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Cinema e Serie TV

Baby è una serie italiana con del coraggio ma zero iniziativa

Anni fa non avremmo creduto che le produzioni televisive italiane si sarebbero distaccate dal duopolio mediatico Rai-Mediaset, eppure con l’arrivo di Netflix (ma anche con l’impegno costante di Sky) il nostro Paese è stato uno dei primi a muoversi verso la piattaforma, travolto dalla ghiotta possibilità di raccontare storie ed eventi più “graffianti” che sulla TV pubblica non avrebbero mai ricevuto luce verde. Dopo che la serie gangster romana Suburra ha riscontrato un buon gradimento da parte del pubblico locale e anche internazionale, Netflix pare abbia preso a cuore la capitale come scenario per i suoi prodotti originali con il Baby, una miniserie drammatica per adolescenti che si collega al reale scandalo delle baby squillo del quartiere Parioli del 2014.

Una proposta interessante

Come genere narrativo il teen drama è uno dei più semplici da inscenare ma allo stesso tempo complicato ricavarci un qualcosa di senso compiuto – come ne abbiamo accennato qualche settimana fa con Sabrina – senza cadere nella trappola del facile stereotipo generazionale. E se nel mix ci butti un argomento altrettanto spinoso e tabù da trattare quale la prostituzione minorile, il rischio di un disastro è quasi confermato. Ma con Baby c’è stato un elemento di rottura rispetto al passato, e che Netflix durante la campagna pubblicitaria ha fatto sapere un sacco di volte: la sceneggiatura è stata interamente curata dai Grams, un collettivo di giovani scrittori romani fondato nel 2017, che hanno garantito di aver infuso i giovani personaggi dello show di dialoghi verosimili per la loro età e scevri da banalità. Una sfida riuscita purtroppo a metà.

Le vicende che legano le due giovani protagoniste Chiara e Ludovica, il coatto Damiano e gli altri studenti dell’istituto privato Collodi non fanno certo saltare sulla sedia, né fanno discutere per scalpore come accadde con Tredici, ma la costruzione dei loro rapporti è stata curata in maniera più attenta del solito. In un contesto moderno dove i social network e la messaggistica sono ormai una parte integrante della comunicazione giornaliera di queste generazioni, il Grams le ha rese una parte integrante. Che siano le storie di Instagram, un audio vocale di Whatsapp (“Ti ho mandato un vocale di 5 minuti, ora mi rispondi”) o l’utilizzo di meme molesti, la reale novità di Baby è quella di scavare in pratiche comunicative consolidate e ancora in divenire da una decina d’anni ma che nessuno ha mai integrato così tanto nella maglia della narrazione.

Ritratto incerto di una generazione

Ma per il resto come sono gli adolescenti di Baby? I classici teenager problematici che la TV ci ha già mostrato numerose volte, talvolta assolutamente stucchevoli nella loro disinvoltura e spavalderia. Parliamo in molti casi di sedicenti sedicenni che si drogano, bevono e prevalicano le figure genitoriali o educative, spesso senza pensare o scontrarsi con le conseguenze delle proprie azioni. La particolare estrazione sociale di questi, l’alta borghesia dei Parioli, li rende soggetti contraddittori nel contesto della serie (“Viviamo in un acquario bellissimo, ma sogniamo il mare”) con i genitori come figure assenti, troppo impegnati con i propri problemi e tresche amorose. La sceneggiatura fa di tutto per accentuare questo abisso comunicativo fra le due parti, lasciando i giovani – in modo abbastanza ingenuo – alla scoperta di un mondo di cui si sentono i padroni senza troppe ripercussioni.

L’altra componente critica della storia, quello che ha attratto l’interesse degli spettatori e dà il titolo allo show, è quanto mai trattato male e alla rinfusa: che sia per evasione che per necessità di indipendenza economica, Chiara e Ludo entrano nel circolo di un losco Paolo Calabresi (il Biascica di Boris) che non ci pensa due volte a sfruttare le ragazze. Senza mai costringerle a fare qualcosa contro la loro volontà e senza vendere (direttamente) il loro corpo, quella che doveva essere la storia principale e la selling card dello show diventa solo una postilla nell’intreccio. Non sconvolge né traumatizza lo spettatore né tanto meno i personaggi coinvolti, che si trovano fin troppo a loro agio nella situazione e la superano senza troppi patemi.

Quello che non ti aspetti

L’unica vicenda più interessante rispetto alla media di storie di tradimenti e menefreghismo adolescenziale è quella di Damiano, un ragazzo problematico e inserito a forza in un ambiente che non comprende (“Ma non è che sei diventato un pariolino?”) e con il suo bel peso di traumi personali e delusioni dalla vita che lo hanno già segnato. La sua è l’unica storia realmente ben sviluppata e intrigante da seguire, dominata continuatamente dall’elemento del dualismo – proletario inserito nella borghesia e figlio di un padre arabo – che lo rende automaticamente il “diverso” o il “deviato” agli occhi della società scolastica, qualunque cosa faccia.

Baby è una serie che aveva delle buone idee sulla tavola e poteva apportare qualche cambiamento sostanziale al registro dei teen drama televisivi, ma gli sceneggiatori tanto si son concentrati sul replicare fedelmente le movenze e il modo di parlare delle nuove generazioni, con locali con luci al neon e una selezione musicale che spazia dal rap nostrano all’indie rock, che hanno completamente dimenticato di inserire un cuore pulsante nella vicenda.

Se siete degli inguaribili nostalgici seriali, perché non rivedersi da capo uno dei teen drama per eccellenza, quel Dawson’s Creek che ha segnato una generazione per la sua stucchevolezza?