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C’era una volta a Hollywood: la recensione. Il Cinema salverà le nostre vite?

Dal punto di vista del "brand" autoriale, C'era una volta… a Hollywood è forse il film meno tarantiniano di Quentin Tarantino, ma probabilmente è anche uno dei più profondi e sinceri. Un film sulla magia del cinema e la sua capacità di riscrivere la storia e cambiare le nostre vite. Forse.

Il tempo e il ricordo. Il Cinema e il suo doppio, che poi è la vita. Sono queste le coordinate che descrivono C’era una volta… a Hollywood, l’ultimo (forse ultimo per davvero) film di Quentin Tarantino, che arriverà nelle sale il prossimo 18 settembre. Il film però non scorre su di esse come lungo dei binari, ma piuttosto si muove tenendole come punti cardinali di un vagare meditabondo. Pellicola quanto mai erratica, C’era una volta a Hollywood è una favola sulla memoria e sul trascorrere del tempo, come C’era una volta in America, ma anche sulla capacità che il Cinema ha di riscrivere la Storia, riscrivendo sè stesso attraverso la rilettura di genere, come accadeva invece in C’era una volta il West.

Capiamoci subito però, non è che Tarantino sia improvvisamente diventato un barboso regista-filosofo che ci propina le sue elucubrazioni sull’esistenza, annoiandoci nel frattempo. Nonostante le due ore e mezza di durata il film scorre (abbastanza) fluidamente, in un susseguirsi di situazioni – ora divertenti, ora d’azione o tensione – che sono il suo marchio di fabbrica.

A differenza di altri suoi titoli, questo è però quanto mai lineare nel racconto, molto più sobrio nella regia e più crepuscolare nel tono, con molti meno dialoghi memorabili e un ritmo meno serrato, che a volte lascia il posto a lunghe sequenze che forse non sono fondamentali ai fini della narrazione, ma lo sono per la costruzione di quell’atmosfera malinconica di cui il film è permeato. Insomma, dal punto di vista del “brand” autoriale, C’era una volta… a Hollywood è forse il film meno tarantiniano di Tarantino, e non mi stupirò se molti lo stroncheranno (alcuni lo hanno già fatto dopo averlo visto a Cannes) ma probabilmente è anche uno dei suoi più profondi e sinceri.

Il tempo e il ricordo

Film erratico dicevamo, non solo nella trama ma proprio plasticamente. Una pellicola fatta di strade, di automobili, di luoghi e di insegne, di studios, roulotte e musica. Il mondo della Los Angeles del 1969 e quello dei ricordi – anche cinematografici e televisivi – di Tarantino, che non c’è più ma è per sempre fissato nella memoria delle innumerevoli pellicole che ne hanno attraversato gli spazi, compresa questa.

È dunque un film sul tempo che passa inesorabile, anche per Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), ex divo del piccolo schermo, mai decollato sul grande e ora alcolizzato e artisticamente in fase calante, e per Cliff Booth (Brad Pitt), sua controfigura e amico fraterno, che subisce l’ostracismo di Hollywood perché sospettato di aver ucciso la moglie. Le loro storie si intrecceranno poi in modo inaspettato alla Storia (il massacro di Bel Air da parte della Manson Family, in cui perse la vita l’attrice Sharon Tate).

Colossi di una TV e di un Cinema che non c’è più, protagonisti di un tempo che passa troppo velocemente per consentirgli di mantenere a lungo l’equilibrio sulla cresta dell’onda, Rick e Cliff ci offrono il ritratto, inedito per Tarantino, di un’amicizia virile intensa e sincera, benché i due siano per molti versi opposti.

