Parliamo di mercato del lavoro: da un lato le aziende lamentano una cronica carenza di competenze e faticano a trovare professionisti qualificati, dall'altro migliaia di giovani rimangono esclusi o intrappolati in occupazioni sottopagati e stagionali. Questa apparente contraddizione nasconde in realtà una verità scomoda che il nostro Paese ha evitato di affrontare per troppo tempo: il mito del posto fisso ha creato una cultura dell'immobilismo formativo che oggi si scontra violentemente con le dinamiche di un mercato in continua evoluzione. La soluzione non può che passare attraverso una rivoluzione culturale che metta al centro la formazione continua come pilastro fondamentale della vita professionale.
Massimiliano Costa, fondatore di Develhope, realtà specializzata nella formazione tecnica e digitale, ha vissuto in prima persona questa trasformazione del mercato del lavoro. La sua esperienza parte dal 2019, quando l'intelligenza artificiale non era ancora il fenomeno pervasivo che conosciamo oggi, per arrivare a un presente dove le competenze necessarie cambiano con una velocità mai vista prima. "Le competenze necessarie nel mercato cambiano tantissimo", spiega Costa, "Nel 2019 nessuno si immaginava che l'IA sarebbe stata così preponderante nel mercato del lavoro, invece adesso lo è".
Questa rapidità di cambiamento demolisce definitivamente l'illusione che una formazione, anche eccellente, possa bastare per un'intera carriera. Le università continuano a sfornare laureati con competenze teoriche solide ma spesso inadeguate alle esigenze immediate delle imprese, creando quel gap formativo che alimenta tanto la disoccupazione giovanile quanto la carenza di personale qualificato di cui si lamentano le aziende.
Il capitale umano sprecato e i giovani dimenticati
Dietro le statistiche sui NEET - i giovani che non studiano, non lavorano e non cercano attivamente un impiego - si cela una delle più grandi inefficienze del sistema-Paese. "Se un giovane che ha preso una laurea per 5 anni non riesce a inserirsi in un contesto lavorativo, l'Italia, ha perso del capitale", osserva Costa con lucidità. "Inoltre, non sei 'bancabile', ossia hai difficoltà ad accedere a mutui e finanziamenti, una criticità non da poco". L'obiettivo di Develhope non è assistenzialismo ma recupero di investimenti già sostenuti dalla collettività: ogni laureato rappresenta anni di investimenti pubblici in istruzione che rischiano di andare perduti.
Il fenomeno dei NEET si è evoluto negli ultimi anni, passando dalla disoccupazione totale al "sottoinquadramento" cronico. Molti giovani oggi non sono più completamente inattivi, ma intrappolati in lavori stagionali o sottopagati che non permettono loro di sviluppare competenze avanzate né di costruire una carriera solida. Il settore turistico, emblematico di questa dinamica, offre occupazione temporanea ma bassa produttività e compensi inadeguati per garantire un futuro stabile.
La chiave per spezzare questo circolo vizioso sta nel superare la tradizionale divisione tra formazione umanistica e tecnica. Costa propone una visione integrata: "La formazione più tecnica ci può aiutare ad avere una creatività più razionale, mentre la formazione umanistica può portarci verso un tipo di creatività comunicativa". Questo approccio olistico non significa sminuire il valore delle competenze tradizionali, ma riconoscere che nel mercato del lavoro contemporaneo la complementarietà tra saperi diversi rappresenta un vantaggio competitivo fondamentale.
L'intelligenza artificiale ha accelerato ulteriormente questi cambiamenti, rendendo obsolete alcune competenze e creandone di nuove nel giro di pochi mesi. Il prompt engineering, l'integrazione di API per large language models, lo sviluppo di applicazioni agentiche: tutti termini che cinque anni fa non esistevano e che oggi rappresentano competenze ricercatissime sul mercato. Ma più che inseguire ogni singola novità tecnologica, l'obiettivo dovrebbe essere sviluppare quella flessibilità mentale che permette di adattarsi rapidamente a strumenti e metodologie in continua evoluzione.
Siamo un Paese che non sa trattenere i talenti
Proprio quando l'Italia inizia a produrre professionisti con competenze allineate alle esigenze del mercato, si scontra con un altro problema strutturale: l'incapacità di trattenerli. La fuga dei cervelli non è solo una perdita di risorse umane, ma un vero e proprio spreco di investimenti pubblici. Ogni laureato che emigra porta con sé il valore della formazione ricevuta, spesso finanziata dallo Stato attraverso università pubbliche e borse di studio.
Le cause di questo esodo sono molteplici e intrecciate. Gli stipendi italiani, fermi sostanzialmente da trent'anni, rappresentano solo la punta dell'iceberg di un problema più profondo legato alla produttività del sistema economico. "Gli stipendi rimangono bassi perché le imprese italiane sono teoricamente poco produttive", spiega Costa, indicando nella frammentazione del tessuto imprenditoriale italiano - caratterizzato da una prevalenza di micro e piccole imprese - uno dei nodi strutturali da sciogliere.
Una possibile soluzione richiede un approccio sistemico che vada oltre gli incentivi fiscali per il rientro dei cervelli, pur rimanendo questi strumenti utili. È necessario lavorare contemporaneamente su più fronti: aggregazione delle piccole imprese per raggiungere economie di scala, investimenti massicci in tecnologia e digitalizzazione, creazione di un sistema di incentivi che renda la formazione continua un "no brainer" per le aziende, come la definisce Costa.
Oltre la formazione, missione sociale
Le imprese, dal canto loro, devono superare la logica del ritorno immediato sull'investimento formativo. La formazione è un gioco di medio-lungo periodo i cui benefici spesso non sono immediatamente quantificabili: un dipendente che non cambia azienda, un team che sviluppa maggiore problem-solving, una maggiore capacità di adattamento ai cambiamenti tecnologici. Tutti vantaggi reali ma difficili da misurare nel breve termine.
Il percorso verso una cultura della formazione continua non può prescindere dal riconoscimento che viviamo in un'epoca di obsolescenza accelerata delle competenze. Chi si ferma, indipendentemente dal livello di preparazione iniziale, rischia rapidamente di diventare irrilevante nel mercato del lavoro. Ma questa sfida, se affrontata con gli strumenti giusti e la mentalità appropriata, può trasformarsi nell'opportunità per costruire un sistema economico più dinamico, produttivo e capace di competere a livello internazionale. La speranza di Develhope, in fondo, sta proprio in questa possibilità di trasformazione: utilizzare la formazione non come strumento di assistenza sociale, ma come leva strategica per liberare il potenziale inespresso del capitale umano italiano.