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Gemini Man, la recensione. Una tech demo stupefacente

Andiamo subito al punto: se cercate un film dalla trama profonda o con personaggi dallo spessore psicologico convincente, Gemini Man non è il film che soddisferà le vostre attese. Si tratta invece di un concentrato adrenalinico degli ultimi ritrovati tecnologici in ambito 3D e CGI e, come tale, è strabiliante (anche se ancora non pienamente convincente).
Se siete in cerca di qualche ora di puro spettacolo intrattenitivo e siete amanti delle sperimentazioni tecniche, questo è il film che fa per voi, ma parliamo di un action movie tutto da gustare  quasi esclusivamente con gli occhi.

La storia di Gemini Man è piuttosto travagliata e questo spiega in gran parte perché la trama sia così sotto tono. Il film infatti ha avuto uno sviluppo di circa vent’anni prima di essere effettivamente realizzato, con l’idea originale che entrava e usciva di continuo dai cassetti dei produttori, ogni volta venendo riscritta da un nuovo sceneggiatore e poi riposta perché, essenzialmente, non era tecnicamente realizzabile.

Il soggetto originale di Darren Lemke, risale infatti al 1997. L’idea iniziale era di farlo produrre alla Disney e farlo girare a Tony Scott. Tuttavia la divisione animazione ed effetti speciali della Disney, The Secret Lab, dopo aver provato a realizzare il cortometraggio Human Face Project utilizzando tutte le tecnologie di computer grafica disponibili all’epoca, stabilì che fosse impossibile raggiungere un risultato soddisfacente.

Questa situazione si è poi protratta per i successivi vent’anni, durante i quali intanto la sceneggiatura di Gemini Man veniva riscritta da Andrew Niccol, Brian Helgeland, Jonathan Hensleigh e dalla coppia formata da Stephen J. Rivele e Christopher Wilkinson, per finire infine nelle mani dello stesso Lemke, che ha scritto la stesura finale con Billy Ray e David Benioff. Nel contempo la tecnologia è andata avanti in maniera considerevole, basti vedere cosa ha fatto la Disney nell’ultimo Re Leone. Il lavoro è stato quindi affidato alla Weta Digital, la casa divenuta famosa per le “magie” tecnologiche operate nel Signore degli Anelli di Peter Jackson (Qui il link alla trilogia su Amazon), che si è evidentemente sentita abbastanza sicura delle proprie soluzioni da poter accettare la sfida di ricostruire in maniera credibile il volto di una star famosa e iconica quanto Will Smith. E a ragion veduta perché il risultato finale è incredibile e, per larghi tratti, assolutamente convincente.

Sostanzialmente Will Smith ha recitato entrambe le parti in Gemini Man, quella di Henry Brogan, l’adulto, e quella del suo clone Junior, più giovane di circa 25 anni. Solo che nel secondo caso l’ha fatto indossando le tipiche strumentazioni da motion capture. Poi sui suoi movimenti e la sua espressività la Weta ha ricostruito in CGI il personaggio, e bisogna ammettere che il risultato ormai è difficile da distinguere rispetto alla controparte reale, specialmente in determinate condizioni di luce. Sì, qualche movimento e qualche espressione rivelavano ancora, a un occhio particolarmente attento, quella fissità e quella legnosità del videogame, ma si trattava di passaggi, secondi, a volte frame. L’unica parte meno convincente è quella finale, in pieno giorno. Ma ormai è solo questione di tempo, tra qualche anno il risultato sarà superbo.

Tutta questa qualità grafica richiedeva, per essere trasmessa al meglio, anche un approccio innovativo, che si è tradotto in un film concepito registicamente per essere realizzato in 3D, anzi in 3D+ With HFR, come recitava la scritta a inizio film, vale a dire con elevato frame rate.

Gemini Man è infatti girato a 120 FPS e riprodotto in stereoscopia a 96 immagini al secondo, ossia 48 FPS per occhio, esattamente il doppio del normale 3D, che viaggia a 48 FPS (24 per occhio). Questo ha donato al film una fluidità particolarmente apprezzabile nelle scene d’azione e nei combattimenti corpo a corpo, dove la quantità di dettagli è vertiginosa e offre uno spettacolo coinvolgente e ancora inedito al cinema. Non a caso alla regia alla fine è stato chiamato il maestro cinese Ang Lee, che però ormai da anni vive stabilmente negli USA, virtuoso della cinepresa e appassionato di sperimentazione tecnologica, nonché esperto di molte delle tecnologie usate, da lui già in precedenza sperimentate in Vita di Pi (link ad Amazon) e, soprattutto, in Billy Lynn – Un Giorno da Eroe (link all’acquisto su Amazon).

Il risultato come dicevamo è un film ipercinetico e adrenalinico, che risucchia letteralmente all’interno dell’azione (magistrali in questo senso la sequenza dell’inseguimento in moto, quella della sparatoria nel magazzino e il corpo a corpo nelle catacombe di Budapest), offrendo uno spettacolo davvero coinvolgente ed esaltante. Purtroppo il tutto, come spiegato in apertura, non è sorretto da una sceneggiatura all’altezza degli ottimi spunti offerti dal soggetto. La storia è esile, i caratteri psicologici tagliati con l’accetta e l’intreccio spionistico banale e appena abbozzato. Ma siamo solo agli inizi.

Dove stia andando il Cinema nessuno può dirlo oggi con certezza. Probabilmente il 3D, o il 3D+, non sostituiranno in toto il classico film bidimensionale, piuttosto andranno a espandere la dotazione di strumenti espressivi a disposizione dei registi, che utilizzeranno tali tecnologie nei film d’azione, o per raccontarci determinate storie che vi si prestino, in modi che attualmente non sono ancora stati esplorati. Tutto questo inoltre accadrà unicamente se le prime sperimentazioni, come questa, avranno un successo almeno discreto, mostreranno cioè di essere gradite al pubblico. Nei prossimi anni la tecnologia compirà ulteriore passi in avanti e il risultato sarà semplicemente strepitoso. Magari non vedremo mai un film d’autore realizzato così, ma immaginate anche solo un film d’azione con una scrittura più solida, un James Bond ad esempio, girato in 3D+ HFR. Sarebbe affascinante, no?

Se vi piacciono i film d’azione ma non siete interessati alle novità tecnologiche, John Wick 3 è sicuramente uno dei prodotti “tradizionali” migliori.