Il Cinema e il suo doppio

Del resto Tarantino lavora molto sul concetto di doppio, costruendo la coppia attore/controfigura (non a caso stunt double nell’originale) per opposti e analogie, sin dai titoli di testa, in cui i nomi dei due attori appaiono invertiti sull’immagine che ce li mostra di spalle in automobile. Cliff indossa mocassini morbidi, quasi da indiano, mentre Rick rudi stivali da cowboy, eppure è lui quello emotivamente fragile, che all’inizio del film crolla nel pianto, mentre l’amico controfigura lo consola virilmente e lo riaccompagna a casa come un padre con suo figlio. Rick fa il duro sullo schermo, Cliff lo è davvero nella vita reale, l’uno è chiacchierone quanto l’altro taciturno. E non è un caso se la controfigura abiti lontano dalle belle ville hollywoodiane, in una roulotte, alle spalle dello schermo di un Drive-In.

È il Cinema e il suo doppio, che poi è la vita, quella che scorre dall’altra parte dello schermo e che forse il primo può persino riscattare riscrivendo la Storia, come accade nell’ultima parte del film in cui, per la terza volta dopo Django Unchained e Bastardi Senza Gloria, quello che poteva essere e quello che è stato si invertono catarticamente.

L’esplosione di violenza del finale è forse l’unica nota parzialmente stonata perché, al di là dell’omaggio al primo Dario Argento, è così tarantiniana nella sua stilizzazione ed eccessività da essere già manierismo e, dunque, forse non indispensabile al racconto. Il finale, solo apparentemente positivo, non perde però quel retrogusto malinconico, in cui forse solo un atto folle e assolutamente spropositato sembra letteralmente schiudere i cancelli a una possibile rivincita.

Testamento artistico o svolta?

C’era una volta a Hollywood è anche un film ricapitolativo di tutto il cinema tarantiniano, in cui le sue ossessioni si affollano tutte, dalla musica d’annata al feticismo dei piedi femminili, fino all’ipercitazionismo cinematografico, che qui arriva al punto di ridisegnare alcune locandine storiche e persino a rigirare alcune scene di film cult in cui DiCaprio prende digitalmente il posto del protagonista reale. Qualcuno potrebbe pensare a un film senile, forse persino funereo, ma per me è piuttosto il film della maturità, quello in cui si fanno i conti col proprio passato e ci si accommiata da esso, non senza una lacrima forse, ma con la stessa virilità dell’addio tra Rick e Cliff.

Sorretto da un cast come sempre stellare e in stato di grazia (oltre ai già citati DiCaprio e Pitt ricordiamo tra gli altri Margot Robbie, Al Pacino, Bruce Dern, Dakota Fanning e Kurt Russel) e fotografato ottimamente ancora una volta da Robert Richardson, storico collaboratore di Tarantino, C’era una volta a Hollywood è benedetto da alcune performance attoriali davvero notevoli, su tutte quella di DiCaprio, forse una delle sue migliori fino ad ora e di un Brad Pitt quanto mai misurato e perfettamente nella parte.

Stupisce anche la regia, mai così misurata e sobria, per alcuni probabilmente scarna e poco personale, ma in realtà molto matura ed essenziale, priva com’è di quegli elementi autoriali così flamboyant che hanno fatto la fortuna del regista nella prima parte della sua carriera, e proprio per questo più efficace e al servizio della narrazione. Non so se questo sia davvero il suo testamento artistico, ma potrebbe essere comunque l’inizio di una nuova fase in cui abbandonati gli eccessi di 20 anni fa lo sguardo si fa al contempo più profondo e scevro di orpelli.

C’era una volta a Hollywood è un bel film? Indubbiamente Sì. È un capolavoro o uno dei film migliori di Tarantino? Probabilmente no, ma col senno di poi in molti ne riconosceranno la posizione particolare, e l’importanza, all’interno della sua filmografia. Io so solo che per larghi tratti, durante la visione, ho dimenticato dov’ero. Riemergevo dal film spaesato come da profondità oceaniche, non ricordandomi che giorno era e se fuori c’era la luce o il buio. Il Cinema aveva fatto la sua magia ed io semplicemente ero lì, seduto in auto accanto a Cliff, o sul set con Rick. E questo è già molto, forse tutto. Grazie Quentin.

Il Cinema di Tarantino non è fatto solo di ritmi serrati, violenza stilizzata e battute memorabili. Se vi piace il Tarantino più contenuto e intimista Jackie Brown è il film che fa per voi.