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La Silicon Valley cinese è un inferno in cui i lavoratori durano meno di tre anni

La Silicon Valley cinese procede a velocità di curvatura, ma nel mentre produce inevitabilmente legioni di lavoratori con sindrome da burnout. Un lavoro usurante che in media può essere retto per meno di 3 anni.

L’economia cinese vola, soprattutto nell’hi-tech come dimostrano anche i recenti successi di Huawei, ma il rovescio della medaglia è che nella Silicon Valley cinese i ritmi sono così frenetici da bruciare i lavoratori in meno di 3 anni, 2,6 per la precisione, contro i 3,6 della Silicon Valley statunitense. Lo afferma il South China Morning Post (una testata cinese dunque), attraverso un’interessante ricerca basata sulle testimonianze dirette dei lavoratori cinesi di Zhongguancun e altri sobborghi di Pechino, dove hanno sede colossi come Baidu, Meituan e ByteDance.

Lo scorso anno la Cina è stata in grado di sfornare quattro nuovi milionari ogni settimana, in particolare nella sua Silicon Valley. Secondo Hurun Report infatti in Cina il principale settore che fa da traino è proprio la tecnologia, seguita dal mercato immobiliare. La realtà però è che per ogni storia di successo alla Jack Ma, che ha costruito il colosso dell’ecommerce Ali Baba a partire da una piccola attività svolta nel suo appartamento, ci sono migliaia di aspiranti che non otterranno mai lo stesso risultato e che prima dei trent’anni presenteranno già i sintomi della cosiddetta sindrome da burnout.

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Il primo problema è rappresentato anzitutto dalle enormi distanze da percorre ogni giorno, che allungano i tempi del lavoro. Con la crescita esponenziale di startup e aziende hi-tech infatti la concentrazione di tutte le attività in una sola zona diventa impossibile e quindi nuove aziende si spostano costantemente più lontano, in zone rurali dove però non esistono infrastrutture.

I lavoratori sono quindi costretti a vivere lontano e a prendere più mezzi, tra pubblici e privati, per giungere a destinazione e tornare a casa ogni giorno. I cosiddetti commuter. Uno dei lavoratori intervistati ad esempio si sveglia ogni mattina alle 6 e impiega due ore e mezza per giungere al lavoro, cambiando due linee di metropolitana e uno shuttle. In alternativa c’è chi ha deciso di andare a vivere nei pressi del luogo di lavoro, rinunciando però in questo modo a tutti i vantaggi legati al tempo libero offerti dal vivere in città.

A questo si aggiungono poi orari di lavoro massacranti. Molti colossi dell’hi tech cinese infatti applicano la cosiddetta regola del “996”: si lavora dalle 9 del mattino alle 9 di sera, sei giorni a settimana. Ma non basta, alcuni hanno iniziato ad applicare la “big/small week”: ogni due settimane lavorative di 6 giorni ne spetterà una di 7, in cui quindi si lavorerà anche la domenica.

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Paradossalmente molti lavoratori stanno iniziando ad avvertire anche i numerosi benefit offerti come intrusioni nella propria vita privata. Barbiere, palestra, piscina, shuttle, mense gratuite. “È come se ti dicessero di non concentrarti su nient’altro che sul lavoro”, ha spiegato uno degli intervistati. Una sensazione che fa crescere la frustrazione e fa sentire come animali allevati in batteria, buoni esclusivamente a produrre.

Inutile dire che tutto l’insieme provochi in molti difficoltà nel quotidiano, ad esempio nella vita di coppia, in quella relazionale, oltre a causare l’insorgenza di problemi di salute, che a volte possono portare anche alla morte, come testimoniano i diversi casi di lavoratori anche molto giovani, deceduti ad esempio per infarto cardiaco. Secondo uno studio effettuato da CB Insights il burnout sarebbe addirittura la causa principale del fallimento dell’8% delle 101 startup considerate.

Quanto a lungo questo modello produttivo potrà ancora durare nessuno può dirlo con esattezza, ma se le ricadute economiche sono positive non c’è dubbio che il suo costo sociale e umano sia elevato.