrativo ed estetico)

Contro

- Menù troppo macchinosi
- Le fasi action sono molto basilari
- Prologo molto prolisso