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Buon compleanno, Pinocchio. Il burattino di Collodi compie 139 anni

Pinocchio è storia, è formazione, è critica ed è anche quella vicenda con la quale, prima o poi, tutti decidono di confrontarsi. Dalla vicenda di Pinocchio sono passati Walter Elias Disney, che lo volle come suo secondo Classico dopo Biancaneve, Giuliano Cenci, che negli anni ’70 venne riconosciuto proprio come il Disney italiano per gli importanti passi in avanti compiuti in ambito dell’animazione, ma anche Roberto Benigni e Matteo Garrone, in attesa di Del Toro.

Tra film d’animazione, tra lungometraggi, reinterpretazioni horror (come quella di Kevin Tenny nel 1996), Pinocchio resta una delle favole italiane più importanti e più massificate dalla cultura internazionale, che il 7 luglio del 1881 sbarcò per la prima volta sul Giornale per i Bambini.

Il picaro toscano

Il romanzo di Carlo Collodi, sebbene negli anni sia stato edulcorato e rivisitato in chiave molto più leggera e fruibile anche da un pubblico più fanciullesco, nasconde al suo interno degli unicum che gli permisero, e gli permettono ancora oggi, di essere una delle vicende più affascinanti raccontate in quel periodo gotico della letteratura italiana che era l’Ottocento.

Come aveva d’altronde anche sostenuto Calvino, Pinocchio era l’unica figura che fosse riuscita, nella letteratura italiana, a ergersi – a patto che di successo si voglia parlare – all’idea di picaro, un eroe proveniente da una famiglia poco agiata, o spesso anche orfano, che si ritrova a dover vivere in un mondo ostile con l’unica forza del suo essere un arruffone. Il genere nasceva da quel desiderio ardente del ceto povero di emergere nei confronti della borghesia con ben altri valori, come ad esempio la furbizia, quella che Pinocchio in svariati momenti provava a sfoggiare, sfruttando il suo essere a tutti gli effetti un miracolo.

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Ma Collodi non volle solo questo, perché se il suo picaro riuscì a entrare nel cuore di tutti i bambini e anche di tutti gli adulti, fino a toccare le corde del cuore di Walt Disney prima e di Giuliano Cenci dopo, allo stesso tempo era forte la componente esoterica all’interno di una storia che, ripetiamo, sposava il grottesco. Al di là di quella metamorfosi tanto scontata da ricollegare all’opera maggiore di Apuleio, l’unico romanzo in lingua latina pervenutoci prima della condanna per magia all’autore romano, tutti i comprimari della vicenda di Pinocchio rappresentano ed esaltano il simbolismo di Collodi, sfociando in un teologismo spesso esasperato.

Da Lucignolo, il chiaro tentatore che facilmente si può ricollegare a Lucifero, fino alla Fata Turchina, che si identifica con altrettanta facilità in quella che è una Madonna cristiana pronta a far sì che il bambino smarrito possa ricongiungersi con il padre, Geppetto, un umile e onesto falegname.

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Collodi era un autore attento a questi aspetti, tanto da aver inserito nel contesto storico tanti riferimenti religiosi molto più lampanti. Basti pensare all’impiccagione del burattino nel campo dei miracoli, per mano del Gatto e della Volpe sotto mentite spoglie, dopo il quale Pinocchio, prossimo a esalare l’ultimo respiro, cita Gesù sulla croce. Una sequela di riferimenti ben inseriti e gestiti grazie alla laicità dello stesso Collodi, che con occhio disinteressato andò a costruire la narrazione di quella fuga della creatura dal creatore, salvo poi lottare strenuamente per poter tornare da lui.

Pinocchio tra horror e crudeltà

Pinocchio era figlio del suo tempo, era un reduce della letteratura ottocentesca, quella che aveva visto come vero mattatore Charles Dickens, autore dello straziante Oliver Twist, figlio rinnegato della rivoluzione industriale e schiavo delle angherie dei criminali arricchitisi con la furbizia e la disonestà. Ma era anche figlio di quei racconti tenebrosi e gotici di cui i fratelli Grimm sono stati portavoce, così da spingere inevitabilmente Collodi a realizzare un romanzo cupo e cattivo, che parlava di giudici, di condanne, di morti, di furti e di crudeli metamorfosi.

L’infanzia non è più una fase naif della vita di un bambino – o di un burattino, in questo caso – ma lo specchio più lampante della miseria e della povertà. Un concetto che ben ha saputo riprendere Matteo Garrone nel suo Pinocchio anche nella figura di Geppetto, un uomo disgraziato che ha fatto dell’improvvisazione il suo unico vanto.

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L’opera di Collodi soltanto oggi viene ricordata come una favola per bambini, quando in realtà nessun autore, tantomeno quelli dell’Ottocento e di inizio Novecento, scrivevano realmente con l’intenzione di intrattenere un pubblico infantile. Basti pensare alla crudezza dei temi, basti riflettere su quanto grande fu l’intuizione di James Matthew Barrie di portare a teatro dei bambini per il suo Peter Pan, sovvertendo le regole dell’impresa dell’epoca.

Pinocchio doveva essere una finestra sull’impietosa società, esasperando quel realismo che Collodi andò a raccontare con l’inserimento del magico e del fantastico. Soltanto gli inserimenti successivi, nelle edizioni che vennero dopo la prima del 1881, lo resero un romanzo di formazione, per l’aggiunta di alcuni elementi morali e di aspetti pedagogici da esaltare, a differenza di tanti altri. Fu, poi, la declinazione di Walt Disney a dargli una connotazione tanto più gioviale quanto maggiormente fruibile per un pubblico giovane: gli antagonisti sono tutti scanzonati, il Grillo Parlante venne completamente riscritto, e lo stesso Pinocchio aveva dismesso quei panni di un burattino sagomato, in favore di un ragazzino sì legnoso, ma molto più aggraziato e paffuto.

Il passaggio tra mani sapienti

Pinocchio resta un’icona della nostra letteratura, una delle più grandi opere della letteratura italiana, un sussidiario che contiene al suo interno insegnamenti e nozioni che si sono massificate anche nella cultura popolare, come l’idea che il bugiardo avesse sempre un naso lungo. C’era molto di più dietro a quel burattino che voleva diventare un bambino, c’era una profonda metafora sulla condizione umana, in quel romanzo di Carlo Collodi.

E mentre il Pinocchio di Walt Disney resta l’unica riscrittura del romanzo inserita nelle opere filmiche da preservare, da Luigi Comencini a Roberto Benigni, l’unico attore ad aver a oggi interpretato sia Pinocchio che Geppetto in due film diversi, tutti hanno provato a omaggiare la figura di quella favola gotica e grottesca che resta il capolavoro dell’Ottocento italiano, passata anche tra le mani di Carmelo Bene e che ha ispirato a più riprese Osamu Tezuka, uno dei padri dell’animazione giapponese.

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Renato Rascel cantava “le lacrime versate mi hanno fatto uomo, invece c’è gente nel mondo che non sa come piangere”, nella sigla che introduceva il Pinocchio di Giuliano Cenci, pedissequa proposta della favola di Collodi: Pinocchio, che nella sua vita ha saputo provare la gioia e il dolore, a 139 anni, oggi, riesce ancora a essere maestro di vita. Nonostante sia un burattino di legno.

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